Venerdì Santo: Testimone della verità

di: Roberto Mela
Dramma di verità

Alla luce dell’insieme della liturgia del Venerdì Santo, potremmo leggere il famoso “Quarto Canto del Servo di YHWH” (Is 52,13–53,12) come il dramma circa “la verità” di questa misteriosa persona.

Il Canto ci pone infatti davanti a un dialogo tra YHWH (52,13-15; 53,11-12), il popolo (53,2-10) e il Servo stesso (53,1). Il brano potrebbe essere la descrizione del vita del profeta Isaia, o di Geremia, o della parte dell’Israele fedele a Dio rispetto a quella che ha voltato le spalle al suo Dio.

Al di là del problema dell’identificazione del personaggio totalmente al servizio di YHWH e del popolo – in ogni caso un annunciatore della parola del Signore (cf. 53,1) –, emerge drammaticamente il fatto di una vicenda, della vita di una persona che non è stata capita nella profondità di senso dei suoi giorni, di ciò che la muoveva, dell’effettiva posta in gioco. Alla fine, però, la sua verità è stata appurata e confermata da YHWH stesso.

Errore giudiziario

YHWH in persona inquadra il dramma nelle sue vere proporzioni. Il suo servo sarà ignorato, ma poi esaltato e innalzato grandemente dopo che il suo corpo è stato sfigurato dall’opposizione violenta e dalle torture dei suoi nemici.

Il dramma è radicale. Gli avversari, a partire dai potenti non solo di Israele, ma di tutte le nazioni terra (“molte” = tutte), dovranno tapparsi la bocca di fronte al venire a galla della verità ultima su questo “profeta”. Un clamoroso errore giudiziario.

Egli è stato sfigurato e distrutto nella sua umanità e nella sua dignità, ma il servo di YHWH incontrerà una sorte definitiva che farà meravigliare il mondo intero. Un vero e proprio capovolgimento della realtà finora pensata come giusta e veritiera.

Annuncio inascoltato

In 53,1 si alza una parola disincantata, una parola di delusione, amareggiata per un non ascolto generalizzato da parte dei presenti, del popolo, di tutte le nazioni. «Chi ha creduto al nostro annuncio» oppure «Chi ha creduto a ciò che abbiamo annunciato»?

Il termine ebraico mešu‘āh rimanda a qualcosa che si è ascoltato (verbo šama‘). In questo secondo caso, le nazioni straniere «confermano in prima persona che ciò che avevano udito a proposito del servo è qualcosa di incredibile, di inaudito. La prospettiva è ancora quella dello stupore circa il destino di tutto Israele, identificato col servo che ha portato i peccati di tutte le genti» (A. Mello, che propende per un’interpretazione collettiva del servo).

La traduzione greca della LXX “annunciammo/anēggeilamen” rimanda invece alla costatazione sfiduciata del servo (= una parte di Israele, quella fedele a YHWH?), che riconosce il proprio fallimento, perché il suo annunzio non è stato creduto.

L’identificazione di chi prende la parola in questo momento è importante, ma non decisiva. Rimane un messaggio inascoltato dell’annuncio di un servo e o di quello che del servo è stato annunciato. Importante è stabilire la verità delle cose.

Disprezzato, si è caricato

Il coro/il popolo prende la parola (52,2-10). Gli inizi del servo sono stati modestissimi. Un virgulto stentato, senza bellezza particolare che attirasse lo sguardo chi adesso sta meditando sulla sua sorte («non splendore che potesse piacerci»). È stato una figura disprezzata ed emarginata dalla società, probabilmente non tanto per il suo aspetto, ma per quanto annunciava, in contrasto con la mentalità e l’atteggiamento comune del vivere sociale e religioso.

