VII Per annum: Cosa fate di “eccessivo”?

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La lettura evangelica odierna conclude la serie di sei esempi di “compimenti/superamenti” proposti da Gesù ai suoi discepoli e, tendenzialmente, a tutte le folle che ascoltano da un cerchio più esterno, rispetto alla Torah del Primo/Antico Testamento. Anche il puro accostamento al dettato della prima lettura, tratta dal libro del Levitico, dovrebbe convincere anche i più dubbiosi della non correttezza della denominazione “antitesi” data ai sei pronunciamenti di Gesù con i quali egli (= Matteo) intende esemplificare ciò che Gesù richiede ai suoi discepoli quanto a un compimento della volontà del Padre (= “giustizia”) che superi in modo eccedente (perisseuein… pleion, v. 20) quello praticato da scribi e farisei. Il commento al brano evangelico di domenica scorsa ha cercato di mettere in luce proprio un approccio ermeneutico più corretto, decisivo per comprendere la volontà di Gesù e, in senso più ampio, il corretto rapporto tra Antico/Primo Testamento e Nuovo Testamento.

Amore “vero”

Lv 19 segna un vertice dell’insegnamento etico-religioso del Primo Testamento, anche se ancora ristretto nell’ambito del proprio ambiente religioso condiviso e rassicurante del clan, della tribù, del popolo di Israele. L’appello di partenza non si dirige subito alla coscienza morale dell’israelita ma, come spesso avviene, da un “cappello” introduttivo, spesso di natura storico-salvifica, che illustra la natura e l’azione preveniente di YHWH nei confronti del suo popolo.

YHWH proclama solennemente la sua natura di “santità”. Egli è totalmente altro, diverso, superiore, alternativo, qualitativamente diverso da ogni essere creato, possedendo una natura di pienezza di amore che rende le sue “vie”, i suoi ragionamenti, le sue azioni distanti e diverse da quelle degli uomini, quanto il cielo sovrasta la terra (cf. Is 55,9). Come avverrà nel Nuovo Testamento (Gesù, Paolo, Giovanni ecc.), l’imperativo è sempre preceduto da un indicativo.

La santità di YHWH non è solo una base di partenza, un esempio da imitare, ma un fondamento su cui poggiare e una fonte sempre gorgogliante e disponibile per il credente. È un “perché” non solo esemplare, ma fondazionale, come lo è il “come” (hōs) che ricorre tante volte nel Vangelo di Giovanni (cf. Gv 15,9.10.12: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come [= sul fondamento] io ho amato voi»). Sulla base e con la forza comunicata da YHWH ai suoi fedeli è possibile amare il fratello con un percorso di verità e di grazia.

Lv 18 unisce l’amore al dibattito veritativo che ponga la riconciliazione e l’amore fraterno su una base indispensabile di verità. Se manca questa, il tutto è avvolto nella nebbie dell’incertezza, della non chiarezza, della non genuinità.

Il primo passo per amare il fratello in un eventuale contesto di incomprensione, di litigio o addirittura di “odio” è quello della ricerca sincera della verità. «Rimprovera apertamente il tuo prossimo», dice il testo. Così il grande esegeta Schökel spiega l’uso verbale: «Indica un discorso volto a stabilire un dibattito, la ragione o il torto; in un giudizio, il diritto o la colpevolezza; normalmente persegue il riconoscimento della parte che sbaglia… In un contesto neutro, uno rimprovera un altro, facendogli vedere e riconoscere il suo errore o colpa; rimproverare, riprendere, avvisare, ammonire, rinfacciare». In un contesto giudiziario, bilaterale o trilaterale, assumerà accezioni ancora più specifiche.

L’amore cerca la riconciliazione nella verità, non nell’abbraccio fusionale falsamente amoroso con il quale si copre tutto, senza guarire le radici (che altrimenti faranno rispuntare a suo tempo senz’altro i propri velenosi rametti…). L’amore è contro la falsità, richiede la verità perché l’eventuale colpevole riconosca la propria colpa, passaggio necessario per un riscatto vero nel proprio cammino personale (che può comprendere anche momenti di restrizione della libertà personale in vista di un recupero secondo una giustizia non puramente retributiva, ma restaurativa e restitutiva che rispetti nella verità vittima e offensore).

L’amore e il perdono non sono contro la verità e la giustizia, come spesso tante persone rinfacciano ai cristiani… L’amore è contro la vendetta e l’odio, ma non esclude la verità e l’eventuale irrogazione di una giusta pena che abbia come scopo la riabilitazione e la reintegrazione della persona nella comunità. L’odio, il rancore, le cose non chiarite mai completamente – anche fra coniugi, parenti e amici – portano a una vita infelice e triste, prima che non “santa”, divina.

