XIII Per annum: Tu annuncia il Regno!

di: Roberto Mela
Vocazione articolata

Il ciclo dedicato al profeta Elia abbraccia la fine di 1Re e l’inizio di 2Re (1Re 17,1–2Re 1,18) e comprende un inizio (17,1–19,21), la guerra aramea e la continuazione del ciclo di Elia (1Re 20,1–21,29), la guerra aramea e la conclusione del ciclo di Elia (1Re 22,1–2Re 1,18).

Al termine della sua esperienza di YHWH all’Oreb/Sinai, assorbito dentro un’aura celestiale in cui sentì la «voce di un sottile silenzio» (1Re 19,12), Elia riceve una vocazione articolata in tre mandati, in cui ha giocato però anche la mano del redattore finale deuteronomista del libro dei Re. Di fatto Elia compirà solo l’ultima parte del compito ricevuto…

In 1Re 19,15-16a, non letti nella liturgia, YHWH comanda a Elia di tornare verso nord, da cui era partito in tutta fretta per fuggire dalla regina Gezabele, e inoltrarsi nel “deserto di Damasco”, un’espressione sintetica per descrivere il vasto territorio desertico che si estende dalla Transgiordania alla Siria interna.

Elia è un nuovo Mosè, che ha dovuto ripercorrere le esperienze della grande guida di Israele a partire dalla sua vocazione al roveto ardente (Es 3,1ss) e dal suo incontro con YHWH per ricevere le Dieci Parole (Es 19,1ss).

Ora Elia deve rifare un lungo percorso per andare dapprima a ungere Cazaèl quale re di Damasco. È un compito strano: ungere un re come sovrano dei nemici che puniranno Israele, come strumento in mano ai disegni superiori di YHWH (cf. v. 17). Di fatto, a svolgere questo compito sarà il suo discepolo Eliseo, che sembra suggerire la salita al trono di Cazaèl. Eliseo non riceverà in un discorso diretto una missione da parte di YHWH. Egli dirà a Cazaèl solamente di aver ricevuto una rivelazione da parte del Signore (2Re 8,13).

Per quanto riguarda il secondo mandato, a ungere Ieu quale re di Israele (841-814 a.C.) – il regno del Nord, quindi, con capitale Samaria –, di fatto non sarà né Elia né Eliseo, ma un discepolo di quest’ultimo su suo comando (2Re 9,1-10).

Ieu diventerà anche lui uno strumento nelle mani di YHWH per punire Israele: usurperà il potere, ucciderà il re di Israele Ioram (848-841 a.C.) e quello di Giuda Acazia (841 a.C.), assassinerà crudelmente Gezabele, massacrerà la famiglia reale di Israele, scannerà su un’unica pietra settanta fratellastri, ucciderà a sangue freddo i sacerdoti e i profeti di Baal, e compirà altre azioni poco esemplari (cf. 2Re 9,14–10,27)… Il terribile castigo preannunciato al v. 17 sarà mitigato di fatto nel v. 18, dove si preannuncia che YHWH si riserverà settemila uomini come un “resto” fedele che non si è piegato sulle ginocchia per adorare falsi dèi, lanciando loro dei baci.

L’autore deuteronomista di 1-2Re pone tutti gli eventi sotto il nome di Elia considerato come il profeta per eccellenza che anticipa il senso della storia futura, anche se due terzi dei mandati ricevuti da YHWH saranno compiuti da altri. Elia compirà in prima persona il terzo comando: ungere come profeta al posto suo Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà (nel quinto distretto salomonico, cf. 1Re 4,12), da identificare forse con Khirbet Tel el-Hilu, sotto la pianura di Izreel e a nord di Tirza (Tell el-Fara), a ovest del Giordano, o con il sito di wadi el-Malih, a circa 20 km a sud di Bet Shean.

Eliseo

Dopo un lungo e faticoso viaggio (quasi 600 km), di cui non si dice alcun particolare, Elia arriva nel villaggio di Eliseo (“’Ĕlîša‘/Dio [è] salvezza”). Questi appare come un agricoltore benestante. Ara il terreno con dodici coppie di buoi, mentre egli guida con la mano la dodicesima. Senza nulla dire, autorevolmente, lasciando che il gesto sia a parlare da solo, Elia si avvicina a Eliseo e gli getta sopra il proprio mantello (’addartô), distintivo del profeta (cf. Zc 13,4). «Anticamente si pensava che le vesti o qualunque oggetto appartenente ad una persona rappresentassero questa persona e celassero qualche cosa della sua forza. Elia con questo gesto rivolgeva una chiamata profetica a Eliseo. Cf. 2Re 2,13-14; 4,29-31; Lc 8,44; At 19,11» (TOB, nota b a 1Re 19,19).