Il servo è stato disprezzato in vita, ricoperto di contrasti, di violenze e di torture che ne hanno fatto un “esperto” della sofferenza umana. Disprezzato, “egli si è caricato/nāśā’” volontariamente come un asino il carico delle sofferenze e dei dolori degli spettatori di un dramma dalle proporzioni “mondiali” (“le nostre sofferenze”). Noi – invece, all’opposto, sbagliando completamente valutazione – lo giudicavamo colpito (wa’ănaḥnû ḥăšabnuhû nāgûa‘), da YHWH, evidentemente… Pensavamo che YHWH lo avesse colpito, piagato e umiliato con malattie ributtanti e con percosse ben meritate per le sue colpe religiose nascoste.

Invece, quel servo di Dio è stato trafitto dalle nostre colpe, schiacciato dalle nostre iniquità. Non è una sofferenza puramente sostitutiva: a lui la punizione per le nostre colpe. Il testo ebraico impiega la preposizione min, che indica il complemento d’agente. Riconosciamo che sono state le nostre colpe e le nostre iniquità a trafiggerlo, a schiacciarlo. Eppure lui è uno di noi, è della nostra gente, del nostro popolo. Non ha sofferto puramente al posto nostro, ma in solidarietà con noi. Sofferenze comuni, che tutti conosciamo. Però lui era innocente, noi colpevoli.

Conversione

Il servo era innocente, eppure ha preso su di sé il nostro peso, le nostre colpe. Questo ci ha fatto riflettere e cambiare opinione su di lui. Ci ha fatto cambiare idea, ci sta convertendo il cuore. Quel che noi pensiamo sia un castigo su di lui, di fatto è una lezione “salutare”, un insegnamento sapienziale, un mûsar (Gb 33,16; Pr 10,17), molto severo in questo caso (cf. Ger 30,14, Pr 15,10, Pr 22,5). Lui era uno di noi, ma diverso da noi. Sofferenze simili a quelle di tutti gli uomini, sofferenze che abbiamo patito anche noi in esilio. Lui però era innocente, noi colpevoli.

La “lezione sapienziale” che ci viene dalle sue piaghe sopportate da innocente ci sta cambiando il cuore, ci sta convertendo, ci sta portando pace. Una lezione salutare di pace è su di lui, ma “la nostra guarigione /yirpā’-lānû” ci arriva proprio “dentro/ba” la sua ferita (baḥăburātô). Come ebrei sentiamo la solidarietà, la comunione, e non tanto e non solo la sostituzione: lui soffre a favore nostro, con noi, e non solo al posto nostro.

Adesso cominciamo a capire che era il nostro rappresentante, il migliore di noi, il meglio del nostro popolo. Un servo fedele, una parte di Israele fedele anche nella sofferenza dell’esilio patito con gli altri, a favore degli altri, anche a colpa degli altri. Lo ammettiamo: anche al posto di altri, che ne sono usciti senza gravi conseguenze…

Scambio di persona. Agnello afono

Sentiamo che la nostra pace viene da lui, da come lui ha “portato” i nostri mali, da come lui ha sop-portato come asino paziente il peso delle nostre colpe. Ci ha colpito la sua sofferenza ingiusta, sofferta per noi e anche al posto nostro.

Ma ci ha colpito soprattutto il modo in cui lui ha sofferto per noi. È stato paziente, non si è ribellato, non ha recriminato. Non ha chiesto vendetta, non ha continuato a voler esporre le sue buone ragioni… Non ne ha avuto neanche la possibilità a dire il vero…

Eravamo sperduti come delle pecore cieche, ognuna in preda del proprio egoismo narcisista. Un popolo senza unità, senza guida, senza collante. Abbiamo capito che YHWH, nel suo piano per noi troppo profondo da capire, ha abbracciato con larghezza di cuore che le nostre colpe ricadessero di fatto su di lui, innocente. Forse voleva farci capire come lui ci ama… È stato tolto di mezzo con una sentenza ingiusta, un processo farsa, praticamente senza potersi difendere. Senza/min (interpretato come privativo) processo. Per colpa del “suo” popolo (non “mio”, con 1QIsa e 4QIsd) fu colpito all’eccesso, fino all’estremo. Nessuno si curò di lui. Fu seppellito con gli empi, come un senza Dio. Ci fu però qualcuno di ricco che se ne prese cura con affetto (affermazione che desta perplessità nel contesto, comprensibile solo alla luce di Mt 27,57-60).

