VI di Pasqua: Gioia completa

di: Roberto Mela
La missione della Chiesa primitiva

L’incontro di Pietro e il centurione Cornelio a Cesarea Marittima occupa un ampio spazio nel racconto lucano degli Atti (At 10,1–11,18). Secondo l’esegeta Marguerat, specialista di questo testo, si possono distinguere quattro atti con sette scene.

Primo atto, a Cesarea (10,1-8): Cornelio è visitato. Scena 1 (10,1-8): la visione di Cornelio.

Secondo atto, a Joppe (10,9-23): Pietro interpellato. Scena 2 (10,9-16): l’estasi di Pietro; Scena 3 (10,17-23): gli inviati di Cornelio.

Terzo atto, a Cesarea (10,24-48): Pietro e Cornelio si incontrano. Scena 4 (10,24-33): Pietro e Cornelio faccia a faccia; Scena 5 (10,34-43): predicazione di Pietro; Scena 6 (10,44-48): irruzione dello Spirito.

Quarto atto, a Gerusalemme (11,1-18): Pietro davanti alla comunità. Scena 7 (11,1-18): apologia di Pietro.

La missione della Chiesa primitiva conosce tre ondate successive: l’esodo forzato dei credenti da Gerusalemme; il battesimo di Cornelio e della sua famiglia; la generalizzazione della missione ad opera di Paolo e Barnaba (At 13–14). L’evento del battesimo di Cornelio risuonerà nel sottofondo dell’assemblea cruciale di Gerusalemme (cf. At 15).

Apertura faticosa, nella continuità

Per Luca, l’evento di Cornelio ha un ruolo programmatico, uno statuto fondatore. Da pioniere della missione, Pietro ne diventa un iniziatore. Questa svolta nella storia della salvezza non è però opera di un’iniziativa carismatica individuale, ma parte da Dio stesso. Al posto di una sua legittimazione scritturale, Luca inserisce una serie di interventi soprannaturali che ne scandiscono il percorso. La resistenza al cambiamento non proviene dall’esterno della Chiesa, ma dal suo interno.

Un racconto di fondazione della Chiesa di Antiochia è stato unito a un altro racconto della tradizione: quello di fondazione della Chiesa composta da giudei e pagani.

 Luca ha un «trattamento episodico della storia, che erige gli episodi particolari in scene emblematiche… In realtà, tutto ci dice che per la cristianità nascente l’uscita dal suo spazio originario, il giudaismo, fu un processo lungo, conflittuale e diversificato… preferisco parlare di scelta storiografica. Luca semplifica… La risposta teologica consiste nel ricordare la forza dell’argomento di continuità nella costruzione lucana della storia: una tale novità poteva essere assunta solo da un “apostolo” nel senso lucano del termine, cioè da un compagno di vita del Nazareno, testimone della risurrezione (1,21-22). La credibilità teologica dell’apertura ai pagani esigeva imperativamente la garanzia del maggiore dei Dodici, che collegava la nuova fase della storia della salvezza alla precedente… Luca ha scelto di sviluppare la nascita del cristianesimo sull’asse Gerusalemme-Antiochia-Roma; perciò il suo racconto abbandonerà Pietro poco dopo la sorpresa di Cesarea per dedicarsi a colui che, dal suo punto di vista, ha sfruttato meglio la strada aperta dal compagno di Gesù: Paolo, l’inviato della Chiesa di Antiochia (13,1-3). Per la datazione dell’avvenimento si può prudentemente proporre il 33-36». (Marguerat).

Inammissibile

La lettura liturgica è un puzzle degli eventi e delle parole pronunciate nel fatidico incontro di Pietro, figura apicale del collegio dei Dodici, e il centurione Cornelio, pagano e pio simpatizzante del mondo giudaico. È il momento ufficiale e fondativo dell’apertura missionaria della Chiesa ai pagani, tramite il loro collegamento di simpatia con il mondo giudaico (i cosiddetti “timorati di Dio/sēbomenoi ton theon/phobumenoi ton theon”). Questa è stata la via provvidenziale pensata da Dio per l’espandersi missionario della sua Chiesa.