Elia compie «un gesto simbolico che indica un passaggio di poteri legati alla sacralità del mantello (cf. 2Re 2, 8.13-14, ove ha proprietà miracolose), ma anche appropriazione per conto di Dio, come in questo caso, per una missione» (M. Nobile). Con un rito diverso, anche Mosè aveva compiuto un passaggio di poteri nei confronti di Giosuè (cf. Nm 27,18-23; Dt 34,9; cf. anche Sir 46,1).

L’idea di qualità miracolose connesse al mantello era diffusa nel Vicino Oriente antico e se ne ritrova una prova archeologica nei rituali assiri, nel regno di Mari e in un graffito in greco di una tomba fenicia. Mc 5,25-34 testimonia al meglio questa concezione nell’episodio della guarigione della donna emorroissa. Il mantello di Elia ereditato da Eliseo non ha però poteri magici, perché, quando egli aprirà il Giordano, sarà già entrato in possesso dei due terzi dello spirito di Elia (cf. 2Re 2,19.14).

Che cosa (grande) ti ho fatto!

Eliseo abbandona immediatamente i buoi, la sua condizione di pacifico agricoltore benestante e, non solo segue Elia, ma gli “corse dietro/wayyāroṣ ’aḥărê”). Obbedienza “militare”, risposta pronta al solo gesto imperioso e, forse, dovuta anche al presentimento della decisività della figura di colui che lo chiamava al suo seguito. A lui promette pronta sequela, gli giura di accettare di sconvolgere la propria vita e di volersi aprire a un futuro sconosciuto e incerto, dopo però aver salutato i genitori, il suo passato, le sue radici sicure. Elia lo concede, Gesù non concederà (Lc 9,61-62). Non per maleducazione, ma per decisività e urgenza escatologica della chiamata evangelica a una sequela che partecipi radicalmente alla vita itinerante di Gesù che annuncia il regno di Dio.

«Che cosa (grande) ti ho fatto!», ricorda Elia a Eliseo. È la peculiarità stupefacente di un gesto che esprime la “consacrazione” di Eliseo (a YHWH attraverso la sequela del suo profeta Elia).

Lēk šûb/Va’ torna”, comanda Elia a Eliseo. «Va’ per un momento nel mondo del tuo passato, delle tue radici, ma torna subito», pare dirgli. «Inuovo ti aspetta. Va’, ma “convertiti/šûb’”, “fa” un’inversione di marcia/šûb’ nel tuo percorso umano. Sarà più quel che troverai di quello che stai lasciando. Non troverai te stesso, troverai YHWH che ti attira a sé. Dovrai seminare parola di YHWH e poi arare il terreno dei cuori umani con gesti profetici che chiamano a conversione e ad amare solo YHWH».

Carne al popolo, sequela al profeta

Eliseo si congeda dalla famiglia ma anche dal suo clan, dai suoi parenti e vicini, conoscenti e amici. Si prende del tempo. Elabora una svolta decisiva della sua vita. I tempi non sono stretti. La comunità è generosamente resa partecipe della gioia per il cambio di vita che riempie di gioia Eliseo. Egli vuole partecipare a tutti la propria felicità di seguire più da vicino il suo Signore, integralmente, con la sua vita, col suo corpo e il suo animo. Parte del suo passato viene bruciata, parte della sua sicurezza va in fumo per esprimere gioia, comunione, taglio netto col passato, ripartenza con strumenti nuovi fra le mani per vivere e far vivere gli altri.

La gioia del banchetto ha termine. Bisogna alzarsi e andare. Prendere nelle mani la propria vita nuova, ma senza trattenerla. Metterla nelle mani di YHWH attraverso il suo profeta, al cui servizio mettersi come discepolo: wayešāretēhû.

YHWH chiama le persone a servire solo lui, sorgente di vita, unico Dio a cui donarsi. Israele custodirà gelosamente il monoteismo e un suo grande campione è propria Elia, e il suo discepolo Eliseo.

La promessa si trasmette. L’alleanza rinverdisce e scava sempre più a fondo.

Continuità trasfigurata.

Verrà il profeta definitivo.

Rivela pienamente il volto del Padre (cf. Gv 1,18).

La sua chiamata sarà decisiva: “Che cosa (grande) ho fatto per te!”.

Va’ e torna!

