XVI Per annum: Le due ospitalità

di: Carlo Ghidelli

Ogni volta che lasciamo le nostre case e ci rechiamo alla chiesa per celebrare i santi misteri della nostra fede, soprattutto per fare memoria viva della morte e risurrezione di Gesù, noi ci sentiamo spinti come da una forza misteriosa: è la voce di Dio che ci chiama, è la voce della Chiesa, nostra madre, che ci invita a consumare lo stesso pane per formare una sola comunità di fede.

La liturgia della Parola sottolinea la dimensione domestica della nostra fede: credendo, noi tendiamo a superare ogni forma di personalismo e di egoismo per lasciarci condurre verso una nuova esperienza di vita comunitaria. Tutti quelli che credono in Cristo alla fine sono chiamati a formare una sola famiglia.

1. La prima lettura è tratta dal libro della Genesi, una pagina che narra di un’apparizione di Dio al suo servo Abramo. Una pagina certamente suggestiva, non solo per la vivacità dello stile narrativo che la caratterizza, ma anche per i suoi contenuti rivelativi.

Il tema principale veicolato da questa lettura biblica è certamente l’ospitalità. Infatti, Abramo accoglie con prontezza e con grande generosità tre uomini nei quali riconosce una presenza straordinaria. Accoglierli per Abramo è certamente un dovere, ma anche un atto di grande apertura alla novità.

Torna alla mente quello che si legge all’inizio del cap. 13 della lettera agli Ebrei: «L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». Opportuno questo commento della TOB: «La lettera sembra piuttosto fare riferimento a Genesi 18–19 e a Tobia 5–7». Un monito sempre valido: anche a noi incombe il dovere di praticare l’ospitalità verso i più bisognosi, soprattutto verso i senzatetto.

Ma ad Abramo i tre misteriosi personaggi lasciano una grande promessa. Egli cerca di coinvolgere Sara nella preparazione del pranzo; in questo modo Abramo prepara la richiesta dei tre: «Dov’è Sara, tua moglie?». È chiaro, dunque, che la promessa non è rivolta solo ad Abramo, ma alla coppia Abramo-Sara.

Deve essere segnalata la finale alquanto sorprendente di questa pagina, quando entra in scena direttamente il Signore che dice: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Isacco perciò sarà chiamato il figlio della promessa, donato direttamente dal Signore a Sara e ad Abramo. Come sempre, la promessa di Dio è unilaterale, preveniente e assoluta: promettendo, Dio si compromette.

2. Il salmo responsoriale è uno dei salmi sapienziali. Il loro intento è di esortare ad una vita tutta dedita al Signore, ispirata sì alla divina rivelazione, ma anche alla luce che si sprigiona dall’esperienza quotidiana, quando essa è vissuta all’insegna della rivelazione naturale.

Il versetto enuncia una promessa più che una constatazione: «Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda»: esso ci è offerto dalla Chiesa come sintesi di un ideale di vita religiosa; un ideale che tende a diventare realtà per chi si mantiene in contatto con Dio, che gli parla anche nelle circostanze più comuni della vita.

Le affermazioni che seguono potremmo accoglierle come un prontuario di vita di fede autentica: una fede che tende a tradursi in gesti di amore non solo verso Dio, ma anche, e ancor prima, verso il prossimo. A ben considerare, tutte queste affermazioni non sono altro che la traduzione pratica dei dieci comandamenti, sui quali il Signore Dio ha voluto fondare la sua alleanza con Israele, suo popolo.

Una certezza emerge da questo salmo, considerato nella sua interezza: Dio si lascia incontrare solo ed esclusivamente da chi non teme di praticare la giustizia verso il prossimo; ancor più, da chiunque si prende cura di esercitare la carità verso tutti quelli che sono nel bisogno.

3. Nella seconda lettura, scrivendo ai cristiani della città di Colossi, l’apostolo Paolo comunica alcune verità che costituiscono “il Vangelo” che a lui è stato affidato, affinché lo renda noto a tutti quelli che entreranno nell’orbita del suo apostolato.

Anzitutto, egli si presenta come colui che è stato chiamato a condividere il mistero della croce di Cristo: «Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa». Paolo sa che questa è la prima esigenza della vocazione che ha ricevuto sulla via verso Damasco. È da notare la nuova traduzione di questo passaggio, che si differenzia dalla precedente nella quale si leggeva: «ciò che manca ai patimenti di Cristo». È chiaro che ai patimenti di Cristo non manca nulla.

In un secondo momento, Paolo afferma in che senso e per quale motivo è stato scelto per un ministero del tutto speciale: «Di essa (cioè della Chiesa) sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai santi». Quale sia questo “mistero” l’apostolo lo dice subito: «A loro (cioè ai pagani) Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria».

Infine, l’apostolo dichiara che il Vangelo che egli annuncia è ricco anche di forti stimoli alla prassi: «È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo».

4. Il brano evangelico descrive la visita di Gesù alla casa di Marta e di Maria, le sorelle di Lazzaro. Una pagina esclusiva del vangelo secondo Luca, un vero gioiello che egli aveva ricevuto dalla viva tradizione evangelica e che ha voluto consegnare alla Chiesa.

Una corretta interpretazione di questa pagina lucana ci porta a porre l’accento non sui dettagli del racconto quanto piuttosto su quella che gli esegeti chiamano “la punta” del racconto stesso. Qual è questa punta? Come ce la indica l’evangelista? E qual era l’intenzione principale del Gesù storico quando rivolgeva queste parole alle due sorelle?

Diciamo subito che non è corretto distinguere, fino a separare, le due parti della frase di Gesù: come se fosse lecito arrivare alla conclusione di ammirare e apprezzare l’atteggiamento di Maria e di disattendere e condannare l’atteggiamento di Marta. Gesù infatti non disapprova, e tanto meno rimprovera, ciò che Marta sta facendo, ma desidera puntualizzare una cosa: non è l’occupazione che toglie al credente il desiderio dell’ascolto della Parola, ma la preoccupazione: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose». Chi si preoccupa e si agita per quello che si deve fare, sia pure a favore del Maestro, dimostra di non avere idee chiare sulla gerarchia dei valori. Gesù, infatti, non è venuto per farsi servire (cf. Marco 10,45), ma per portare al mondo l’evangelo, cioè l’annuncio della volontà salvifica universale del Padre suo e nostro. Per questo egli tende a lodare l’atteggiamento di Maria: non per il fatto di lasciare sola la sorella nella preparazione del pranzo, quanto invece per la sua disponibilità ad accogliere Gesù nella totalità dei suoi doni: la sua persona e la sua parola.

Sono da apprezzare sia le mani di Marta sia il cuore di Maria: ambedue sono modello di ospitalità verso il Signore Gesù, un’ospitalità materiale non opposta all’ospitalità spirituale e un’ospitalità spirituale non opposta a quella materiale.

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