Cornelio va incontro a Pietro che “entra/eiselthen” in casa sua e, caduto a terra ai suoi piedi, “si prostra in adorazione/venerazione/prosekynēsen”, come è dovuto ad una persona di rango regale-divino.

Solo su ispirazione divina, e dopo vari tentennamenti, Pietro compie un grande passo innovativo, di apertura, che lo pone di fatto in stato di impurità rituale secondo il pensiero giudaico di cui tutto il gruppo dei discepoli di Gesù è ancora imbevuto e irretito. Fra l’altro, entra in casa di un militare inquadrato nell’esercito romano di occupazione della terra di Israele…

Con umiltà Pietro riconosce subito la sua comune umanità con Cornelio, e lo aiuta a rialzarsi/lo fa risorgere/ēgeiren, imponendogli, al contempo, di “rialzarsi/risorgere/anastēthi” personalmente dal suo stato in senso concreto (con una connotazione teologica da non escludere).

Pietro ricorda a Cornelio e ai presenti il divieto (“senza legge, senza regola, criminale/athemitos”) di contatti e di prossimità con chi non è della stessa tribù e della stessa nazione imposti ai giudei dalla legge di Mosè.

Usato solo qui e in 1Pt 4,3 l’aggettivo athemitos è applicato all’idolatria e nei testi postesilici indica ciò che viola le leggi rituali o ciò che è moralmente inammissibile (cf. 2Mac 6,5; 7,1; 10,34; 3Mac 5,20; Flavio Giuseppe, Bell. I,84.650.659); si oscilla tra il registro legale e il registro morale; riguarda «un’azione che sfida l’ordine divino (themis) dell’universo piuttosto che la legge (nomos)» (Wilson).

Il separatismo ebraico era praticato e conosciuto anche dai pagani. Di per sé, però, non è oggetto di alcun precetto della Torah. Sarebbe intollerabile per Luca, con il suo ideale di continuità nella storia della salvezza, affermare che la Torah è (anche parzialmente) abrogata.

Nessuna preferenza di persone

Nel v. 28, non letto nella liturgia, in dieci parole Pietro esprime il principio dell’universalismo cristiano e, ricordando le parole sentite dalla voce (dal cielo) durante la visione della tovaglia calata dall’alto, afferma: «A me Dio ha mostrato che nessun profano o impuro dire uomo» (lett.). Questa rivoluzione mentale è stata possibile a Pietro solo per rivelazione divina.

Dopo che Cornelio gli ha raccontato la terza delle quattro versioni della sua visione, nei vv. 34-35, Pietro chiarisce in che modo gli esseri umani trovano il loro posto davanti a questo Dio accogliente.

È il quinto discorso missionario di Pietro raccolto negli Atti. Questo ha la particolarità di essere rivolto a un uditorio pagano. Mescolando formulazione bibliche ed espressioni greche, Pietro (= Luca) espone un discorso missionario con uno schema abituale, incentrato sul Cristo e con una forte sottolineatura del tema dell’universalità (“tutto = pas” ricorre ben sette volte). A livello retorico e teologico lo schema del suo discorso può essere così descritto: vv. 34-36 Propositio: il Dio di tutti; vv. 37-39a Narratio I: Gesù inviato a Israele; vv. 39b-42 Narratio II: Kerygma pasquale; v. 43 Peroratio: Gesù, Signore universale.

Dio non fa preferenze di persone, è imparziale (ou prosōponlemptēs). «Pietro non argomenta in nome di una teologia della creazione, che fonderebbe un’uguaglianza antropologica, ma con la prospettiva del giudizio escatologico, che fissa le condizioni per l’accesso alla salvezza. Per essere ammessi alla salvezza, Dio non guarda all’apparenza, né all’appartenenza religiosa, né alla storia della persona» (Marguerat).

