XV Per annum: Diventare “prossimi”

di: Carlo Ghidelli

La domanda che, nel vangelo odierno, il dottore della Legge rivolge a Gesù può essere presa come punto di partenza delle nostre riflessioni e quindi anche dell’omelia. Essa, infatti, riguarda ciò che di più prezioso esiste: la vita eterna. La prospettiva, quindi, è escatologica, ma tale da coinvolgere anche la nostra vita presente.

La parabola del buon samaritano, poi, svolge una funzione esemplificativa di ciò che a Gesù premeva dire in risposta alla domanda presentatagli. Conosciamo bene questa parabola, ma forse possiamo fare ulteriori sforzi per assimilarne il messaggio.

 

1. Sappiamo che il libro del Deuteronomio costituisce una rilettura in chiave sapienziale-parenetica della Legge donata dal Signore al suo popolo nel contesto dell’alleanza (cf. Es 19ss, con l’esplicito riferimento ai comandamenti e al codice dell’alleanza).

In questa pagina ci viene offerta una delle tante esortazioni rivolte da Mosè al popolo eletto. In essa trovano espressione i seguenti punti: anzitutto l’invito ad accogliere la voce di Dio nella più assoluta obbedienza. Dobbiamo però ricordare che l’esortazione biblica non si esaurisce in un semplice richiamo, ma si avvale dell’autorità di Dio stesso. Nel nostro caso Mosè parla ed esorta per conto del Signore.

Poi segue un invito ancora più chiaro e pressante alla conversione personale e comunitaria: «…ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima». Già nell’Antico Testamento, quando si parla di conversione, si deve intendere il serio proposito di cambiare direzione alla propria vita.

Un dettaglio da non trascurare è l’accenno all’avverbio di tempo «oggi», che non sta ad indicare lo spazio di ventiquattro ore, quanto piuttosto un tempo forte, un tempo provvidenziale nel quale siamo chiamati a cambiare vita. È l’oggi di Dio, dunque, oltre che il nostro oggi.

Segue un’osservazione che tende a risolvere in anticipo una possibile obiezione sulla difficoltà di obbedire ai comandi del Signore: «Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te», in cielo o al di là del mare. L’esortazione entra nel vissuto del popolo. che non può accampare scuse o attenuanti. La difficoltà nell’obbedire è scontata; quello che conta è sapere che Dio non ci lascia mai soli, ma che è sempre pronto a camminare con noi nella più assoluta fedeltà alla promessa.

Giungiamo all’affermazione conclusiva: «…questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica». In molti modi il Signore è vicino a noi, ma in modo speciale con la sua parola. Anche noi, però, dovremmo dimostrare di essere vicini a lui leggendo, ascoltando, meditando la sua parola.

 

2. Quello di oggi è un salmo “sapienziale”, perché esalta la legge di Dio come fonte di saggezza per coloro che la amano e la mettono in pratica. Attraverso la sua parola, Dio manifesta anzitutto la sua sapienza e, nello stesso tempo, dona raggi di luce e di sapienza ai suoi figli e figlie.

Anzitutto il salmo recita: «La legge del Signore è perfetta» e questa perfezione «rende saggio il semplice». Solo chi la osserva non con lo spirito di schiavitù, ma con spirito filiale può entrare nella piena comprensione del discorso.

Poi il salmista esprime una convinzione, frutto della sua esperienza personale: «I precetti del Signore… fanno gioire il cuore». È la gioia dono dello Spirito quella cui allude l’orante: un dono che nessuno può meritare ma solo attendere con fiducia dal donatore.

Infine l’orante, sempre in riferimento ai precetti divini, afferma: «Più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante». Sulla stessa linea leggiamo al termine del salmo 16: «Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra».

3. In questo brano della lettera ai cristiani della città di Colossi l’apostolo Paolo offre il fondamento cristologico del nostro comportamento etico e lo fa creando un inno del tutto inedito. Tutto il suo insegnamento verte attorno a due grandi affermazioni, tra loro complementari.

