VII Per annum: Dov’è il tuo gratuito?

di: Roberto Mela
Monarchia contestata, Saul depresso e Davide bandito

Dopo aver narrato la nascita e la gioventù di Samuele (1Sam 1,1–7,17), l’autore, che ha presieduto alla redazione conclusiva dei due libri di Samuele – dalla nascita del profeta questi due libri giungono a coprire il periodo del censimento attuato da Davide –, si dilunga a descrivere l’istituzione dibattuta della monarchia, tratteggiando a lungo le figure e il ruolo avuto in questo frangente da parte di Saul e di Samuele (1Sam 8,1–15,35).

La seconda parte del Primo libro di Samuele si concentra invece sulle figure di Saul e di Davide (1Sam 16,1–31,13) e sul loro travagliato rapporto di odio e di amore.

Al racconto dell’ascesa di Davide e della sua unzione regale (16,1-23) segue quello delle vicende di Davide, buon pastore, e della sua vittoria contro il gigante filisteo Golia (17,1–18,5).

Mentre la gelosia di Saul monta contro Davide, a questi viene data in sposa la figlia stessa del re, Mical («Chi come Dio?», 18,6-30).

A un primo tentativo di Saul, affetto da sindrome depressiva e da mania di persecuzione, di eliminare Davide ne succederanno altri (19,1-24), nonostante il fatto che Davide cerchi di curare la depressione del re persino con la musicoterapia. Alla lancia di Saul fugge con la sua agilità (19,8-10), nella perquisizione notturna dei suoi alloggi viene salvato dall’amore inventivo dalla moglie Mical…, la figlia del re! (19,11-17).

Davide è il giusto perseguitato senza motivo.

È costretto ad una vita sul chi va là, ad una fuga continua.

Alla fine, Davide viene definitivamente allontanato dalla corte, mentre lui prometterà che nel futuro risparmierà la famiglia di Gionata – figlio del re suo avversario ma, allo stesso tempo, suo grande amico – che ne favorisce la partenza (20,1-34). Dio rimarrà per sempre tra Gionata e Davide (20,35–21,1).

Davide diventa un bandito (21,2–28,2), un capetto mafioso di un branco di sbandati nullafacenti che protegge le greggi dei filistei, vagando fra i loro territori con razzie, saccheggi e massacri vari, perpetrati anche contro gli stessi filistei.

Davide conferma nuovamente il suo patto di amicizia con Gionata, mentre gli abitanti di Zif – villaggio situato a circa sette chilometri a sud-est di Hebron (gande città situata a 38 chilometri a sud di Gerusalemme, a 935 metri s.l.m.) – offrono un leale aiuto al re Saul.

La mia mano ti ha “perdonato”

Davide risparmia una prima volta la vita al re totalmente indifeso, colto alla sprovvista in una caverna a En Ghedi in una situazione imbarazzante (24,1-23). Taglia un lembo del mantello di Saul, ma si guarda bene dallo stendere la mano contro il consacrato del Signore (24,7; cf. 26,9.23; 2Sam 1,14).

Una volta arrivato a distanza di sicurezza, David rinfaccia a Saul – con rispetto – il fatto che avrebbe potuto ucciderlo con facilità, come gli avevano consigliato, ma non ha steso le mani sul consacrato del Signore, suo signore egli stesso, perché “ha avuto pietà di lui/wattḥāḥās ‘ālêkā” (senza correggere il TM e considerando soggetto di 3a pers. femm. “la mia mano”). La mano di Davide, la sua potenza operativa, ha avuto compassione, si è “impietosita” di Saul e lo ha “perdonato”. Davide non ha agito in maniera spietata, inesorabile, secondo una ben comprensibile collera giudiziale (cf. voce “ḥûs” nel dizionario di L. Alonso Schökel).

Davide non ha alcun motivo di contesa nei confronti di Saul. Non ha commesso alcun male, né ha peccato contro di lui né ha coltivato ribellione alcuna. Il Signore sia giudice tra lui e Saul in questa vicenda – sentenzia saggiamente Davide – e gli faccia giustizia nei suoi confronti. La sua mano non sarà mai contro di lui. Il Signore faccia da giudice, fra i due, veda e difenda la causa di Davide (cf. 1Sam 24,11-16). Davide non si farà mai giustizia da solo, anche se ne avrebbe tutti i giusti motivi e avesse avuto la possibilità concreta di farlo.