La sua vita in espiazione

Il suo stile di vita non comprendeva alcuna “violenza/ḥāmās” né inganni vari. A YHWH è piaciuto prostrarlo con dolori, ma “se avrà offerto liberamente la sua vita in sacrificio di espiazione/’im tāsîm ’āšām napšô” bucherà il velo nero della morte e “allungherà i suoi giorni”. Vedrà una discendenza fisica e spirituale, vivrà a lungo nella nostra memoria e nel seme da lui sparso. Riuscirà a far sì che la volontà di YHWH sia fatta da molti. Grazie al suo libero sacrificio totale di sé, innocente e a favore di altri fratelli malvagi, YHWH espierà i nostri peccati, laverà via le nostre colpe. Veramente questo servo di YHWH è stato un nostro eccellente rappresentante.

È morto in mezzo al suo popolo, unito ad esso, senza disprezzarlo. È morto per noi, con noi, al posto nostro, possiamo ben dirlo.

Giustificherà

YHWH interviene nuovamente nel dialogo. Riprendendo il suo annuncio e la sua valutazione iniziali circa il giusto suo servo (cf. 52,13-15), proclama ora alle genti (53,11-12) il suo “giudizio finale” su di lui.

YHWH sigilla con le sue parole il percorso di conversione del popolo che, di fronte alla vicenda del servo, cambia opinione su di lui, e arriva alla verità della sua persona e della sua vicenda. Secondo le interpretazioni successive della traduzione greca della LXX e dei manoscritti ebraici di Qumran, l’interpretazione collettiva della figura del servo vedrà in lui la parte fedele di Israele che opera a favore degli altri e, in definitiva, di tutte le genti. Ad esse ora YHWH proclama le sue parole decisive sulla figura del suo “servo”.

Il popolo ha capito che, al di là delle apparenze che parlavano tutte contro di lui, il servo di YHWH mite e innocente ha dato la vita a favore dei suoi fratelli, ed è stato ucciso anche in rappresentanza di loro. “Avendo sofferto di persona/mē‘ămal napšô”, vedrà “una luce” (seguendo la variante di Qumran 1QIsb che aggiunge al Testo Masoretico il termine “luce/’ôr” e il greco della LXX che aggiunge “phōs/luce”). Il servo vedrà la luce della vita, “risorgerà” … Il giusto – anticipando, secondo il suggerimento della Biblia Hebraica Stuttgartensia in apparato, il “ṣaddîq/giusto” che segue – si sazierà della sua conoscenza.

Grazie all’“offerta sacrificale ed espiatoria di sé” (’āšām napšô), il servo si addosserà come un asino paziente il carico (yisbōl), le colpe del popolo e così “giustificherà/yaṣdîq” molti (= tutti…). Grazie a lui, sarà YHWH a “giustificarli”, a riportarli cioè alla fedeltà nel rapporto di alleanza che li legava a YHWH, rapporto che avevano infranto allontanandosi da lui.

Le moltitudini in eredità

YHWH annuncia (alle genti) che, “come parte che gli spetta darà al suo servo/’ăḥalleq-lô” una porzione fra i molti, fra coloro che sono ricchi per il bottino fatto dopo una battaglia vittoriosa.

Solo alla luce della risurrezione di Gesù Cristo queste parole trovano la loro realizzazione piena. Con la sua morte e il suo ritorno alla vita di Dio, egli porterà con sé il bottino dei prigionieri liberati (cf. Ef 4,8 «Per questo è detto: Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri [lett.: ha fatto prigioniera la prigionia], ha distribuito doni agli uomini» (cit. di Sal 68,18).

Tutto questo perché egli “ha denudato/scoperto/riversato/svuotato/he‘ĕrāh” “fino alla morte la sua vita/lammawet napšô” ed è stato annoverato fra gli “empi-colpevoli/pōše‘îm”.

