XVI Per annum: Che crescano insieme!

di: Roberto Mela

Il Libro della Sapienza è il più recente dell’Antico Testamento, redatto forse nel 30 a.C. ad Alessandria, seconda città più popolosa del mondo dopo Roma, il centro più vivace del giudaismo ellenistico del tempo.

La datazione è dedotta, secondo G. Scarpat, dall’uso di kratēsis/“potere” in Sap 6,3a, che «alluderebbe alla presa di possesso e di dominio di Alessandria e di tutto l’Egitto da parte di Ottaviano, nipote di Cesare, nell’agosto del 30 a.C. Infatti, sotto l’imperatore Augusto, nei documenti che riguardano l’Egitto, l’anno del regno era indicato a partire da questa data con l’espressione Kaisaros kratêseôs huiou theou, cioè “del dominio di Cesare, figlio di Dio”: mai, prima, la parola kratêsis, aveva avuto tale significato» (M. Gilbert, in PSV n. 51[2005], 84).

Indulgente con tutti

Non accolto nel canone ebraico, esso si conserva solo nell’originale greco. Attribuito fittiziamente al saggio Salomone, il libro celebra le lodi della sapienza del Dio di Israele, che non ha nulla da invidiare a quella dei popoli circonvicini.

Secondo Vilchez Lindez, autore di un ampio commentario a Sapienza, un possibile schema compositivo di questo libro biblico potrebbe essere il seguente:

I parte 1,1–6,21: Vita umana e giudizio escatologico (esortazione ad amare la giustizia; malvagi e giusti faccia a faccia; rivelazione dei paradossi di questa vita; empi e giusti faccia a faccia nel giudizio escatologico; esortazione ai governanti);

II parte 6,22–9,18: Encomio della Sapienza (Discorso di Salomone sulla Sapienza; Preghiera di Salomone per chiedere la Sapienza);

III parte 10,1–19, 9: La giustizia di Dio si rivela nella storia; 10,1–11,1 Da Adamo a Mosè la salvezza per mezzo della Sapienza; 11,2–19,21 Giudizio di Dio sulla storia.

I digressione 11,15–12,27: Magnanimità di Dio onnipotente verso Egitto e Canaan;

II digressione 13,1–15,19: Critica della religione dei pagani;

riflessioni finali; inno di lode a Dio.

I versetti proclamati nella liturgia fanno parte dell’inizio della prima digressione, inserita dopo la prima delle sette antitesi che costituiscono la struttura della terza parte. Nei sette dittici (11,5-14; 16,1-4; 16,4-14; 16,15-29; 17,21–18,4; 18,5-25) «il nostro saggio contrappone ciò che è accaduto all’Egitto con ciò che è avvenuto a Israele durante il cammino dell’esodo. Emerge in particolare, in queste sette antitesi, lo strumento del quale Dio si serve per punire gli uni e salvare gli altri, ovvero il creato» (L. Mazzinghi).

Sap 11,5 proclama: «Ciò che era servito a punire i nemici, per loro, nel bisogno, fu strumento di favori». Commenta J. Vilchez Lindez, Sapienza: In 11,5 l’autore «propone in forma apodittica il tema della sua omelia: la stessa cosa impiegata da Dio, servirà per castigare gli uni e beneficiare gli altri» (p. 361). «Il versetto formula la chiave di tutta questa terza parte. Vi è un’ambivalenza negli elementi della natura, che permette a Dio di usarli per favorire e castigare» (L. Alonso Schökel, cit. da Vilchez Lindez, ivi).

Dio si è mostrato moderato sia verso l’Egitto sia verso Canaan (11,15–12, 27) nell’esercitare la potenza del suo castigo per la loro zoolatria e per la loro infamia; non li ha annientati con strumenti grandiosi di punizione, ma con gli stessi strumenti del loro peccato, dando loro modo e tempo di convertirsi e fornendo nello stesso tempo una lezione a Israele.

I versetti proclamati illustrano la potenza illimitata del Signore, e per questo motivo totalmente indipendente e oggettiva. Egli non agisce per timore di qualcuno, per favoritismo o per passione biasimevole (cf. M. Gilbert, in PSV n. 51 [2005], 81-92).