Dopo la morte di Samuele e il matrimonio con Abigail, la moglie saggia dello stupido Nabal (“lo Stolto”) (25,1-44), Davide si trova nuovamente a dover fuggire dalla caccia spietata lanciatagli da Saul nel deserto di Zif, mentre si trova rintanato sulla altura di Keila.

In questo frangente Davide risparmia la vita di Saul per la seconda volta (26,1-13), ricevendone la benedizione riconoscente (26,14-25).

Non uccidere il consacrato di YHWH!

Con tremila uomini Saul cerca di stanare David e i suoi quattrocento banditi nella porzione del deserto di Giuda che da Zif (situato a circa 850 metri s.l.m.) in poco più di 20 chilometri scende a precipizio per ripidi wadi verso la depressione del Mar Morto (- 415 metri s.l.m.).

Davide e il fido Abisài, figlio di Seruià, fratello di Ioab (futuro generale dell’esercito di Davide) decidono per un’ardita incursione notturna fra le tende del re (26,1-7). Questo a dimostrazione ulteriore delle proprie capacità belliche di “agente speciale”.

Giunti al capezzale del re profondamente addormentato fra le sue truppe guidate da Abner, Abisài vorrebbe uccidere Saul con un solo colpo di lancia bene assestato, che lo inchiodi a terra. Abisài riconosce che è stato Dio stesso a “mettere nelle mani (dopo averlo bloccato/rinchiuso)/siggar” di Davide il suo nemico (non menziona però il nome Saul e il fatto che sia il re!). Davide vieta ad Abisài di uccidere Saul, in quanto egli è e rimane per sempre “il consacrato/unto/messia del Signore/mešîaḥ YHWH” (26,9) e nessuno è mai rimasto impunito di quanti hanno steso la mano contro uno come lui.

Davide riconosce che Saul appartiene a YHWH che lo ha scelto e consacrato tramite il profeta Samuele. Davide è stato costretto a diventare un bandito, ma non si spinge a violare il tabù di uccidere l’uomo che YHWH ha scelto e consacrato re di Israele. Saul è un “uomo di Dio” anche lui, appartiene a YHWH, e continua a esserlo benché lo stia perseguitando a morte senza un motivo valido.

Davide riconosce chi o che cosa solamente possa porre fine alla vita di Saul senza incorrere nella punizione di YHWH. I vv. 10-11, non letti nella liturgia, meritano di essere riportati: «Per la vita del Signore, solo il Signore lo colpirà o perché arriverà il suo giorno e morirà o perché scenderà in battaglia e sarà tolto di mezzo. Il Signore mi guardi dallo stendere la mano sul consacrato del Signore! Ora prendi la lancia che sta presso il suo capo e la brocca dell’acqua e andiamocene». È una convinzione profonda che segna il cuore di Davide (cf. 1Sam 24,11).

Un uomo valoroso, un guerriero, un uomo consacrato a Dio deve morire solamente per tre motivi: morte naturale, punizione diretta del Signore, morte valorosa in battaglia. Un consacrato a Dio non può essere ucciso per nessun motivo e un guerriero valoroso non può essere ucciso nel sonno!

Davide punirà infatti con la morte immediata l’amalecita che gli riferisce di aver finito con la spada per un senso di pietà il re Saul moribondo sul monte Gèlboe, rimproverandolo aspramente: «Come non hai temuto di stendere la mano per uccidere il consacrato del Signore?». Stessa sorte Davide infliggerà ai due capi di bande beniaminiti Baanà e Recab che avevano decapitato proditoriamente Is-Baal, figlio storpio di Saul proclamato re da Abner, mentre faceva la siesta in casa sua, a Macanaim nel territorio di Gàlaad. Ai due uomini che gli avevano portato in dono come prova della loro azione la testa dell’ucciso, un re potenzialmente nemico, Davide rimprovera sdegnato l’uccisione «di un giusto in casa mentre dormiva» (2Sam 4,11). Li fa uccidere, tagliare loro le mani e i piedi e fa appendere i loro corpi come deterrente presso la piscina di Ebron (cf. 2Sam 4,12).

Il Signore sia giudice tra me e te

Davide e Abisài portano via la lancia e la brocca d’acqua di Saul e, arrivati a debita distanza, irridono il generale Abner e la sua truppa per la mancata sorveglianza sulla sicurezza del re, loro signore e consacrato del Signore (v. 16).