Faccia dura, cuore grande

Il lungo viaggio, unico per i Vangeli sinottici, che Gesù compie dalla Galilea a Gerusalemme è a una svolta decisiva. Siamo al centro letterario del racconto di Luca. I giorni della splendida primavera galilaica, piena di successi ma finita nel cul du sac della sua tremenda crisi (cf. Gv 6,59-66), volgono al termine. Gesù prende una ferma decisione: “fece il volto duro/to prosōpon estērisen” verso Gerusalemme, come il profeta Ezechiele verso il suo popolo, una genia di ribelli (cf. Ez 3,8-9). I giorni dell’“assunzione/analēmpsis” di Gesù (cf. At 2,2.11) – a Gerusalemme, perché un profeta non può morire fuori di Gerusalemme (cf. Lc 13,33) – stanno per essere portati al loro compimento (da Dio!): en tōi sumplērousthai (Lc 9,51; cf. At 2,1).

Gesù decide di salire dalla Galilea a Gerusalemme. Potrebbe scegliere la strada lungo la fossa del Giordano, il ghor, ma decide deliberatamente di attraversare il territorio ostile dei samaritani, i “cugini bastardi” degli ebrei, che hanno (avuto) il loro tempio sul monte Garizim, distrutto però nel 128 a.C. da Giovanni Ircano.

Gli “angeli messaggeri/aggelous” inviati da Gesù non vengono ricevuti perché rappresentano come ambasciatori colui che li ha inviati e il suo “volto/persona/prosōpon” è rivolto a Gerusalemme, mentre la Samaria è per lui solo un luogo di passaggio.

Persona non gradita, Gesù. Da incenerire seduta stante, da sciogliere nell’acido, i samaritani, secondo i focosi “figli del tuono” Giacomo e Giovanni (cf. Mc 3,17).

Gesù è però, come sempre, “avanti” rispetto ai suoi e deve voltarsi per rimproverarli aspramente. Un altro villaggio forse sarà più accogliente. Non si deve necessariamente fare di tutta un’erba un fascio. Sarà infatti solo un lebbroso samaritano, “purificato”, a tornare, guarito, a ringraziare con fede Gesù che se ne andava verso Gerusalemme (cf. Lc 17,11). E sarà salvato, non solo “purificato”… (cf. Lc 17,11-19).

Gesù attraversa volutamente la Samaria. Quel che non è assunto non è salvato, diranno padri della Chiesa. E Gesù che sale a Gerusalemme vuole “assumere” tutti nella sua “assunzione”.

Faccia, dura, cuore grande. Cuore di redentore.

Volpi e aratri

Mentre se ne vanno sulla loro “via” (uno dei nomi che prenderà il movimento suscitato da Gesù (cf. At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22.), si presenta il caso di tre potenziali discepoli.

Due persone si offrono di seguire Gesù. Il primo gli mostra disponibilità totale a seguirlo nei suoi spostamenti. Il secondo è disponibile alla sequela e in più lo riconosce come “Signore” della sua vita (Cristo risorto, per l’evangelista Luca che scrive il Vangelo).

Al primo discepolo potenziale Gesù prospetta una vita itinerante, senza sicurezze, incerta di trovare alla sera un capezzale dove posare il capo al riparo delle intemperie. Vita più grama delle stesse volpi del deserto, ancor più aleatoria di quella degli uccelli…

Il secondo subordina la sua sequela all’osservanza del comandamento di onorare i genitori, congedandosi educatamente da loro. In fondo, il focoso profeta Elia l’aveva permesso al suo futuro erede Eliseo (cf. 1Re 19,20). Gesù è più radicale. Non vuole certo infrangere una delle Dieci Parole di YHWH. Ma “onorare/rendere pesante/lekabbēd” i propri genitori non deve significare incertezza di passi, ondeggiamenti, riserve mentali, ricerca di consenso e di appoggio, deresponsabilizzazione. I genitori sono la radice, il passato che lancia verso il futuro, un arco che scocca la freccia lontano.

Chi lavora seriamente nei campi guarda sempre avanti quando ara il terreno, per fare un lavoro fatto bene, a regola d’arte. Quel giorno ha preso una decisione, fin dal mattino (probabilmente dalla sera precedente…): oggi aro! E, quando si ara, si guarda sempre avanti, per tenere la riga dritta, per vedere chiaramente il lavoro che resta da fare prima di sera. Non si guarda indietro – ogni momento, magari – sul lavoro già fatto, per crogiolarsi, e dirsi che, in fondo, per oggi, può bastare…

Chi ara ha un progetto, guarda avanti. Il tempo stringe. Il lavoro è importante, vitale: si tratta di mettere sotto terra il seme già sparso in superficie (così si faceva ai tempi di Gesù). Non si può sperperare il seme perché lo becchino gli uccelli del cielo e gli animali che vagano liberi in cerca di cibo…

Animo! Sempre avanti. Barra dritta. Lanci lunghi e pedalare.

