XVI per annum: Pecore senza pastori

di: Roberto Mela
Geremia, il profeta timido ma forte

Secondo lo studioso del libro del profeta Geremia (ca 650 a.C. – dopo 586 a.C.) Vincenzo Lopasso, si può delineare la seguente suddivisione generale del testo del sacerdote-profeta originario di Ànatot, pochi chilometri a nord di Gerusalemme: Prima parte Oracoli contro Giuda e contro Gerusalemme (cc. 1–25): c. 1 Capitolo programmatico; cc. 2–6 La predicazione iniziale; cc. 7–10 Primi interventi di Geremia sotto Yoyakim (609-597 a.C.); cc. 21–25 Contro la casa regale e i profeti (cc. 21–24) e annuncio del giudizio su Giuda e sulle nazioni (c. 25); Seconda parte La fine di Gerusalemme e delle nazioni (cc. 26–52): cc. 26–35 Inizio del calvario di Geremia e di speranza; cc. 36–45 Il rifiuto della parola profetica; cc. 46–51 Gli oracoli sulle nazioni; c. 52 Appendice storica.

Geremia narra la sua vocazione (Ger 1,1-10), ricevuta nel 627 a.C., tredicesimo anno del regno di Giosia su Giuda (640 a.C. – 609 a.C.), in cui la sua timidezza di “giovane/na‘ar” (15-30 anni) che “non sa parlare” (timidezza unita a mancanza di autorevolezza data l’età) viene vinta con decisione da YHWH: «Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò. Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (1,7-8).

Dopo avergli toccata la bocca, organo del suo ministero profetico, YHWH gli assicura con forza: «Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (1,10).

Al termine della visione della pentola inclinata da settentrione (1,14-19), YHWH gli promette ulteriormente: «Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti. Oracolo del Signore» (1,18-19).

Le parole di YHWH si realizzeranno alla lettera. Geremia sarà un profeta forte nonostante la sua timidezza caratteriale; la sua vita sarà una battaglia di oracoli e di azioni contro i potenti e la sua vita finirà in terra d’Egitto, ma non da sconfitto! (cf. Ger 52).

“Guai” ai pastori che fanno perire

Ger 21–23 racchiude vari oracoli sul comportamento di coloro che sono ritenuti responsabili della catastrofe della fine del regno di Giuda e dell’esilio delle guide e di parte del popolo in Babilonia: i capi, gli ultimi re di Giuda e i profeti.

Ger 23,1-8 ha come tema quello del “pastore verace”, e comprende un atto di accusa (vv. 1-2a) e tre annunci di salvezza (vv. 2,2b-4; vv. 5-6; vv. 7-8). La lettura liturgica si limita a Ger 23,1-6.

Geremia lancia la sua feroce accusa (vv. 1-2a) non come una maledizione, ma con un hôy, un “lamento profetico” che qui diventa però una vera e propria invettiva. Il genere letterario dell’oracolo di giudizio, dopo un’accusa generale ed eventualmente una più circostanziata, prevede l’annuncio del castigo.

In questo caso l’oracolo di Geremia (ma di fatto oracolo di YHWH, v. 1) è diretto contro i capi. L’accusa è precisa. Essi sono i “pastori/rō‘îm” che dovrebbero pascere il gregge dando la vita alle pecore. Essi invece “di continuo fanno perire totalmente/me’abbedîm” e “di continuo disperdono/mepiṣîm” il gregge del pascolo di YHWH, “del mio pascolo”.

L’annuncio del castigo identifica chiaramente i destinatari e il referente reale della metafora pastorale: sono i pastori che pascono (dovrebbero pascere, in realtà) il popolo di YHWH/il mio popolo/‘ammî.

Il “gregge/ṣō’n” appartiene a YHWH, è il suo popolo, ed esso è solo affidato in custodia alle cure dei pastori. Essi non ne sono i padroni, ma i pastori e i guardiani pro tempore, e dovranno rispondere delle loro azioni e delle loro deficienze nella cura del gregge al padrone effettivo a cui esso appartiene. Il padrone del gregge è il Pastore supremo, il pastore per antonomasia.