Saul sente la voce di Davide, lo chiama “figlio mio” (v. 17; cf. 1Sam 24, 17ss, dove segue il pianto di Saul, segno di fragilità affettiva e debilitazione depressiva con sbalzi d’umore). Davide gli risponde identificandosi e chiede per tre volte il motivo per il quale Saul lo perseguiti a morte.

Davide non è un imbelle. Spiega le proprie ragioni, difende la sua buona causa e le sue intenzioni, cerca la “verità” nella vicenda. Che male c’è in lui? Se è il Signore a eccitarlo contro Davide, un’offerta sacrificale accompagnata da incenso lo possa placare. Se, invece, sono gli uomini a farlo, siano maledetti, perché lo costringono a vagare in terra di idolatri (v. 19).

Saul gli risponde riconoscendo di aver e peccato, di essersi comportato da sciocco e di essersi completamente ingannato nei suoi confronti e gli chiede di ritornare da lui (v. 21). Davide gli augura che come la vita di Saul è stata preziosa agli occhi di Davide, così la propria vita sia preziosa agli occhi del Signore (senza nominare Saul!) ed egli lo liberi da ogni male (senza nominare Saul!: eccetto i presenti…).

Saul benedice Davide e gli assicura pieno successo in tutto ciò che compirà in futuro (26,25).

Davide se ne va per la sua strada (senza tanti baci e abbracci da happy end americano) e Saul se ne torna alla sua dimora (pacificato e guarito dentro?).

Tardēmāh

Sia nella grotta di En Ghedi (1Sam 24) che nell’incursione notturna nell’accampamento (1Sam 26) Davide ha risparmiato Saul. Ha risparmiato chi lo perseguitava ingiustamente. La sua mano «si è impietosita» e lo ha «perdonato» (wattḥāḥās, 1Sam 24,11).

L’autore del libro nota però – con un’intrusione tipica dell’autore onnisciente – che Saul e tutto l’accampamento dormivano profondamente perché il Signore aveva inviato su loro un torpore profondo, una tardēmāh (v. 12). Il termine compare solo sei volte nell’AT (Gen 2,21; 15,12; Gb 4,13; 33,15; Pr 19,15 e Is 29,10). Colpiscono le due ricorrenze di Gen 2,21 e 15,12.

Nel momento della “costruzione” (wayyibēn, 2,22) della donna dal fianco dell’’ādām, YHWH Dio fa scendere su di lui una tardēmāh che circondi il prodigio creativo della nascita della donna dall’uomo (Gen 2,21). L’’ādām è inerte e inconsapevole al momento del prodigio divino della creazione della donna.

Nel frangente della stipulazione dell’alleanza – praticamente unilaterale da parte di YHWH e quindi in pratica la stipulazione di una promessa –, YHWH fa scendere su Abramo una tardēmāh (Gen 15,12). L’alleanza tra YHWH e Abramo non è frutto di collaborazione alla pari, ma un prodigio pattizio unilaterale di grazia sovrabbondante e stordente l’uomo. Di fatto, sola la torcia di fuoco di YHWH passa tra gli animali squartati in segno di alleanza («accada a me come a questi animali squartati se verrò meno all’alleanza»). Abramo è inerte e inconsapevole di fronte al prodigio divino della promessa pattizia gratuita di YHWH.

Perdono e benedizione

Voglio pensare che, se Davide non ha ceduto al consiglio di Abisài di trafiggere al suolo Saul con un solo colpo di lancia, invece di lasciarlo sopravvivere, è perché una tardēmāh divina proteggeva come un alone il perdono di Davide, rendendo possibile il prodigio di grazia della misericordia da parte del “bandito mafioso”, molto ardua per la sola forza dell’uomo. La grazia perdonante di YHWH accompagnava la grandezza di cuore di Davide e avvolgeva tutti in un’ombra di grazia creativa, perdonante e misericordiosa, che va al di là della pura giustizia e collera giudiziale, lasciando a Dio il giudizio ultimo sulla verità della cose e del cuore dell’uomo.

Voglio pensare che la tardēmāh divina ha impedito l’uccisione di un colpevole – che sarebbe stata comprensibile e più che giustificata umanamente, pareggiando perfettamente le realtà in campo –, ha creato una grandezza di cuore, un perdono e un rispetto nei confronti di una persona consacrata a Dio – come lo è ogni uomo che nasce sulla terra… –, e ha fatto nascere la benedizione di Saul, povero re, consacrato a YHWH ma perseguitato anche lui dalle proprie ombre di depressione e di manie di persecuzione.

