XIV Per annum: Il rischio di rimanere senza casa

di: Fernando Armellini

Il politico abile gestisce sempre con accortezza i rapporti con la struttura religiosa: non la combatte, ma la blandisce, cerca di farsela alleata, perché sa che il suddito religioso è più affidabile e anche il più devoto, se si riesce a convincerlo che sostenere l’ordine stabilito equivale a promuovere il regno di Dio.

Chi detiene il potere si oppone a ciò che sovverte l’equilibrio della società o dell’istituzione; raggiunge il suo obiettivo quando fa recepire l’idea che esiste un’equazione fra ciò che normalmente si pensa e il messaggio evangelico, fra i principi dettati dalla morale corrente e i valori predicati da Cristo, fra le beatitudini del mondo e quelle della montagna.

È una strategia subdola nella quale, spesso in buona fede, molti cristiani vengono coinvolti, ma che porta a snaturare il vangelo. Vi si adeguano a volte le gerarchie ecclesiastiche e anche il popolo, ma mai il profeta, che non è, per costituzione, una persona irrequieta e insoddisfatta, ma uno che ha recepito e assimilato i pensieri del Signore, per questo si rifiuta di porre il sigillo di Dio sui disegni dell’uomo e denuncia le strutture segnate dal peccato. Le sue parole infastidiscono, suscitano irritazione e il destino che lo attende non può essere che l’incomprensione e il rifiuto.

È accaduto a Geremia, minacciato dai suoi compaesani: “Smetti di profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra” (Ger 11,21) e messo in guardia da Dio: “Perfino i tuoi fratelli e la casa di tuo padre, perfino loro sono sleali con te” (Ger 12,6).

È accaduto a Maometto quando, alla Mecca, ha voluto scuotere i suoi concittadini dall’indifferenza religiosa, dall’attaccamento all’aldiqua e dall’ingiustizia sociale.

A Nazareth è accaduto anche a Gesù.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Solo se esco dalla casa costruita dagli uomini posso incontrare il Signore”

Prima Lettura (Ez 2,2-5)

In quei giorni, 2 uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.
3 Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando agli israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri hanno peccato contro di me fino ad oggi. 4 Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: Dice il Signore Dio. 5 Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

Ezechiele doveva avere una trentina d’anni quando, nel 597 a.C., fu deportato a Babilonia assieme all’ultimo re della dinastia di Davide e agli uomini validi, ai falegnami, ai fabbri e alle persone istruite. Conquistata Gerusalemme, Nabucodònosor aveva lasciato nel paese solo la gente povera, tutti gli altri li aveva portati con sé (2 Re 24).

A questi esiliati, quattro anni dopo, Ezechiele fu inviato da Dio ad annunciare un messaggio duro e sgradito. Essi agognavano all’immediato ritorno nella terra dei loro padri e il profeta fu incaricato di dissipare queste illusioni e convincerli a organizzare la loro vita in terra straniera. Da Gerusalemme, anche Geremia li esortava: “Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie. Cercate il benessere del paese in cui siete stati deportati” (Ger 29,5-7).

L’invio di un profeta è il segno che il Signore, come un padre, continua ad amare e a prendersi cura del suo popolo. Non lo abbandona e, anche quando pecca e si rende responsabile della propria sventura, non gli lascia mancare la sua parola di salvezza.

Nel brano di oggi abbiamo una delle migliori descrizioni della vocazione e della missione profetica.

Mentre è prostrato per terra, Ezechiele ode una voce che gli ingiunge: “Alzati, ti voglio parlare” (Ez 3,1). Subito sente uno spirito, una forza nuova e misteriosa che penetra in lui e lo solleva in piedi. La voce continua: “Figlio dell’uomo, ti mando agli israeliti… figli testardi e dal cuore indurito; tu dirai loro: così dice il Signore Dio…” (vv. 2-4).

Figlio d’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo, essere fragile, comune mortale. Ezechiele era figlio di Busì, un sacerdote del tempio di Gerusalemme, ed era orgoglioso di appartenere a un nobile casato; il Signore si rivolge a lui chiamandolo con un nome nuovo, figlio d’uomo, per ricordargli la sua condizione umile, legata alla terra.

Il profeta non è un angelo, non è un personaggio dotato di capacità misteriose e poteri arcani, ma un semplice uomo, con tutti i difetti, le debolezze, i limiti anche psichici e mentali da cui nessun mortale è esente. Ezechiele aveva una sensibilità particolare: alternava momenti di esaltazione a momenti di abbattimento, era propenso alla depressione e si chiudeva spesso in prolungati mutismi. Dopo la chiamata del Signore – racconta egli stesso – “rimasi per sette giorni come stordito in mezzo ai deportati” (Ez 3,15). Parlava bene, questo sì e la gente accorreva per ascoltarlo, perché la sua parola era come una canzone d’amore: “Bella è la voce – si diceva – e piacevole l’accompagnamento musicale” (Ez 33,32).