“Pascere” è una metafora per indicare il governo dei re (2Sam 7,7; 1Cr 17,6), ma anche quello delle divinità; anche YHWH è pastore del popolo (Gen 49,24; Sal 23,1-4; 28,9; 80,2).

L’accusa è specificata ulteriormente: i pastori fedifraghi e inetti – Geremia accusa i due ultimi re di Giuda, Ioiakìm (609-597) e Sedecia (597-587/6) – hanno disperso il gregge di YHWH/mio gregge, lo hanno scacciato e “non se ne sono presi cura/non lo hanno visitato/lō’ peqadqem”. Il vero pastore, che sia tale, deve radunare, guidare, nutrire, difendere, riparare, cercare i capi smarriti, curare quelli feriti o indeboliti, far tornare tutti a casa sani e salvi.

In definitiva, a scacciare/wattaddiḥûm il gregge non è stato il nemico babilonese, ma una quinta colonna interna, che raggiungeva i massimi centri nevralgici del potere.

Il castigo annunciato è ben preciso, così come il primo annuncio di salvezza (vv. 2b.3-4): YHWH sta emettendo una sentenza contro di loro/hinenî pōqēd ‘ălêhem. I re e i responsabili della vita sociale e religiosa “non hanno passato in rassegna/visitato per salvezza/lō’ pāqad” il gregge loro affidato come invece fa un buon pastore o un generale che passa in rassegna le sue truppe. Ora YHWH “emetterà la sentenza/pāqad”. Essi dovevano “pascere/rā‘h” e invece saranno puniti per “il male/rōa‘” delle loro azioni.

YHWH all’opera

Se non lo hanno fatto gli affidatari del gregge, a radunare/qibbēṣ il resto/še’ērît del suo gregge sarà YHWH in persona/’ănî ăqabbēṣ. Il concetto di “resto/še’ērît” «proviene dalla tradizione profetica anteriore (Is 1,9; 4,3; 7,3 unito a 10,20-23; 37,4.31-32; Mi 2,12; 4,6-7; 5,6-7; 7,18). Geremia lo fa suo in differenti contesti: quando annuncia il ribaltamento della situazione, per esempio, per gli esuli dell’antico regno del Nord (31,7; cf. 50,17), o nei casi in cui non sembra esserci più speranza per la salvezza negli annunci contro coloro che sono rimasti a Gerusalemme e i profughi in Egitto: 24,8; 44, 11-14.27-28)» (V. Lopasso).

YHWH in persona radunerà il resto delle sue pecore da tutti i paesi in cui “le ho scacciate/hiddaḥtî ’ōtām”. Il regista ultimo, responsabile in radice dell’esilio di Israele è YHWH, colui che governa i tempi, i popoli e tutte le terre. Come le ha scacciate, così YHWH le radunerà e “le farà tornare/wahăšibōtî (<šûb)ethen” al loro pascolo. Il ritorno sfocerà in una nuova vita rigogliosa: esse “prolificheranno/ûpārû” e “si moltiplicheranno/werābû”.

Nell’esilio si è corso il pericolo gravissimo della perdita di identità per l’assimilazione totale di Israele al popolo babilonese dominante per potere, ricchezza e cultura o dell’estinzione per la consunzione entropica (cf. i testi sacerdotali dell’epoca esilica in Gen 1,22.28; Lv 26,9).

In altri testi sacerdotali dell’epoca si allude invece alla futura restaurazione (Ger 30,19b «Li farò crescere e non diminuiranno, li onorerò e non saranno disprezzati»; 33,22: «Come non si può contare l’esercito del cielo né misurare la sabbia del mare, così io moltiplicherò la discendenza di Davide, mio servo, e i leviti che mi servono»).

Il primo oracolo di salvezza (vv. 3-4) termina con la promessa da parte di YHWH di “costituire/far sorgere/far risorgere/wahăqimōtî” (<qûm “sorgere/risuscitare all’hiphil) pastori che faranno il loro dovere di pascere il gregge e di allontanare ogni timore e ogni spavento dall’esterno, cosicché non ne manchi più nessuna/welō’ yippaqedû (< pāqad, terza volta, al niphal) delle pecore.