Massima contraddizione fra “esterno” e “interno”, fra ciò che si vedeva esternamente e quello che rimaneva nascosto, fra l’apparenza esterna negativa e la verità intima delle cose costituita dalla donazione totale di sé da parte del servo. Paradosso tragico dell’incomprensione totale, dello stravolgimento della realtà. Sofferenza morale enorme, acutissima, per il servo e per chi lo amava… (sarà questa la causa delle lacrime di sangue di Gesù nel giardino del Getsemani? cf. Lc 22,44).

Nel Vangelo di Luca Gesù applicherà esplicitamente a sé il semiversetto di Is 53,12bb come chiave interpretativa globale autorevole per comprendere la sua vicenda terrena, e in modo particolar la sua morte e risurrezione (cf. Lc 22,37b: «Perché io vi dico: Deve compiersi in me questo che è scritto: E fu annoverato tra gli empi (anomōn/senza legge/illegali)”. Infatti ciò che mi riguarda volge al suo compimento/termine ha/telos echei”».

Guardando a Gesù crocifisso, si possono gustare in pienezza le parole ispirate del profeta e poste in bocca a YHWH a valutazione ultima sul suo servo. Dipingono Gesù: È stato annoverato far gli empi, mentre in realtà/in verità egli portava il peccato di “molti/rabbîm.

La mentalità semitica non oppone “uno” a “tutti” come fanno i greci, ma “pochi” a “tanti”, ma intendendo con questi ultimi “la moltitudine”, cioè tutti. Il servo “portava/nāśā’” su di sé – per “portarlo via/toglierlo” evidentemente – il peccato di molti, cioè quello di tutti. Questo poteva farlo perché egli, mentre viveva e moriva da innocente, “intercedeva/yipgîa‘” “per i colpevoli/lappōše‘îm”.

La verità

Al termine del drammatico dialogo, YHWH rivela quindi in pienezza la verità della figura del suo servo, il significato profondo della sua sofferenza e della sua morte e, infine, l’esito estremamente fecondo del suo patire solidale, intercessorio, rappresentativo, “espiatorio”.

Nel servo di YHWH si potrà vedere una figura individuale e/o una collettiva. Si potranno scorgere i lineamenti di un profeta inascoltato e perseguitato oppure la parte fedele e “innocente” di Israele contrapposta alla maggioranza del popolo infedele, con una funzione intercessoria ed espiatrice nei suoi confronti.

Sulla scorta di una “citazione di compimento/Erfüllungzitate” pronunciata da Gesù nell’Ultima Cena (cf. Lc 22,37), i cristiani vi vedono la dolce figura di Gesù, che integra in sé senza eliminarli, ma portandoli alla pienezza della loro opera, i profeti inascoltati e respinti con violenza, come pure anche l’Israele fedele che soffre (nell’esilio, ma non solo), insieme a e al posto di altri israeliti.

Solo YHWH può far emergere la verità delle cose e delle persone, spesso contro le apparenze e le valutazioni umane.

Ma che cos’è la verità?

Che cos’è la verità?

È la domanda che Pilato farà a Gesù a metà del suo percorso processuale nei suoi confronti (Gv 18,38), senza riceverne alcuna riposta. La passione e morte di Gesù raccontata dall’evangelista Giovanni sembra avere i contorni di un processo di veridizione della sua figura.

Lungo tutto il racconto evangelico nessuno conosce a fondo Gesù, nessuno sa di dove sia (pothen 2,9; 4,11; 7,27.28.40-53; 8,14; 9,29.3; 19,9). Molti fraintendono le sue parole e i suoi gesti. Al termine del segno della moltiplicazione dei pani lo identificano con «il profeta che deve venire nel mondo» (cf. Dt 8,15) e vogliono andare a “rapire/arpazein” Gesù per farlo re. Lui però fugge per nascondersi sul monte, da solo (cf. Gv 6,15). Nessuno degli scribi e dei farisei capisce le motivazioni del suo comportamento, quando proprio in un giorno di sabato guarisce un paralitico non in pericolo di vita (cf. Gv 5,1-18) o un cieco dalla nascita (Gv 9,1- 40). Secondo loro, Gesù è un peccatore (Gv 9,24) e non si sa di dove sia (Gv 9,30). Secondo loro, è un samaritano e un indemoniato (Gv 8, 48.51).