I morti ai morti

In mezzo ai due che si offrono (A vv. 57-58; A’ vv. 61-62), ci sta uno che Gesù stesso chiama (B vv. 59-60). Forse Gesù aveva visto il suo viso un po’ abbattuto, compunto, venato di tristezza. Il padre è appena morto, e lui deve ancora seppellirlo. Ha sentito però che quel giorno sarebbe passato per il villaggio il Maestro di Nazaret e non vuole perdere l’occasione di vederlo e ascoltarlo. Gesù ha occhi anche per lui. Gli rivolge la parola, una parola tutta per lui. Gli comanda di seguirlo, di mettersi alla sua sequela fra i discepoli che lo seguono nella vita di profeta itinerante.

L’uomo chiede a Gesù il permesso di seppellire prima il padre, un dovere che ha la precedenza su ogni altro obbligo religioso, considerato dalla tradizione religiosa ebraica un atto di amore obbligatorio.

Gesù provoca. Anche ora non vuole essere maleducato, sfacciato, incurante dei sentimenti umani e dei doveri religiosi verso le persone più care della propria famiglia, protetti specificatamente da una delle Dieci Parole dette da YHWH sul Sinai. «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu, da parte tua, “venuto via/apelthōn”, annuncia il regno di Dio».

Non è una parola “umana”, quella di Gesù, ma una chiamata “divina”.

Due mondi diversi, in cui il secondo ha la precedenza e deve illuminare il primo. Il primo fonda il secondo, lo sorregge perché non vacilli e resti stabile per sempre. Il regno di Dio è la vita piena, vita e luce insieme. La vita per i vivi, la vita per chi vuol trovare la vera vita.

I vivi che vogliono vivere come vogliono gli uomini sono solo morti che camminano. Sono incapsulati in un mondo chiuso a Dio, un mondo che pretende di autofondarsi, di autosalvarsi. Ma uno non può tirarsi su prendendosi per i capelli (peggio ancora se uno non li ha…).

Un mondo puramente umano è in preda alla logica del più forte, del più ricco, di chi ha la possibilità di farsi sentire, di diffondere il suo pensiero e di inondare di fake news la mente degli altri, avvelenando i pozzi della conoscenza, della verità, della felicità. Questo mondo è un morto che si agita per niente. È un mondo che deve esser lasciato morire. Che i morti viventi si seppelliscano fra di loro, tristi compagni di merenda. Trilaterale infernale, segreto gruppo Bilderberg, G7 di zombi.

Una cosa grande faccio per te: va’ e annuncia il Regno!

Gesù chiama con forte esigenza escatologica, definitiva. C’è un compito che non può aspettare. Il tempo stringe. La vita deve vincere. Gli uomini non possono più andare avanti con logiche puramente mondane. L’entropia sarà velocizzata, il gelo attanaglierà i cuori, gli animi saranno rinserrarti nel sospetto, nella paura reciproca, nella difesa a oltranza del proprio “spazio vitale”. Tutt’intorno si vedranno solo nemici. Si chiudono i porti e si alzano i muri.

Il campo degli uomini va arato. Il seme del vangelo va seppellito perché marcisca e doni frutto duraturo. Il frutto della vita di Dio, vita vera degli uomini. Vita di amore, condivisione, solidarietà fraterna, comunione, assunzione in prima persona del cammino dei più fragili e degli impoveriti. C’è una logica divina da annunciare, una vita divina da testimoniare.

Il cielo non sarà più grigio sopra Berlino. Una vita alternativa è possibile. Il mondo di Dio in mezzo al mondo degli uomini. Il seme del Regno arato sotto la terra degli uomini. Fermento di vita nuova, mai vista prima. Vita che viene da fuori, dono che viene dall’alto. Vita che umilia la morte. Vita che seppellisce per sempre un mondo rinchiuso tristemente in se stesso.

Tu, da parte tua, per quanto spetta a te, andato via da questo mondo, annuncia un altro mondo, annuncia il mondo di Dio, il regno di Dio.

Tuo padre sarà contento di te.

La terra gli sarà lieve.

La terra di Dio.

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