L’amore che ama il fratello come si vuole (non narcisisticamente) bene alla propria persona è fondamento di una vita personale e sociale serena e vera, ma per il credente richiede sempre una forza “divina” che lo renda possibile. Il verbo ebraico non allude solo a un puro sentimento ma a una serie di atti concreti che dimostrino “alleanza” fra le parti. Un re vassallo “amava” il suo conquistatore mettendo in atto una serie di atti concreti di subordinazione (denaro, soldati, territori, donne…). Un “amore” vero e concreto, non c’è che dire.

Amore “eccessivo”

La lettura evangelica mostra chiaramente come Gesù non sia venuto ad abrogare la Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento (plerōsai, 5,17), richiedendo ai suoi discepoli (e tendenzialmente alle folle più distanti e al mondo intero, se lo vorrà…) un compimento della volontà di Dio (= “giustizia”) che superi in eccedenza qualitativa quella degli scribi e dei farisei.

Il quinto dei sei esempi di compimento/superamento eccedente riguarda la legge del taglione, il sesto amplia invece il concetto di prossimo e richiede l’amore, la preghiera e il “saluto” (all’orientale, può durare una settimana di banchetti…) addirittura per il “nemico”… L’accostamento al testo del Levitico evidenzia l’assenza di “antitesi” nell’insegnamento di Gesù rispetto a quello, quanto il “dialogo di andirivieni” fra Primo/Antico e Nuovo Testamento.

La legge del taglione – l’imposizione al colpevole di una pena corrispondente e proporzionata/talis alla colpa commessa –, non è una legge barbara, ma un istituto giuridico inteso a frenare la vendetta, la giustizia privata, sbrigativa, irrazionale, sproporzionata. Esemplare, nella sua negatività, la giustizia arbitraria, animalesca e sproporzionata esercitata da Lamech: «Ho ucciso un uomo per una scalfittura, e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette» (Gen 4,23-24). La legge del taglione, sulla scorta anche del Codice di Hammurabi del 1800 a.C., voleva porre un freno a questo tipo di esercizio della giustizia (cf. Es 21,24: «occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede»; Lv 24,19.20; Dt 19,21). Si deve riconoscere che, di fatto, la giustizia moderna si basa ancora su questo principio, esercitato nella pratica in maniera più o meno adeguata e rispettosa dell’umanità del reo (e del rispetto verso le vittime). Non tutte le legislazioni prevedono però, come filosofia giuridica ispirante, il fatto che la pena inflitta sia in vista del recupero della persona, e non invece una pura reclusione di un reo/problema in un sistema chiuso che “protegga” la società, emarginando e abbandonando il reo al suo destino e al puro trascorrere del tempo.

Il sesto e ultimo esempio di “giustizia (= compimento della volontà del Padre) eccessiva, eccedente/superamento” enunciato da Gesù richiede l’amore non solo per il prossimo, il proprio correligionario e compatriota, ma anche per il “nemico”. In nessun testo dell’Antico/Primo Testamento è riportato il comando di “odiare i nemici”. Certamente, però, il detto esprime e riassume bene l’atteggiamento complessivo provato dagli israeliti verso i popoli pagani, i gôyim, bollati come idolatri, spesso chiamati “cani” e perennemente impuri rispetto alla santità richiesta da YHWH. Casi di aiuto richiesti nei confronti del “nemico” sono presenti però anche nell’AT: occorre riportare al “nemico” il suo bue o il suo asino che si fossero persi (cf. Es 23,4), aiutare “il nemico” a far risollevare il suo asino accasciato a terra per il carico eccessivo (cf. Es 23,5; Dt 22,4, o portando eventualmente l’animale in un riparo sicuro in attesa che il legittimo proprietario si faccia vivo (cf. Dt 22,1-3).

In entrambi gli esempi fatti da Gesù si può vedere come egli si ponga a livello non giuridico, ma religioso. Egli vuole intercettare il cuore del Padre suo, incarnato in quello del suo Figlio e condiviso con i discepoli nel sospiro amoroso dello Spirito. È il Padre al centro del Discorso/insegnamento del Monte (cf. la posizione centrale della preghiera del Padre nostro nel DM).