La sua onni-potenza si rivela sempre in modo positivo, salutare, salvifico (anche nel castigo salutare in vista del ravvedimento). La sua onnipotenza è sempre l’onnipotenza del Dio della Bibbia: essa è parte della “cura/melei” (v. 13) che egli ha per tutte le cose (gli uomini, soprattutto, essendo stati fatti a sua immagine, cf. 2,23 «Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura») e si rivela come “fonte/principio/archē” di giustizia, salvifica sempre, tipica del Dio alleato dell’uomo.

La sua giustizia è la qualità per la quale egli è giusto, fedele al suo patto, e giustificante l’uomo, che viene riportato alla fedeltà al patto infranto, fino alla conversione totale del “cuore”.

La sua onni-potenza salvifica si rivela quindi come qualità di un Dio «compassionevole, benevolo, che non distrugge ma risparmia, ha riguardo e si cura/pheidomai» della sua creatura. All’incredulo Dio può mostrare la sua onni-potenza nell’amore anche nel fargli esperimentare le conseguenze nefaste della sua “insolenza/temerarietà/impudenza/sfrontatezza/audacia/thrasos”.

Il “peccato” è sempre punizione a se stesso, e chi gioca a fare il piccolo stregone vede ritorcersi contro di sé le opere della sua superbia narcisistica e del suo delirio di onnipotenza (non salvifica, ma autoaffermantesi/oppressiva/esclusiva).

Colui che è il “padrone/signore della forza/ho despozōn” non è un “despota” arrogante e superbo, isolato nel cerchio magico della sua autoreferenzialità e circondato dal vuoto pneumatico.

Il Dio biblico “governa/dioikei” con “mitezza/epieikeia” e abbondante benevolenza/pollēs pheidous”, si prende cura non con una benignità altezzosa e “pelosa”, che fa pesare la propria condiscendenza fino a umiliare le persone, ma con la vera “cura” di Creatore verso le amate sue creature, fatte a sua immagine (cf. ancora 2,23).

Per la prima volta, poi, secondo il grande studioso dei libri sapienziali M. Gilbert, compare nella Bibbia l’insegnamento dato da Dio a Israele affinché si comporti verso gli uomini con lo stesso atteggiamento di cura e di benevolenza di cui esso è stato fatto oggetto per primo dal suo Dio onni-potente nella “giustizia” salvifica paziente e incoraggiante per una ripresa della vita rinnovata nel bene.

Passeranno solo sessant’anni prima che Gesù del richieda nel Discorso della montagna: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Dopo il peccato, Dio è talmente onnipotente nella sua volontà di bene da “donare/didōmi” (!) egli stesso il pentimento agli uomini. Siamo abbracciati dalla cura, dalla benevolenza e dalla misericordia di un Dio onni-potente nell’amore. «Tu continui a chiamare i peccatori a rinnovarsi nel tuo Spirito e manifesti la tua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono» celebra il prefazio della Preghiera eucaristica della riconciliazione 1. Un Dio «grande nell’amore», che cura con pazienza la crescita dei suoi figli.

Lasciate che crescano insieme

La lettura evangelica di Mt 13,24-43 costituisce il seguito immediato del testo proclamato la domenica scorsa, la XV per annum A.

Avviandosi alla fine del terzo discorso di Gesù, quello parabolico sul Regno (Mt 13), Matteo riporta tre parabole: quella della zizzania (con relativa “spiegazione/applicazione”), quella del granello di senape e quella del lievito.

La parabola della zizzania, con la sua “spiegazione/applicazione”, è un testo proprio del primo evangelista, assente negli altri sinottici (un Sondergut matteano, dicono gli specialisti). In questo brano si manifesta il più chiaramente possibile quello che si era detto, commentando Mt 13,1-23, circa la differenza tra parabola e allegoria, e tra parabola e la sua “spiegazione/applicazione”. Rinviamo gentilmente il lettore a riprendere quelle brevi note.

Il regno di Dio, la sua dinamica, i suoi valori, la sua logica, sono illustrati da Gesù non tanto paragonandoli ad una cosa (zizzania, seme, lievito), quanto a una storia. Essa ha un suo sviluppo, una sua logica stringente, una domanda che interpella il lettore e lo “costringe” a emettere un giudizio da trasferire poi al referente esterno al racconto, il Regno a cui si allude.