Non sono però le doti straordinarie che conferiscono al profeta l’autorità di parlare in nome di Dio, ma il fatto di essere stato chiamato, di aver ricevuto una vocazione.

Scelto dal Signore, Ezechiele è incaricato di una missione. Non gli viene chiesto di predire un futuro lontano e nebuloso, di compiere prodigi e gesti straordinari, ma di svolgere un servizio: trasmettere ai deportati a Babilonia la parola di Dio.

Tutti i popoli hanno conosciuto forme e tecniche divinatorie; si sono affidati agli indovini, agli astrologi e ai negromanti per conoscere i segreti e i progetti degli dèi. Le sibille che pronunciavano oracoli erano comuni in tutto il Mediterraneo, associate in genere a rocce e fonti sacre. Israele ha ripudiato presto questi surrogati della profezia, perché ha compreso che l’unico strumento scelto da Dio per comunicare con gli uomini è il profeta, l’uomo capace di cogliere i pensieri e la volontà del Signore e di trasmetterli fedelmente ai suoi fratelli.

Con ragione i profeti sono soliti introdurre il loro messaggio con la formula solenne: “Così dice il Signore…” (v. 4), perché sono coscienti che ciò che riferiscono non appartiene a loro, ma a Dio.

 A chi è inviato Ezechiele? Alla gente del suo popolo, a “una genia di ribelli” (v. 5). I deportati a Babilonia non erano più peccatori degli altri, si lasciavano solo sedurre da chi alimentava vane speranze, da chi proponeva scelte facili e accattivanti, ma che non conducevano alla vita.

È la sorte di tutti i profeti: inquietano le coscienze, scomodano, suggeriscono scelte impegnative e, per questo, sono rifiutati.

Non si devono scoraggiare per questo. “Ascoltino o non ascoltino… sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”, dichiara Dio a Ezechiele (v. 5). Anche se, apparentemente, la missione di questo profeta risultò fallimentare, un obiettivo lo raggiunse comunque: rivelò le premure di Dio per il suo popolo, mostrò che il Signore non lo dimentica mai e che neppure il più grande peccato può fargli rompere l’alleanza che ha stipulato con l’uomo.

Seconda Lettura (2 Cor 12,7-10)

7 Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.
8 A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10 Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

Il brano è tratto da una lettera polemica nella quale Paolo, per dimostrare di non essere inferiore a coloro che, nella comunità di Corinto, tentano di diffamarlo, elenca i sacrifici sopportati per la causa del vangelo (2 Cor 11,22-29) e le esperienze più o meno straordinarie che ha vissuto. Afferma di aver avuto, da parte del Signore, rivelazioni particolari, di aver udito “parole ineffabili che non è permesso all’uomo di pronunciare” (2 Cor 12,4). Si è trattato certamente non di una visione, ma di un suo rapimento nel mondo di Dio, di un momento di intimità con il Signore, di un’estasi in cui ha percepito verità sublimi.

Potrebbe gloriarsi, di fronte ai suoi avversari, di queste esperienze straordinarie, ma non lo fa. Il suo vanto è un altro, sono le debolezze, le avversità, le angustie, perché Dio è solito attuare i suoi interventi salvifici servendosi di strumenti privi di valore.

Nel presente brano accenna a una difficoltà che lo fa soffrire e lo umilia. Si tratta di una tribolazione molto dolorosa, paragonabile a una spina conficcata nella carne, a un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarlo, perché non si gonfi di orgoglio (v. 7).

Sono state scritte molte pagine per tentare di spiegare il significato di questa “spina nella carne”. La maggioranza dei biblisti ritiene che Paolo si riferisca a una malattia perché, scrivendo ai galati, accenna a una grave infermità che lo ha colpito e che avrebbe potuto suscitare ripugnanza in chi lo avvicinava (Gal 4,14). Ma è possibile che questa “spina” indichi un’altra sofferenza, più intima: l’ostilità nei suoi confronti da parte dei membri del suo popolo che, nella Lettera ai romani, egli chiama “suoi fratelli e consanguinei secondo la carne” (Rm 9,3). In ogni città dove si recava per annunciare il vangelo, essi hanno sempre frapposto ostacoli alla sua predicazione. Più volte, nei suoi scritti, ha ammesso la sua fatica nel sopportare tale opposizione ed è stato tentato di scoraggiarsi.