Il duplice “perdono” nei confronti di Saul (1Sam 24,1-23; 26,25) ha richiesto al “bandito” Davide una grande forza morale e una profonda convinzione religiosa circa Saul quale consacrato al Signore, al quale lasciar l’ultimo giudizio insindacabile sulle vicende umane. Il perdono ha richiesto maggiore forza rispetto a quella necessaria a farsi giustizia umana da solo, ancorché giustificata («lascia che lo inchiodi a terra con la lancia in un solo colpo», 1Sam 26,9).

Il perdono non ha raggiunto un misero pareggio, ma ha vinto con un largo punteggio.

Il perdono ha impedito la morte, ha prolungato la vita, ha affidato la vita del nemico ad un’istanza giudiziaria infallibile perché superiore a quella puramente umana, ha “recuperato” e “riabilitato” l’avversario e ha creato l’ambiente vitale per la nascita della benedizione dal profondo del suo stesso cuore.

Perdono batte giustizia umana cinque a zero.

Davide non è un povero imbelle.

Ha combattuto una buona battaglia è l’ha vinta alla grande.

È quello che vuole anche Gesù.

Dov’è il gratuito?

Varcato lo splendido portale delle Beatitudini (Lc 6,20-26), il discorso «pianeggiante» (v.17) da “impossibile” (“Vivere le Beatitudini”) si fa solo un po’ “arduo”, ma tutto sommato più abbordabile…

“Quale grazia è a voi?/poia hymin charis estin;” domanda Gesù per ben tre volte (vv. 32.33.34) ai suoi discepoli (v. 20) e, tendenzialmente, alla folla che lo ascolta e che cerca di toccarlo per essere guarita (v. 19). «“Che tipo/che qualità/poia” di grazia è a voi?» chiede Gesù, strutturando attorno a questa domanda-principio di fondo tutto il suo ragionamento e le sue richieste successive.

L’evangelista Luca è il migliore scrittore in greco del Nuovo Testamento. Ma non sono assenti in lui dei tratti di greco ellenistico semitizzante, ben comprensibile dato l’uditorio al quale si rivolge.

La lingua ebraica non ha il verbo “avere”. Al suo posto si usa la circonlocuzione che impiega il verbo “essere”: “è a me” equivale a dire “io ho” (questo è il modo di esprimersi anche in ebraico moderno).

Questa precisazione è fondamentale per giustificare la mia traduzione, totalmente diversa rispetto a quella della CEI 2008 «Quale gratitudine vi è dovuta?». Secondo il mio parere, essa è incoerente col contesto, incongruente e fuorviante.

Tradurre invece “Quale tipo di grazia è a voi/Quale qualità di gratuito avete?” equivale infatti a domandare: “Che cosa avete/fate di gratuito?”.

Unicuique suum

Gesù domanda ai suoi discepoli di tutti i tempi non tanto «quale gratitudine sia loro dovuta» (!) oggettivamente, ma di quale qualità sia la loro grazia/gratuità attiva con la quale essi si rapportano alle persone e alle vicende che pongono gravi difficoltà nella vita relazionale a livello familiare, ecclesiale, sociale, politico, economico…

Gesù ha appena annunciato le Beatitudini, la promessa di felicità certa per coloro che accolgono il regno di Dio che viene in lui e che perciò trasfigura tutte le situazioni tragiche in cui possono trovarsi gli uomini di tutti i tempi. A chi si apre a Gesù è possibile vivere questa felicità fin d’ora. Lo Spirito Santo darà lavoro la forza necessaria (cf. At 2,11ss: cf. Gal 5,18-23).

Se tu ti apri a me, dice Gesù, sei felice anche proprio dentro le tue difficoltà, perché io sono dalla tua parte, e ti prendo sulle mie spalle.

Gratis. Così come sei messo. Non si paga niente.

Saldamente issato gratuitamente sulle mie spalle tu potrai essere e vivere la gratuità, esplicitare all’esterno la gratuità di cui sei stato fatto oggetto fin nelle tue più intime fibre.

Accolto, sostenuto, portato gratuitamente da me nel cammino della vita – dice sempre Gesù ai suoi discepoli –, ti sarà perfettamente comprensibile, anche se difficile da mettere in pratica, che la gratuità è possibile, vincente, rigenerante.