Vari particolari “paradossali”, “strani”, “eccessivi” possono essere stati inseriti nel racconto fittizio da Gesù/Matteo per ricordare all’ascoltatore che si sta parlando di un’altra realtà, sovra-umana, “altra” rispetto alle logiche e ai decorsi degli eventi normalmente sperimentati dall’uomo.

Gli ascoltatori di Gesù li avevano ben presenti guardando i loro campi, i pescatori, le loro spose in cucina, la natura nell’avvicendarsi delle stagioni, il piccolo giardino di fronte a casa, il muratore, il falegname, lo scalpellino, l’esattore delle tasse, i governanti, le classi dirigenti, le guide spirituali ecc.

Nella notte fra la semina del “buon seme/kalon sperma” e l’aratura, che in Israele veniva eseguita in un momento successivo, “il nemico/ho echtros” sparge con abbondanza la zizzania che, al momento iniziale della sua crescita, è quasi indistinguibile dalla piantina del grano. Quando gli schiavi se ne accorgono, è troppo tardi, e la “pulitura” da loro suggerita porterebbe gravi danni, con l’inevitabile “estirpazione/ekrizōsēte” anche di parte del “buon grano” appena spuntato.

Il padrone del campo/un uomo non acconsente alla proposta “sensata/abituale/umana/normale” (?!) dei suoi schiavi, ma comanda un “benevolo”: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura». «Lasciate/perdonate/aphete” che l’una e l’altro crescano insieme/synauxanesthai».

Contagiare la zizzania

È difficile capire se “il campo” rappresenti il mondo o la Chiesa, ma certamente la Chiesa e il Regno “crescono” nel mondo vasto e variegato degli uomini, per farlo fiorire nel Regno, che sarà portato a pienezza, quando la “sovranità” di Dio sarà presente e accolta nel cuore di tutti gli uomini.

La “spiegazione/applicazione” (vv. 36-43) della parabola, forse avviata da Gesù ma ben completata dal “pastore ecclesiale” Matteo, identifica/spiega ogni elemento del racconto fittizio rapportandolo puntualmente ad una realtà appartenente al Regno, cioè al giudizio finale degli uomini e alla sorte diversa riservata a chi ha accolto il buon seme della Parola – tema centrale di Mt 13 – e a chi ha seguito il “nemico” e la sua nefasta determinazione nel seminare il male.

La parabola riceve così una legittima illustrazione e “applicazione” al vissuto ecclesiale, evidenziando l’elemento fondamentale del giudizio. Ma in tal modo la parabola viene un po’ “uccisa” e pietrificata nel suo vigore evangelico. Nell’applicazione viene dimenticato proprio l’evento “strano” della pazienza del padrone nel lasciare/perdonare crescere due realtà opposte fino all’ultimo giorno.

Nella Chiesa è necessario il discernimento e l’annuncio della verità evangelica, col suo derivato, necessario e conseguente, bagaglio di vita morale, sacramentale… Ma la zizzania non è una pianta, per Gesù sono persone vive.

La comunità cristiana vive tra persone, che si muovono “dentro” e “fuori” la Chiesa. Ad essa non è concesso di enunciare alcun giudizio definitivo sul cuore e sulle coscienze prima della fine dei tempi. Essa ha il solo compito di annunciare la gioia del vangelo, contagiando la “zizzania” con la vita buona del vangelo.

Il padrone del campo deciderà a suo tempo come andranno a finire le cose. L’importante ora è seminare il granello di senape che, in modo meraviglioso e inaspettato, ingrandirà in maniera spropositata rispetto ai suoi umili inizi, dando riparo agli uccelli del cielo (solo a quelli “buoni”?!). Per la comunità cristiana oggi è il tempo di far lievitare la vita degli uomini “mescolandosi/impastandosi” con i loro vissuti concreti, guardati e accompagnati con accoglienza e misericordia.

Il lievito del Regno, lo Spirito del Figlio, la Parola vissuta, il volto del Dio di Gesù annunciato faranno il resto, come e quando il Padre vorrà per i suoi figli, toccando loro il “cuore”. Nel regno di Dio la logica che vige è questa. Esso non è il lievito, ma tutto ciò che succede e si fa con esso.

E il Padre guardò con gioia e amore l’umanità, «finché non fu tutta lievitata».

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