Negli ultimi giorni della sua vita Gesù potrà mostrare a tutti la verità delle sue affermazioni e dei suoi segni di salvezza. “Il mondo”, nell’accezione di insieme delle forze coalizzate contro di lui, dovrà riconoscere la verità della sua persona e della sua “pretesa” regale. Pilato fa scrivere in tre lingue a diffusione mondiale il titlon/titulus con la motivazione della condanna alla crocifissione di Gesù, che diceva: «Gesù il Nazareno, il re dei giudei» (Gv 19,19). Dovette perfino confermarlo a coloro che volevano correggere la dicitura: «Quello che ho scritto, è scritto (e resta scritto)/ho gegrapha gegrapha» (Gv 19,22).

Si fece innanzi

Nel “giardino/kēpos” (Gv 18,1.26; 19,41) al di là del Cedron, il gruppo di soldati e di guardie del tempio insegue un ricercato da arrestare (Gv 18,1-11), ma trovano l’accusato che si impone loro con sovranità regale. Gesù conosce tutto quello che deve accadergli (18,4), si fa innanzi/esce (allo scoperto)/exēlthen” e per due volte interroga la truppa su chi stiano cercando. Per tre volte egli afferma “io sono/egō eimi” (18,5.6.8), un’autoidentificazione che rimanda al nome divino (cf. Es 3,14). Ben più di quello che stanno cercando, Gesù il Nazareno.

La sovranità di conoscenza e di volontà getta a terra gli avversari, annichilendoli (Gv 18,5). Loro cercano un semplice uomo di Nazaret, benché famoso. Di fatto un re onnisciente e pienamente libero si consegna loro, liberando i propri discepoli.

L’evangelista Giovanni non teme di leggere in profondità le parole e i gesti di Gesù, e il suo resoconto, ben più che una registrazione stenografica dell’accaduto, ci restituisce la profondità e la verità della posta in gioco.

Una parola “libera”

Durante l’udienza informale di fronte al potentissimo ex sommo sacerdote Anna (in carica dal 6 al 15 d.C., dopodiché mette in cattedra ben quattro figli e un genero, Caifa), Gesù gli “ricorda” di non aver mai parlato in segreto e in un angolo oscuro della terra, tramando chissà contro chi, ma ha sempre insegnato “apertamente e con franchezza/parrēsia” nella sinagoga e nel tempio, luoghi pubblici e aperti a tutti. Non è un oscuro sovversivo, ma un annunciatore coraggioso della verità di YHWH/Il Padre nei luoghi ufficiali deputati alla preghiera e all’insegnamento del popolo, che può testimoniare a suo discarico. Un “promemoria” per Anna che costa a Gesù un manrovescio umiliante.

Gesù rivela il coraggio del profeta escatologico di YHWH, del Verbo fatto carne (1,14), della Luce che splende nelle tenebre (Gv 8,12). Un contrasto stridente col tradimento del pusillanime Pietro giù nel cortile (Gv 18,12-27).

Dentro/Fuori. Scene di verità regale

In una drammatica sequenza di sette scene che si svolgono tra un “fuori” (18,28-32 A.38b-40 C; 19,4-8 C’.13-16 A’) e un “dentro” (18,33-38a B; 19,1-3 X.9-12 B’) si compie un’altra fase della veridizione della persona di Gesù. Si giunge progressivamente a cogliere la verità profonda della sua vita, della sua parola, della sua persona.

Stando “fuori” (Gv 18,29) del pretorio per non contaminarsi e poter così celebrare in purità rituale la festa di Pasqua, “i giudei” – in questo caso i capi religiosi ostili a Gesù – accusano Gesù di fronte al prefetto Pilato di essere “uno che compie continuamente il male/houtōs kakon poiōn”.