Con insistenza ha pregato il Signore di essere liberato da questa spina, ma Dio non gliel’ha tolta, non ha miracolosamente risolto la difficoltà, gli ha però dato la forza di superarla (v. 9). Dio non è solito liberare i suoi profeti dalle fragilità legate alla condizione umana, dalle malattie, dalla stanchezza, dai difetti; vuole che, attraverso la debolezza degli strumenti, si manifesti la sua potenza.

Vangelo (Mc 6,1-6)

1 Partito quindi di là, Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui.
4 Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.
5 E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.

Vari particolari di questo brano non risultano immediatamente chiari.

Gli abitanti di Nazareth sono stupefatti di fronte ai prodigi compiuti da Gesù (v. 2), ma subito dopo rimangono “scandalizzati” (v. 3). Come mettere d’accordo le due reazioni apparentemente contradditorie? Scandalizzare non significa provocare un banale dissenso, ma essere in totale disaccordo. I compaesani sono stati sconvolti dalle sue parole a tal punto da ritenerle un ostacolo insormontabile, un grave intralcio per la loro fede. Deve quindi aver detto o fatto qualcosa di particolarmente provocatorio.

Non si capisce poi come mai non riesca a compiere miracoli a causa della loro mancanza di fede (v. 5) e sorprende anche la sua meraviglia di fronte all’incredulità dei compaesani. Ha appena affermato che “un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (v. 4), quindi non dovrebbe risultargli strano il loro rifiuto.

Segnaliamo un ultimo dettaglio: Gesù a Cafarnao è stato coinvolto in drammatici conflitti con le autorità politiche e religiose, ha attaccato i formalismi degli scribi e dei farisei, ne ha denunciato l’ipocrisia e la durezza di cuore, ma non ha mai avuto problemi con la gente semplice. Ora invece è il popolo, sono i contadini del suo paese che non lo capiscono e lo rifiutano, non c’è, infatti, alcuna allusione alla presenza di dirigenti religiosi. Come si spiega questa reazione inconsueta?

Dopo aver trascorso alcuni mesi a Cafarnao e aver visitato i villaggi della Galilea, predicando il vangelo e curando i malati, Gesù torna al suo villaggio natale (v. 1).

Qualche tempo prima i suoi parenti hanno cercato di convincerlo a rientrare in famiglia e a riprendere il suo dignitoso lavoro di falegname, ma egli non ha aderito alla loro proposta. Volgendo lo sguardo su coloro che gli stavano attorno per ascoltarlo, ha esclamato: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,31-35).

Ora, di sua iniziativa, torna a Nazaret e non vi torna solo, è accompagnato da un gruppo di discepoli. La sua non è una visita di cortesia alla madre, ai fratelli, alle sorelle, agli amici, ma è un gesto dal significato inequivocabile per chi, fin qui, ha accompagnato le sue scelte di vita. Torna a Nazaret per presentare, all’antica famiglia, la sua nuova famiglia, composta da coloro che hanno risposto alla sua chiamata: hanno lasciato le reti, il padre sulla barca con i garzoni (Mc 1,16-20), il banco delle imposte (Mc 2,13) e lo hanno seguito lungo la via da lui intrapresa.

L’incomprensione nei suoi confronti non si manifesta immediatamente al suo arrivo. Dal racconto di Marco risulta che egli trascorre alcuni giorni in famiglia, senza incidenti; il dissenso esplode solo quando, “venuto il sabato, egli incomincia a insegnare nella sinagoga” (v. 2).

Questo fatto va posto in risalto, perché è significativo. Finché egli rimane tranquillo nella casa in cui è cresciuto, cioè, finché rimane dentro gli schemi tradizionali del suo popolo, finché mostra di apprezzare le convinzioni religiose trasmesse dai rabbini e condivise da tutti, nessuno ha nulla da ridire sul suo conto. I problemi sorgono non appena egli esce di casa e rende pubblica la scelta di costituire una nuova casa, una nuova famiglia.

La reazione dei compaesani è duplice: da un lato rimangono stupiti dalle sue parole e ammirano le opere che compie, dall’altra sono tormentati da molteplici interrogativi.

Educati nella fede dei loro padri, credono nel Signore che ha stretto alleanza con il suo popolo e riserva le sue benedizioni ai figli di Abramo, a coloro che appartengono alla casa d’Israele e siedono ai piedi dei rabbini per ascoltare la Toràh.

Per gli abitanti di Nazareth Gesù rappresenta un enigma insolubile: è cresciuto, come loro, in una famiglia dai solidi principi religiosi, appartiene al popolo eletto, a quella che, per 119 volte nella Bibbia, è chiamata Casa d’Israele. Ora dà l’impressione di non trovarsi più a suo agio in questa casa, pare che la ritenga troppo angusta e la voglia aprire a tutti.

