VI Per annum: La giustizia “eccessiva”

di: Roberto Mela

La prima lettura proposta dalla liturgia non è tratta, come normalmente siamo abituati ad ascoltare, dai libri del Pentateuco o dai libri storici che abbracciano i Profeti anteriori – di contenuto “storico” – e posteriori, conosciuti anche come “Profeti maggiori” e “minori”. Il libro del Siracide appartiene invece ai libri sapienziali.

Essi non narrano le meraviglie del Signore compiute nella storia della salvezza, ma l’arte del vivere bene, alla luce dell’istruzione religiosa ricevuta dai padri e facendo tesoro anche della sapienza umana. Dio si rivela, infatti, anche nel pensiero dell’uomo e nella sua capacità di elaborare sentieri di vita, di sapienza, di valutazione delle situazioni che possano portare al bene, sfuggendo alle vie più facili ma ingannevoli che non portano da nessuna parte.

Dio recupera anche i cammini all’indietro dell’uomo, i suoi dubbi e le sue angosce. La Bibbia è un vero specchio della nostra umanità. La sapienza propria di Dio, che è la sua vita d’amore pensata per l’uomo e per il creato, è partecipata alla creazione e agli uomini perché possano sempre scegliere per il meglio, nel rispetto della loro libertà, che, purtroppo, può essere anche usata male. Dio conosce tutto e ama il bene, la vita, l’ordine delle cose secondo la loro importanza in rapporto alla loro verità intrinseca.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte

Gesù ben (= figlio) Sira era un saggio di Gerusalemme, che ha aumentato la sua sapienza attingendo non solo al patrimonio di Israele, ma anche attraverso i suo viaggi e i contatti con altre culture. Raccolse il meglio delle sue riflessioni sapienziali nel 180 a.C., mentre suo nipote, nel 132 a.C. ad Alessandria d’Egitto, tradusse in greco l’opera del nonno, scritta originariamente in ebraico.

La sua opera fu ampiamente conosciuta e conobbe aggiunte e traduzioni varie, tra cui il siriaco e il latino. Due terzi dell’originale ebraico sono stati rinvenuti finora dagli studiosi e di essi si tiene conto nella traduzione. La Chiesa riconosce il volume come canonico, normativo, senza precisare la lingua o l’edizione lunga o breve. La Conferenza episcopale italiana ha scelto di seguire il testo greco del nipote di Ben Sira, la testimonianza più sicura del testo ebraico. Fin dal III secolo il libro era chiamato Ecclesiasticus, segno del suo uso nell’ambito liturgico ufficiale della Chiesa.

Dio partecipa all’uomo la sua sapienza, l’arte del vivere bene, ma – come già nel libro del Deuteronomio 11,26-28 – egli pone davanti agli uomini due vie, quella della vita e quella della morte. All’uomo spetta scegliere e, in un certo senso, “farsi vivere” (anche se di fatto è sempre la grazia di Dio che lo tiene in piedi e lo salva…). Di certo, Dio non può raccomandare il male e la morte, “fallire il bersaglio” (questo vuol dire in prima battuta “peccato”) per un tiro troppo corto lanciato dalla freccia della coscienza e della volontà.

Dio non vuole positivamente il male e il peccato, ma l’uomo resta sempre sua creatura e non sarà abbandonata in balìa di se stessa anche nel momento dell’errore. Un disegno d’amore più grande lo abbraccia e lo custodisce, pur preservando la libertà. E Dio soccorrerà l’uomo nella sua debolezza mortale inviando proprio un altro Gesù, stavolta il suo Figlio in persona…

La “giustizia” da praticare

Dopo il magnifico portale costituito dalle Beatitudini e il suo ampliamento con due detti – le metafore della luce e del sale –, il Discorso della Montagna (o meglio, “insegnamento”) tenuto da Gesù entra nel vivo della sua proposta di vita filiale. I versetti 5,17-20 sono decisivi per l’interpretazione non solo del Discorso della Montagna, ma della figura di Gesù e del suo insegnamento in rapporto al Primo o Antico Testamento. Sono realtà decisive per noi discepoli cristiani. Gesù non è venuto per abolire l’Antico Testamento, ma per portarlo a compimento. Il disegno di rivelazione del Padre al suo popolo Israele è progressivo e pedagogico e ha conosciuto varie tappe, con segni, gesti, insegnamenti, punizioni, liberazioni, ammonimenti, profezie, detti sapienziali…