Hai capito – dice sempre Gesù ai suoi – che la vita non si può reggere sulla pura legge del do ut des, della pura giustizia distributiva e retributiva fondata sul dare a ciascuno il suo, il famoso suum cuique tribuere che si trova in Domizio Ulpiano (Tiro, 170 circa d.C. – Roma, 228 d.C.), da cui il più sintetico unicuique suum, uno fra i principali precetti del diritto romano, concetto che viene adottato anche dallo Stato platonico.

Gratuità attiva, creativa, “alternativa”

La novità del regno che Gesù è venuto a portare ai suoi discepoli è quella di superare il puramente dovuto, ciò che è il giusto secondo gli uomini, fra cui anche la giustizia penale elaborata dalle società umane per rendere possibile una serena convivenza tra i cittadini di ogni specie.

Nel Vangelo secondo Matteo Gesù parlerà del perisson, del “di più/speciale/sovrabbondante” che i discepoli sono chiamati a vivere rispetto al proprio ambiente e alla mentalità ivi dominante (cf. Mt 5, 20.47 perisseuein/perisson).

L’evangelista Luca preferisce il linguaggio della “gratuità/gratuito/charis”, affine a quello impiegato da Matteo per esplicitare il pensiero innovativo di Gesù, linguaggio del Regno, linguaggio “divino”.

Gesù esplicita con vari esempi i campi di esercizio della gratuità.

Essa si manifesta come amore verso i nemici, cioè a fare del bene a coloro che ci odiano.

Si vede nel benedire coloro che ci maledicono, cioè nel pregare per coloro che ci maltrattano.

La gratuità trasforma la pura legge del taglione e del “pareggio” con la potente forza morale e spirituale che supera il “pareggio” cercando la “vittoria” nel creare vita, perdono, recupero, affidamento della propria causa a Dio. L’esempio del comportamento di Davide nei confronti del re Saul in 1Sam 26 è uno splendido esempio (siamo sicuri di parlare di Antico Testamento?!?) della messa in pratica prolettica, anticipata della parole di Gesù.

L’alternativa: non-violenza attiva, prestiti a fondo perduto, amore gratuito

La logica del regno di Dio portato da Gesù, vissuta per primo con eccellenza proprio da lui, viene esemplificata nel campo della violenza, dei prestiti finanziari, dell’amore verso i nemici.

Le parole di Gesù domandano una diversità, un’alternativa, una qualità diversa che connoti i movimenti del cuore dei discepoli di Gesù nei confronti del loro prossimo rispetto alla pura logica umana che vige nelle normali relazioni interpersonali. Esse sono rette dalla mera giustizia umana, dalla buona educazione, dal buon senso, dal do ut des, dalla convenienza economica, sociale, dai rapporti commerciali da salvaguardare anche passando sopra alle persone, dalla fedeltà alle alleanze stipulate, dalla maggiorazione dei profitti ad ogni costo…

Senza sperare nulla, vedendo l’invisibile

L’amore dei nemici e la non-violenza attiva troveranno le loro difficili vie umane di realizzazione, passo dopo passo, con la pazienza diplomatica, la preveggenza illuminata e saggia della politica alta, salvaguardando la difesa dei più deboli, dei popoli oppressi, degli interessi di terze persone. Ma esse non dovranno mai cessare di striare del loro colore l’animo dei discepoli di Gesù. Il loro non è un animo imbelle e ingiustamente remissivo, un animo perdente in partenza, uno scarto che rimane ai margini e indietro rispetto agli inganni della vita sociale e politica del proprio tempo.

La forza morale che spezza il cerchio infernale della violenza e della frigida lex talionis, che svelenisce i rapporti violenti fra gli uomini e recupera le persone e le situazioni, richiede forza ben più grande che non quella necessaria a reagire colpo su colpo, secondo la pura legge del taglione, se non addirittura con la rappresaglia e la vedetta indiscriminata.

Forza morale e religiosa, potenza dello Spirito Santo, sguardo oltre l’ostacolo, visione larga e preveggente tesa alla realizzazione del bene comune ispireranno la ragioni del comportamento del discepolo di Gesù a livello interpersonale, familiare, ecclesiale e, tendenzialmente, a quello vasto della vita degli uomini e delle nazioni a tutti i livelli.

Il discepolo di Gesù vive vedendo l’invisibile.

Vede il Regno, vede la Chiesa crescere come lievito di un mondo nuovo, il Regno del Padre.

Dona la speranza perduta.

Nelle sue orecchie nel cuore risuona la domanda di Gesù: “Di che qualità è il tuo gratuito?”.

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