Sanno che, a Cafarnao, ha espresso la sua ammirazione per il gesto di quattro uomini che hanno abbattuto il tetto di una casa per introdurvi un paralitico (Mc 2,4); ha approvato il loro gesto perché era il segno che la Casa d’Israele doveva essere accessibile anche agli esclusi. Ha invitato i peccatori in casa sua e ha voluto che partecipassero con lui al banchetto, simbolo del regno di Dio (Mc 2,15-17). Ha accarezzato i lebbrosi e li ha resi puri, idonei ad appartenere alla sua nuova famiglia (Mc 1,41), a condizione che rimanessero seduti attorno a lui, ascoltassero la sua parola e la mettessero in pratica.

La porta della Casa d’Israele è stata dunque spalancata a tutti. Questo è lo scandalo dei compaesani.

 Con il suo messaggio e con i suoi gesti, Gesù ha rotto gli equilibri, sta demolendo la casa in cui essi hanno riposto tutte le loro speranze. Si sentono interpellati, colgono, nelle sue parole e nella sue scelte, l’invito ad abbandonare le sicurezze offerte dalla religione dei loro padri, ad abbracciare i rischi del regno e a entrare nella sua casa, nella sua nuova famiglia, costituita dai discepoli che hanno creduto in lui.

La serie di domande che si pongono sono giustificate (vv. 2-3).

Che garanzie può offrire “il carpentiere, il figlio di Maria” che, per più di trent’anni, non ha fatto altro che aggiustare porte e finestre, costruire zappe ed aratri e del quale conoscono fratelli e sorelle? Donde gli viene il messaggio che espone? Chi gli conferisce la forza di compiere prodigi?

Il problema che più li intriga non riguarda però il contenuto del suo insegnamento, ma la provenienza di questa nuova dottrina. Non mettono in dubbio la bontà delle sue opere, ma la loro origine. Si chiedono: sono compiute in nome di Dio o, come hanno insinuato gli scribi discesi da Gerusalemme (Mc 3,22), provengono dal maligno?

Concludono: meglio non fidarsi di quest’uomo che propone novità pericolose.

Si noti che non lo nominano, lo identificano con la professione che ha esercitato e, stranamente, con il riferimento a sua madre, forse per sottolineare maggiormente il loro giudizio negativo. Non lo ricollegano con il padre che, in Israele, rappresenta il legame con la tradizione dalla quale egli si è staccato. Preferiscono non rischiare, rimangono aggrappati ai loro antichi costumi e abitudini, non vogliono rinunciare alla vecchia casa e alle sicurezze offerte dall’antica famiglia.

Avviene così il distacco molto doloroso, ma inevitabile, di Gesù dai familiari, dai vicini e dagli amici.

È il destino di tutti i profeti, che non sono disprezzati che nella loro patria, tra i loro parenti e nella loro casa (v. 4).

L’atteggiamento assunto dagli abitanti di Nazareth si ripete anche oggi.

Gesù si ripresenta a coloro che sono convinti di conoscerlo e di appartenere alla sua famiglia e avanza la sua proposta. Chiede, come ha fatto Dio ad Abramo, di lasciare tutto ciò che la casa, la famiglia e la patria rappresentano; invita a riconsiderare le convinzioni religiose, assimilate durante l’infanzia e mai più approfondite e fatte evolvere; esige che si prendano le distanze dai principi della morale corrente, dagli ideali e dai valori proposti dalla società in cui si vive. La risposta che riceve è, nella maggior parte dei casi, la stessa: prima l’incomprensione, poi il rifiuto.

Questa incredulità ha però sempre conseguenze drammatiche. Gesù è ridotto all’impotenza, diviene incapace di realizzare quei prodigi che la sua parola e il contatto con la sua persona producono ovunque. Egli offre la sua salvezza, ma non la può imporre, perché ama e l’amore rispetta la libertà.

Se nel mondo di oggi non accadono eventi miracolosi, se le condizioni di vita non subiscono trasformazioni radicali, se non si instaurano la pace, la giustizia e la riconciliazione fra i popoli, la ragione è sempre la stessa: gli uomini non hanno il coraggio di accordare piena fiducia a Cristo e alla sua parola.

Si registra, sì, qualche piccolo cambiamento, come a Nazaret è stato curato qualche malato non grave: un po’ di elemosina in più e qualche parola offensiva in meno, ma i grandi prodigi, i segni sorprendenti della presenza del regno di Dio nel mondo non possono accadere dove è carente o manca del tutto la fede.

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