Ora, la novità apportata da Gesù non è tanto nel contenuto del suo insegnamento, che pure è “rivoluzionario”, ma è costituita dalla sua stessa persona. Gesù è l’interprete definitivo, “escatologico”, messianico, ultimo, autorizzato come plenipotenziario a interpretare in pienezza la volontà originaria del Padre nel momento in cui ha fatto dono a Israele (e al mondo intero) della sua Torah (= insegnamento). Come Figlio di Dio, come Messia – non nuovo Mosè e ben più di Mosè –, ora egli rivela in modo definitivo la volontà del Padre (la sua “giustizia”) e il modo in cui i suoi figli possono e devono praticarla facendo la “giustizia”, cioè mettendo in pratica concretamente il volere di vita proposto dal Padre.

Gesù non è venuto ad abolire l’Antico Testamento. Vuole portarlo a compimento. Non nel senso di aggiungere chissà che cosa, di radicalizzarne le esigenze, nell’esacerbarne le richieste, nell’ampliare a dismisura le finezze giuridiche delle varie fattispecie morali e religiose che la vita può presentare. Egli è il Figlio del Padre, il Messia, e tutto l’insegnamento del passato è recuperato e filtrato dal suo cuore di Figlio, che, con le sue parole, azioni, scelte, silenzi, parole, sofferenze e, infine, con la sua morte redentrice ha la “pretesa” di interpretare la volontà originaria del Padre, l’intenzione profonda del Padre, quella dell’«in principio».

Niente di ciò che è avvenuto ed è stato detto prima della comparsa di Gesù è lasciato cadere; tutto però è recuperato, filtrato e vissuto in modo totalmente nuovo dal Figlio di Dio, Gesù. Questo suo “filtrato” non passerà mai, fino alla fine dei secoli e del mondo. Il compimento della volontà del Padre da parte di noi discepoli di Gesù (la nostra “giustizia”) deve essere «sovrabbondante di più/sovrabbondante in modo eccedente (perisseuein… pleion, v. 20) la misura raggiunta dagli scribi e dai farisei». La traduzione italiana usa il verbo “superare”, che evidentemente va compreso il meglio possibile.

La sovrabbondanza che Gesù chiede a noi suoi discepoli non è certo quantitativa, ma qualitativa. Deve raggiungere l’intenzione del cuore del Padre, per poter sfociare in una vita filiale che recupera a un altro livello il Primo Testamento. Non solo recupera, ma attualizza e supera (questo è lo schema seguito negli ultimi documenti pontifici riguardanti il rapporto tra AT e NT).

Il rapporto tra i due Testamenti è quello di un dialogo fitto e continuo fra di essi, di un andirivieni incessante, in cui la luce ultima e definitiva emerge dal confronto continuo. Ciò che era nascosto ora è svelato in pienezza, ma il nuovo non si può capire senza la storia e le categorie teologiche preparate da sempre dal Padre.

Ebbene, io vi dico…

Dopo gli importantissimi versetti 5,17-20, che esprimono le categorie interpretative per comprendere la novità e la qualità dell’insegnamento di Gesù, del rapporto tra Antico o Primo Testamento e Nuovo Testamento e della novità della “sovrabbondanza in modo eccedente” cristiana, Gesù (attraverso, l’opera di un vero autore quale quella dell’evangelista Matteo) offre sei esempi di “sovrabbondanza eccedente” del compimento della volontà di Dio interpretata escatologicamente e autoritativamente da Gesù, richiesta e resa possibile ai discepoli di Gesù risorto presente nella sua Chiesa.