La fedeltà troppo rigorosa alla Legge li ha portati al fanatismo di chiudere gli occhi di fronte alla realtà e di non saper vedere nelle guarigioni di Gesù (specialmente quelle compiute di sabato) la piena realizzazione dello scopo per il quale il sabato era stato istituito da YHWH: celebrare l’uomo immagine di Dio e fargli gustare il suo “riposo” e celebrare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.

Attribuire a una fonte maligna l’opera di bene compiuta da Gesù è bollato come opinione demoniaca da Gesù nel Vangelo di Marco (cf. Mc 3,22-30). Giuridicamente i giudei non hanno la potestas gladii, il potere di eseguire una pena capitale irrogata, ma sono ben felici di trovare il braccio secolare che lo può fare al loro posto.

Re Testimone della verità

“Dentro” (Gv 18,33), Pilato interroga Gesù sul suo essere re dei giudei, una titolatura politica impiegata dai pagani, mentre quella religiosa usata dagli ebrei sarebbe stata quella di “re di Israele”. Gesù conferma il suo essere re, ma non di un regno segnato e radicato qualitativamente nella logica mondana ostile a Dio (“quaggiù”, “mondo”).

Lo scopo per il quale Gesù è venuto nel mondo degli uomini (“mondo” qui inteso come realtà positiva creata da Dio: creato e uomini) è quello di rendere testimonianza alla parola di Dio, alla sua volontà, al suo volto e al suo cuore di Padre (cf. Gv 1,1-18 il Prologo del Vangelo di Giovanni). Gesù è re perché Rivelatore del Padre, Rivelatore della sua volontà di salvare gli uomini (cf. Gv 3,16).

Certo, la sua missione si attua mediante il potere di operare una “crisi discriminatoria/krisis” che culmina in una “sentenza giudiziaria/krima”, che di per sé è un autogiudizio degli uomini stessi. Gesù è il Rivelatore, e di fronte a lui bisogna decidersi, come di fronte a un faro che avanza nella nebbia o a uno spartineve che fende il manto nevoso che ricopre il binario ferroviario. O di qua, o di là. Tertium non datur.

La regalità di Gesù è legata alla verità del Padre e alla “verità” degli uomini, chiamati a diventare sempre più “figli/tekna” del Padre (Gv 1,12). I capi religiosi di Israele non hanno accettato in lui il Rivelatore del Padre, il compimento della Torah/Istruzione di YHWH. Nella passione e morte di Gesù avranno una chance decisiva per farlo.

Re senza colpa

Pilato non trova colpa alcuna in Gesù (19,38), ma i capi religiosi chiedono in dono la liberazione del brigante/terrorista/ribelle insurrezionista/istēs Barabba (18,40) e la condanna del “re dei giudei”.

In una scena “senza luogo” (ma di fatto “dentro” il pretorio, Gv 19,1-3) Gesù è fatto flagellare e irriso dai soldati con la “burla del re”. La sua tunica inconsutile, confezionata tutta di un pezzo, è sostituita da un irridente paludamento regale che si imponeva per un giorno per gioco a un condannato, prima di ucciderlo ferocemente. Schiaffi e irrisioni accompagnano la burla. “Ironia drammatica” dell’evangelista Giovanni, perché Gesù è in verità re! Senza volerlo, e contrariamente ai loro intenti, i soldati “adorano” il vero re.

“Fuori” (Gv 19,4), i capi religiosi e le guardie invocano la crocifissione e Pilato chiede loro che si prendano personalmente la responsabilità di questo atto fatale. Lui dice per ben due volte che in Gesù non trova colpa alcuna/oudemia aitian heuriskō/ouch heuriskō… aitian” in Gesù (19,4.6), una “causa/aitia” che sia il motivo giustificato da scrivere sulla tabella che sarebbe stata collocata al sopra della testa del condannato per rendere pubblica la causa della sua uccisione.

I capi religiosi accusano Gesù di essersi fatto Figlio di Dio (19,7), motivo sufficiente per la condanna a morte. Pilato – secondo l’evangelista Giovanni – “è preso da paura/ephobēthē”. (Più verosimilmente sta dicendo cinicamente quel che più gli conviene, per barcamenarsi ancora una volta in più nel suo rapporto con il mondo giudaico e per conservare ancora solido il suo scranno di potere politico-militare).