Gradito a Dio

Pietro rivela quindi positivamente ciò che è decisivo per la salvezza della persona di fronte a Dio. «Ma in ogni nazione chi lo teme e pratica la giustizia gli è gradito». L’accento di novità cade sul primo elemento “in ogni nazione/ethnos”). Esser gradito si riferiva nell’AT alle condizioni in base alle quali Dio accetta i sacrifici (Lv 1,3; 19,5; Is 56,7) o le preghiere dei giusti (Pr 15,8), o ancora i fedeli che praticano la giustizia (Pr 11,20; 16,7; 22,11; Gb 33,26; Sir 2,5).

Va ricordato però – come fa osservare Bovon, grande esperto della teologia lucana – che, a «differenza dell’AT, Luca non comprende la giustizia nel senso di obbedienza integrale alle prescrizioni della Torah, ma come osservanza di una Legge al tempo stesso spiritualizzata nella sua dimensione rituale e incentrata sugli imperativi morali» (cit. da Marguerat).

La frase di Pietro ben riassume il precetto di Dt 10,12-13 nella tradizione greca della LXX, ma l’«estensione del campo di applicazione a tutti gli uomini è veramente rivoluzionaria: essa decreta che, ormai, tutta l’umanità può beneficiare della rivelazione fatta da Dio a Israele» (Marguerat). Essa era già stata suggerita in 2,29 e 3,25, ma qui è fondata su un principio biblico. Non si invalida la priorità accordata a Israele nella storia della salvezza, ma se ne annulla l’esclusivismo.

Questa sconvolgente novità teologica – che non rinnega la continuità fondamentale con la storia di Israele – è volutamente espressa con termini tratti solamente dalla LXX, la traduzione greca della Bibbia. Cornelio è il prototipo del pagano gradito a Dio. At 10,12 lo avevano infatti presentato come «uomo giusto e timorato di Dio (dikaios kai phoboumenos ton theon)», qualità ribadite dall’angelo in 10,31.

Il seguito della predicazione dirà che la salvezza è un percorso che passa per la fede in Gesù.

Lo Spirito come a noi

Nel terzo atto, la scena 6 (vv. 44-48) descrive l’irruzione dello Spirito che scende sui presenti e li fa parlare “in lingue”. A ciò segue il battesimo di Cornelio e della sua casa nel nome di Gesù Cristo. L’ennesima “piccola Pentecoste” registrata negli Atti viene a sigillare il discorso di Pietro, ciò che egli «doveva dire» (cf. 10,22), «tutto ciò che il Signore gli aveva ordinato di dire» (cf. 10,33).

Gli astanti godono della stessa esperienza dell’effusione dello Spirito Santo goduta dai Dodici, da Maria e dai presenti nel Cenacolo durante la festa di Pentecoste (cf. At 2,1-11). Lo Spirito Santo fa parlare in lingue e lodare Dio. Pietro – assieme ai sei “fratelli” provenienti dal giudaismo che lo avevano accompagnato a Cesarea (sei più uno = sette, la pienezza della testimonianza) – non può negare il fatto che anche i pagani abbiano «ricevuto il dono dello Spirito Santo»; «hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi», precisa Pietro. Dove c’è la presenza dell’apostolo, c’è l’effusione dello Spirito, secondo l’autore degli Atti degli Apostoli. A prescindere se ciò avvenga prima (qui) o dopo la celebrazione del battesimo che immerge nel campo di possesso/appartenenza del nome/persona di Gesù Cristo (en onomati Iēsou Christou) (cf. i circa dodici giovanniti battezzati da Paolo a Efeso, At 19,1-7).

Niente può impedire la conclusione di un processo voluto e diretto da Dio, in continuità ampliata con la storia della salvezza incentrata finora su Israele. Paolo vi aveva giù riflettuto sopra due decenni prima, concludendo nella Lettera ai Romani: «Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome» (Rm 15,8-9, con citazione di Sal 18,50 LXX; 2Sam 22,50).

Un coraggioso e rivoluzionario passo in avanti è stato compiuto da Pietro, il capo del collegio dei Dodici, sotto la precisa regia divina.

Un allargamento di cuore onesto e generoso che, alla luce dello Spirito, impone alla Chiesa – oggi come ieri – passi di inculturazione e di accoglienza “indiscriminata”.