Normalmente esse sono definite e conosciute erroneamente come “antitesi”. L’errore deriva dalla forza eccessiva data alla particella greca de (= “ebbene”, “d’altra parte”) con la quale Gesù introduce il suo insegnamento. Essa non ha la stessa forza di contrapposizione oppositiva espressa dalla particella greca alla (= “ma”).

Il contenuto stesso delle cosiddette “antitesi” mostra che, per lo più, non c’è contrapposizione/antitesi tra ciò che è stato detto dagli antichi e ciò che viene proposto da Gesù. Il de in questo caso ha un valore aggiuntivo, precisativo, esplicativo.

Gesù non vuole porsi su un livello giuridico e legislativo di radicalizzazione, derubricazione, abrogazione, aggiunta, miglioramento… Egli si pone a livello religioso di Figlio/figlio che si rapporta al cuore del Padre, alla sua volontà originaria nel dare il suo insegnamento, per corrispondervi al meglio in modo sovrabbondante,“eccedente”, per una vita piena e vera, quella che il Padre intendeva fin dal principio, originariamente. Una vita filiale.

Con il suo de (= “ebbene”, “d’altra parte”) Gesù precisa, riempie fino sopra l’orlo di senso, approfondisce, esplica, interiorizza, abroga una permissione mosaica, allarga a dismisura i confini di un dettato del passato, ma è il livello a cui egli si pone che è del tutto diverso da quello giuridico di una disputa per “superare” il modo farisaico e scribale di compiere la volontà del Padre.

Con i decisivi criteri interpretativi offerti da Gesù (attraverso l’evangelista Matteo che scrive con ogni probabilità per la sua Chiesa giudeo-cristiana di Antiochia) si hanno gli elementi per comprendere i primi quattro esempi di “sovrabbondanza eccedente” riportati dall’evangelista per esemplificare il perisseuein … pleion – sovrabbondare di più/sovrabbondare in modo eccedente proposto da Gesù (5,20) e da lui reso possibile ai suoi discepoli come Risorto presente nella sua Chiesa.

Gli esempi riportati riguardano il divieto di uccidere, il divieto dell’adulterio e quello del divorzio e, infine, quello sugli spergiuri/giuramenti. Gesù va al cuore delle situazioni presentate, cercando di cogliere dove batte il cuore del Padre suo e il suo stesso Cuore, per renderne partecipi i suoi discepoli, i figli di Dio.

Non bisogna tanto porsi sul piano giuridico, ma religioso. Cercare la “volontà/“giustizia” di Dio nascosta nel suo cuore. Lui pone davanti a noi la vita o la morte e ci dice sempre di scegliere la vita, il massimo della vita, il bene della vita, la verità della vita.

Egli desidera un cuore risanato nel profondo, così che possa non offendere il fratello, neppure desideri con atti concreti e programmati la donna altrui, rispetti il matrimonio senza cadere nella tragedia del divorzio proprio e quello probabile della moglie lasciata sola.

Il discorso fra discepoli non ha bisogno di richiedere con giuramenti, ad ogni momento, la presenza confermatrice di Dio negli affari umani. Non occorre giurare fra discepoli e fratelli veritieri. E pensare che un trattato intero, dei 63 della Mishnah ebraica del 200 d.C. circa – la prima raccolta giuridica del pensiero ebraico – sarà dedicata proprio ai giuramenti.

Il “compimento” primo e decisivo della “volontà/giustizia” del Padre è quello portato dalla persona di Gesù, il Figlio di Dio, il Messia. Al suo popolo, al popolo nuovo (non il “nuovo popolo”!), al popolo rinnovato, messianico, ora è proposta una vita, una fontana di vita che zampilla per la vita eterna. «Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano… Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai» (Sir 15,17.16).

Da parte nostra, noi scegliamo la sovrabbondanza dell’acqua di vita filiale scaturita dal cuore del Figlio (cf. Gv 7,37-39). La vita nello Spirito del Figlio di Dio è il nostro modo di compiere la “sovrabbondanza eccedente” richiestaci e donataci da Gesù risorto, da vivere con i fratelli e testimoni per tutti. È una vera vita “spericolata”, una vita “alla grande”.

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