“Dentro” (19,9), Pilato chiede a Gesù di dove sia (pothen sy;” (19,9). È la domanda cruciale di tutto il vangelo. Gesù non risponde a chi non vuol ascoltare in profondità e verità. Gesù alla fine gli dice che Pilato non ha alcun “potere /exousia” su di lui, se non quello concesso dal Padre. Egli ha un progetto grande di salvezza, che passa anche attraverso l’ignavia e il cinismo politico di Pilato, oltre alla violenza di Stato. A lui preme “essere amico di Cesare”, e anche i capi religiosi sono pronti a vendere a lui la loro anima – che dovrebbe essere solo di YHWH – pur di vedere condannato un Re Testimone molto scomodo.

Re crocifisso

“Fuori” (19,13), Pilato “siede/ekathisen” in tribunale (o addirittura, secondo alcuni studiosi, “fa sedere” Gesù), e presenta due volte ai capi religiosi Gesù come loro re (Gv 19,14.15). Un cinismo e un sottile piacere sadico di sbeffeggiare il mondo religioso giudaico ben conosciuto da altre fonti come tipico di Pilato.

Chiedendo per l’ennesima volta la crocifissione del loro “re” Gesù – da loro rifiutato –, le autorità religiose arrivano a vendere definitivamente la loro anima al potere politico e militare pagano di Roma: «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,16).

Gesù, il re «non di questo mondo», è crocifisso. La Madre e il Discepolo Amato sono ai piedi della croce per ricevere il testamento di vita del re di Israele, il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio, la Luce del mondo.

Il re crocifisso come un delinquente che, secondo i capi, «fa sempre il male» (Gv 18,30), è in verità il Rivelatore del Padre, il re sovrano degli eventi che gli accadono. Egli si dona liberamente, è il Buon/Bel Pastore che “depone” volontariamente la sua vita per amore. Nessuno infatti può toglierla: è lui stesso che la depone per amore per poi riprenderla (cf. Gv 10,14-21; 13,1-11).

Il titulus, la tabella che indica la causa della sua uccisione – “Gesù Nazareno re dei giudei” – non è falso, ma dice ancora troppo poco della verità del re crocifisso.

Il Re Agnello pasquale

Gesù è spogliato del sue vesti, ma la sua tunica resta unita, come lo è la Chiesa che sboccia in primizia sotto la croce. L’affidamento reciproco del Principio Mariano e del Principio Amante è il lascito del Re crocifisso, il collante della vita ecclesiale dei testimoni, degli amici dello Sposo che muore (cf. Gv 3,25-30). Le ossa dell’Agnello pasquale non vengono rotte (cf. Gv 19,31-34). La sua morte riscatta sia il popolo che gli sta vicino che quello che da lontano lo guarda sconcertato, se non addirittura soddisfatto. Ma, alla fine, guardando al Crocifisso, tutti dovranno battersi il petto.

Tutto è compiuto per rivelare la Verità e il Volto del Padre (cf. Gv 1,18).

Il sangue della vita donata da Gesù e l’acqua della coscienza spirituale oblativa stilla sulla Chiesa che nasce. Il Re Sposo muore per gli amici, ma anche e soprattutto per i nemici.

È la Parasceve di Pasqua (cf. Gv 19,31), la vigilia concitata della grande festa del Riscatto, della liberazione. All’ora nona nella vasta zona templare si immolano gli agnelli da consumare poi nell’intimità delle famiglie.

L’Agnello pasquale crocifisso è la Verità ultima della Torah, della rivelazione progressiva del Padre nella storia di un popolo, di fronte alle genti del mondo intero.

La morte è stata accolta, “desiderata”: «… viene il principe di questo mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo…» (Gv 14,30b-31).

Ecco la verità dell’Agnello pasquale.

La verità del Re Testimone crocifisso.

Amo il Padre.

E, in lui, amo tutti voi, fino alla fine (cf. Gv 13,1).

La verità dell’Uomo del Venerdì Santo.

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