Rimanete nel mio amore

Proseguendo le applicazioni tratte dall’immagine della vite e dei tralci (Gv 15,1), Gesù comanda l’unica azione da scegliere, e non altre: “rimanete/meinate (imperativo aoristo) nel mio amore”. È l’amore proprio di Gesù, che ha una fonte trinitaria, la sorgente perenne del seno del Padre. Un amore sorgivo, effusivo, oblativo. Un amore nuovo, divino.

Il “rimanere” è però strettamente collegato e possibile solo unitamente al “custodire/conservare/attuare/ tērēsēte” i comandi di Gesù. Tēreō traduce spesso nella LXX il verbo ebraico “šāmar/custodire, osservare”, riferito ai comandi (miṣwôt) di YHWH. È interessante però, a livello spirituale, la necessità di “trattenere” nel cuore e nella volontà i comandi di Gesù, meditando sulla loro profondità, bellezza e verità. Senza precipitarsi subito sul “fare/ebr. ‘āśāh”, che potrebbe far nascere il pericolo del prassismo e, alla fine, del narcisismo spirituale.

Gesù per primo “ha custodito” i comandi del Padre (v. 10 tetērēka, tempo perfetto, che indica una continuità degli effetti fin nel presente di un’azione compiuta nel passato).

Come Gesù ha ricevuto vari comandi dal Padre (cf. Gv 10,18 “deporre la vita”; 12,49 cosa dire; 12,50 è vita eterna) – riassumibili però in uno solo, riassuntivo: “deporre la vita”), così anche Gesù dà in effetti un solo comandamento, quello dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12). Esso è “nuovo” perché è stato vissuto per primo da lui, l’Inviato dal Padre, fino al dono totale di sé. Chi custodisce/attua/tērēsēte i comandi di Gesù dimostra in concreto di amarlo in verità (cf. Gv 14,15.21).

Se si osserva, si rimane. Importante è la particella comparativa/modale “kathōs/come” del v. 10. Essa non esprime però solo un paragone, ma un fondamento. È “sul fondamento/kathōs” dell’osservanza da parte di Gesù dei comandi del Padre che noi discepoli di Gesù potremo custodire/attuare i comandi di Gesù e in tal modo “rimanere” in lui.

Non ci può essere solo una pura somiglianza imitativa. In noi discepoli c’è una partecipazione all’amore filiale di Gesù, basata sul fondamento previo della permanenza continua di Gesù nel Padre – immanenza reciproca – grazie all’osservanza spontanea e filiale delle sue prospettive salvifiche, del suo amore per gli uomini (cf. Gv 3,16 «Così infatti amò Dio il mondo, così che diede il Figlio Unigenito…», lett.).

Gioia “compiuta”

Tutto il parlare rivelativo di Gesù, dal valore permanente (lelalēka, perfetto greco), espresso nella sua vita pubblica tramite segni e discorsi, e ora nei “discorsi di addio”, ha come unica finalità la fissazione interiorizzata e stabile della gioia propria di Gesù (e del Padre, nello Spirito).

La vita divina come gioia! La presenza di Gesù e della sua parola, anche imperativa, come gioia! È una prospettiva totalmente positiva della vita spirituale, della vita eterna che comincia fin d’ora per il discepolo di Gesù. Il Figlio non vuole osservanti della Legge, ma fratelli che condividono per dono la sua stessa gioia di vivere da Figlio. Il comando dell’amore non è un’imposizione esterna, ma legge di vita umana endogena trasfigurata dalla vita filiale di Gesù.

L’amore non è legge, è vita. Assecondare la vita è vita, non è osservanza di una legge. La gioia del discepolo di Gesù non sarà self made, autocostruita, ma una gioia «portata a compimento (hina… plērōthēi, “passivum divinum”)» dal Dio della gioia. «Essere cristiani è “gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17), perché “all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato… Per cui alla carità segue sempre la gioia”» (papa Francesco, Gaudete et exsultate 122, con cit. di s. Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 70, a. 3).