La prima di queste è: «Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui». In prima battuta, Paolo presenta Gesù come l’icona del Dio creatore e sviluppa il rapporto Cristo-creazione. Affermando che tutto è stato creato per mezzo di lui, Paolo professa la sua fede nella divinità del Cristo; e affermando che tutto è stato creato in vista di lui, Paolo esprime un’altra sua convinzione: che Cristo è l’archetipo, cioè il modello secondo il quale il Creatore ha dato vita all’intero universo. Ne deriva che nostro impegno è quello di riprodurre in noi le sembianze di Cristo, icona di Dio.

La seconda affermazione, non meno importante della prima, è: «Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose». Qui si passa ad un altro ordine di idee: Paolo considera il rapporto Cristo-Chiesa. Affermando che Cristo è il capo del corpo, cioè della Chiesa, Paolo toglie il fiato a tutti quelli che pretendono di ottenere la salvezza senza la mediazione ecclesiale; il rapporto Cristo-Chiesa è assolutamente inscindibile. Affermando poi che a Cristo spetta il primato su tutte le cose, Paolo riconosce che Cristo ha ricevuto dal Padre «tutta la pienezza» in ordine alla missione che doveva svolgere.

Ne consegue che il rapporto Cristo-Chiesa dev’essere inteso in senso dinamico, missionario.

Anche qui Paolo utilizza la formula «per mezzo di lui e in vista di lui», quando scrive che «è piaciuto a Dio… che in lui siano riconciliate tutte le cose». La mediazione cristica perciò, secondo Paolo, dev’essere accettata sia nell’ordine naturale sia nell’ordine soprannaturale, cioè tanto in riferimento alla creazione quanto in riferimento alla redenzione. Nell’unico piano salvifico di Dio, che comprende creazione e redenzione, Cristo entra come strumento e fine imprescindibile. Ne deriva che nostro impegno è anche quello di collaborare all’opera della redenzione, vivendo una vita da riconciliati.

 

4. Questa pagina del vangelo di Luca presenta due momenti tra loro distinti ma correlati: dapprima assistiamo ad un dialogo tra un dottore della Legge e Gesù in persona, relativo a ciò che è necessario fare per ottenere la vita eterna. Il secondo momento è costituito dalla parabola del buon samaritano, che ha una sua speciale trasparenza e veicola un messaggio squisitamente evangelico.

Quanto al primo momento, è solo il caso di rilevare come Gesù lasci al suo interlocutore il compito di citare espressamente il comandamento dell’amore. Lui si limita a lodarlo per l’esattezza della citazione e attende fiducioso: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Abbiamo qui l’opportunità di constatare l’arte pedagogica di Gesù nel trattare con un dottore della Legge: nessuna invadenza e nessun complesso di superiorità; solo la fiduciosa attesa di una libera decisione da parte di chi ha iniziato il discorso.

Senonché quello, irretito forse dalla sua erudizione scolastica, dimostrando, per altro, di non essere totalmente disposto a seguire il ragionamento di Gesù (il testo evangelico dice «volendo giustificarsi»), formula la fatidica domanda: «E chi è mio prossimo?» Vedremo come la parabola creata da Gesù tende a rovesciare la domanda: quello che conta non è tanto cercare il prossimo da aiutare quanto piuttosto disporsi a diventare prossimo noi stessi a chi ha bisogno di aiuto.

A questo punto l’interpretazione della parabola viene spontanea e facile: lo si evince soprattutto dalla domanda finale di Gesù: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» Ora il dottore della Legge non ha alcuna via di scampo; deve riconoscere di avere posto una domanda fuorviante: voleva giustificarsi e invece si è autocondannato.

Non possiamo evitare il rilievo che, dei tre personaggi che si susseguono nel racconto parabolico, due sono rappresentanti del popolo eletto: un sacerdote e un levita. Sono proprio essi a trascurare il povero disgraziato. Al contrario, un samaritano, cioè uno straniero del tutto ignaro dei precetti della Legge, si preoccupa e si fa carico di quello che necessita a quel povero uomo. Altra lezione da non trascurare: fare il bene non è privilegio o esclusiva di una categoria religiosa di persone, perché Dio suscita desideri e propositi di bene in tutti a prescindere dalla loro situazione religiosa o sociologica.

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