Gesù chiede ai suoi discepoli, a noi: «Cosa fate (come singoli e come comunità intera!) di “perisson/eccedente/eccessivo, strabordante”», rispetto al pensiero comune della maggioranza, dello sbraitare scriteriato, animalesco, forcaiolo e narrow minded dei post e dei tweet, anche se di presidenziale provenienza? Il discepolo di Gesù, nella sua sequela umile e orante, in compagnia dei suoi fratelli, riceve la forza di assimilare, e non solo di imitare, il cuore del Padre rivelato escatologicamente dalla persona, dall’insegnamento e dalla prassi di Gesù di Nazaret. Il Padre non cerca puramente una giustizia distributiva che funzioni in modo perfetto – dando ciascuno il suo –, ma richiede e dona una vita filiale che crei dell’umanità una famiglia di fratelli, di veri figli di Dio, che non solo lo sono, ma sono riconosciuti anche esternamente come tali (v. 45).

Il primo passo che il Padre dà la capacità ai suoi figli di fare è quello di pregare per il “nemico”, affidando la persona e le situazioni difficili al Padre, perché converta i cuori dei violenti e rafforzi l’animo e i percorsi pacificatori dei discepoli di Gesù. Anche il reo è figlio di Dio. Il secondo passo che il discepolo riceve in dono dal padre di compiere è quello di non porsi sullo stesso piano del violento, di non cedere e condividerne la logica “mondana”. Non è tipico dei deboli perdenti, ma dei veri “forti miti”, la resistenza nonviolenta attiva che “smonta” il ragionamento e il comportamento violento con un pensiero e un’azione che all’arrendevolezza “mite” – che non si fa complicità col male, ma dialogo con la persona che ha commesso il male – aggiunge il ragionamento, il dialogo, la ricerca delle cause e dei veri rimedi profondi alle situazioni di disagio e di disaccordo.

Il non reagire con violenza ma con la forza dell’amore e del ragionamento che cerca la verità, “smonta” e “svelenisce” il cuore del fratello e la situazione nel suo complesso, togliendo ossigeno al fuoco che arde e portando vita e riconciliazione dove si intravedono solo risposte violente o ci si accontenta di una pura giustizia retributiva.

Il “perisson/eccedenza eccessiva” è la “differenza cristiana” – qualitativa e non quantitativa o giuridicamente più accurata –, che dà luce e sale al mondo degli uomini, perché attinge alla perfezione non tanto morale, quanto d’amore, del cuore del Padre. La sorgente dell’agire “eccessivamente differente” del discepolo rispetto ai “pagani (idolatri)” è l’amore misericordioso, immeritato, preveniente, gratuito, indiscriminato, inclusivo del Padre verso tutte le sue creature e i suoi figli: cattivi (nominati per primi!) e buoni, giusti e ingiusti. Nel suo cuore e nel suo agire verso gli uomini il Padre non segue un codice legislativo o un criterio del do ut des, ti dò tanto in risposta a tanto… Il suo è il codice del gratuito, il codice della vita che crea vita, il codice di chi accompagna nella verità per far crescere e non condanna seguendo pedissequamente una legge, che pure è intesa a mantenere in vita gli uomini.

Ma la legge non dà la vita là dove non c’è più. La legge non può creare la vita, al massimo la può proteggere e prolungarla là dove il lucignolo è ancora fumigante. Non si può vivere senza la gratuità, il dono a fondo perduto, la vittoria sul male con il bene (cf. Rm 12,21: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene»). La perfezione di Dio e del discepolo di Gesù non è tanto di tipo morale, ma religioso, d’amore misericordioso. «Siate santi perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2), comanda YHWH. «Siate perfetti (nell’amore misericordioso, gratuito, inclusivo) come è perfetto il Padre vostro celeste», chiede con forza Gesù (Mt 5,48), certamente non in “antitesi” o puro “superamento” dell’AT. La perfezione del Padre, di Gesù e quella richiesta ai discepoli coincide con la perfezione della misericordia ricordata nel versetto parallelo del Vangelo di Luca (Lc 6,36).

Il Discorso/insegnamento del Monte non è un insegnamento etico, ma un percorso di vita, di “legamento”/religioso al cuore del Padre di Gesù e padre degli uomini. I discepoli di Gesù chiedono e si sforzano di viverlo con intensità, in un cammino che non è mai compiuto una volta per sempre o immediato («Signora, so che lei è cristiana; perdona chi gli ha ucciso oggi suo marito?», a volte chiede il brillante cronista…). Ogni discepolo ha i propri tempi nel cammino della vita cristiana, ma la tensione è comune con quella degli altri fratelli cristiani.

E così il Discorso/insegnamento del Monte pervaderà progressivamente i cuori e le menti, le culture e le filosofie del diritto dei popoli, per rinnovare – con i tempi di Dio – la faccia della terra. Certo la Chiesa non è il regno di Dio, ma una primizia profumata e gustosa, dove si può e si deve poter assaporare una vita nuova, serena, gioiosa, partecipe, e se Dio vuole, sempre… “eccessiva”.

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