Deporre la vita

Al v. 12, infatti, ritorna il kathōs fondativo, non comparativo-ideale. È “sul fondamento/kathōs” dell’amore preveniente di Gesù per gli uomini che questi potranno amarsi reciprocamente, mettendo così in pratica il “comandamento” di Gesù. Nessuno ha un amore più grande di colui che «depone (thēi<tithēmi) la propria vita (tēn psychēn autou) per gli amici». Gesù la “deporrà” come ha “deposto” le sue vesti nella Cena dell’addio (Gv 13,4), vero pastore buono e bello che “depone” la vita (Gv 10,11.17.18) per le pecore del suo gregge e delle altre che condurrà fuori da altri ovili.

L’amore più grande, quello di Gesù, lui lo vivrà amando addirittura i nemici e “deponendo” la propria vita per loro. «Tutto è compiuto» delle Scritture e del piano di Dio, riconoscerà Gesù nel momento in cui egli starà per consegnare lo Spirito dalla croce (Gv 19,30).

E il torrente di sangue e di acqua che usciranno dal suo costato, il lato destro del tempio del suo corpo, non si fermeranno certo solo alla Madre e al Discepolo Amato, il germoglio della Chiesa. Esso raggiungerà la valle deserta dell’Araba e risanerà anche la vita morta del Mar Morto, il Mare del Sale. Le piante che vi cresceranno sulle rive produrranno dodici raccolti all’anno e le loro foglie serviranno da medicina per gli uomini (cf. Ez 47,1-12). Esso raggiungerà anche i nemici e i confini della terra, sia per salvare “la nazione” sia per radunare in unità i figli di Dio che erano stati e rimangono dispersi (ta tekna tou theou ta dieskorpismena, cf. Gv 11,52).

Amici scelti

Gesù “depone” la propria vita per gli amici e per i nemici. Gli amici sono coloro che mettono in pratica l’unico comandamento che sta a cuore all’Amico, il Maestro, il Signore (cf. Gv 13,13). Sono amici perché obbediscono alla legge di vita che è l’amore oblativo e per questo Gesù ha con loro una consonanza sia kyriale – da Signore – sia amicale.

Gesù ha aperto loro il proprio cuore facendo noto ad essi (gnōrizō) la sua intimità filiale col Padre, ogni dialogo d’amore oblativo che lo Spirito tesse fra l’Eterna Origine e l’Inviato. I discepoli di Gesù non sono come i discepoli dei rabbi ebrei del tempo. Non loro hanno scelto il proprio maestro, ma è stato Gesù a sceglierli per sé (exelexamēn<aor. medio di eklegomai) fra altri, con criteri a noi sconosciuti.

Innestati nella vite autentica e genuina (Gv 15,1), lo scopo unico della vita degli “amici” di Gesù – coloro che “sanno tutto” di Gesù e del Padre, nello Spirito – è quello di “partirsene/hypagete” (in continuità, cong. presente) e portare un frutto duraturo, che “rimane” perché vero, divino, proveniente dall’alto/nuovo (anō; cf. Gv 8,23: «E diceva loro: “Voi siete di quaggiù [hymeis ek tōn katō este], io sono di lassù [egō ek tōn anō eimi]; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo”»).

Espansione della Trinità sulla terra. Lievito trinitario impastato nel corpo ecclesiale e nel mondo degli uomini. La scelta di Gesù porta i suoi discepoli nel vortice della Trinità. Il loro frutto sarà espandere l’unità fra i figli di Dio (cf. Gv 11,52). Gli “amici” di Gesù saranno messi in grado di ottenere da lui ogni cosa chiesta al Padre in consonanza filiale con lui.

Tutte queste cose il Signore Gesù, l’Amico, il Maestro e il Signore le comanda per un solo scopo: perché i discepoli possano amarsi reciprocamente.

Deposizione della vita, ascolto della Parola, consonanza di vita trinitaria, missione dai frutti duraturi, preghiera esaudita.

La linfa vitale fluisce vorticosa nel vitigno DOC.

Sarà un’annata eccezionale, quest’anno.

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