Il Germoglio giusto

Il secondo oracolo di salvezza (vv. 5-6) apre gli orizzonti su un futuro indefinito. YHWH annuncia un bene per il futuro, cioè promette (verbo inesistente in ebraico) che susciterà/wahăqimōtî (<qûm) per Davide un “Germoglio giusto/ṣemaḥ ṣaddîq”. Questo «annuncio conferma l’attesa tradizionale fondata sul noto testo di 2Sam 7 (cf. 9,1-6; 11,1-10; Am 9,11-12; Mi 5,1-5; Zc 9,9-10): l’oracolo, di conseguenza, è in linea con la tradizione precedente, maturata nei circoli gerosolimitani con Isaia, e i cui presupposti sono forse rintracciabili in testi quali gli oracoli di Bil’am (Nm 23,7-10; 23,18-24; 24,3-9; 24,15-25) e la benedizione di Giacobbe (Gen 49,1-27)» (V. Lopasso).

Salvezza e sicurezza

Consapevole o no, Geremia è assistito dallo Spirito Santo nell’annunciare per un futuro indeterminato una figura che supererà ogni realizzazione storica di governo da parte dei responsabili della vita politica e religiosa dell’Israele post-esilico. Nei secoli successivi questo oracolo sarà letto con un taglio messianico.

I termini in cui il “Germoglio giusto” svolgerà il suo governo rivestono un’aura quasi ultraterrena. Egli è “giusto” perché, a differenza dagli altri re davidici, eserciterà la sua regalità in modo corrispondente alla giustizia/ṣedeq, «quindi in modo conforme a quanto gli è richiesto in rapporto agli impegni assunti verso YHWH e verso la comunità che rappresenta» (V. Lopasso).

Il futuro re (messianico) sarà un antitipo dei re menzionati nel capitolo precedente, biasimati per le loro azioni lesive del rapporto con Dio (22,13-17). Sulla stregua di un’antica iscrizione fenicia rinvenuta a Cipro, l’espressione può essere tradotta forse anche con “germoglio legittimo”.

Gli effetti del buon governo del “Germoglio giusto” sono essenzialmente due: salvezza e sicurezza, promessi sia a Israele che a Giuda (cf. Dt 33,28; 32,17). Il “Germoglio giusto” o il “Germoglio legittimo” farà sì che ai suoi giorni Israele sarà salvato/tiwwāša‘ (<yāša‘, da YHWH, passivum divinum!) e abiterà in “sicurezza/beṭaḥ” (la stessa radice della sovrana e indiscutibile “sicurezza/biṭṭāḥôn” perseguita dagli israeliani odierni, supportati dallo Shin Bet, lo Šērût ha Biṭṭāḥôn/Servizio di sicurezza [interno]). Si rilancia così la promessa di Lv 26,5: «La trebbiatura durerà per voi fino alla vendemmia e la vendemmia durerà fino alla semina; mangerete il vostro pane a sazietà e abiterete al sicuro nella vostra terra».

L’identità profonda del futuro re “Germoglio giusto” sarà “Il Signore (è) la nostra giustizia/YHWH ṣidqēnû”. YHWH garantirà che il “Germoglio giusto” ottempererà agli impegni inerenti all’ordinamento voluto da Dio, adeguando ad essi il proprio comportamento.

Il suo nome sarà “teoforo”. Forse in una certa polemica con Sedecia/Mattania/Mattanyah = Dono di YHWH” (598-587/6 a.C.), zio di Ioiachìn esiliato a Babilonia, messo in trono da Nabucodonor al posto dello stesso Ioiachìn, dopo avergli cambiato il nome in “Sedecia/Ṣidqiyyah = YHWH (è) giustizia”. Un nome teoforico yahwista… imposto da un re babilonese! (È però giustizia il fatto che Israele, sul suo suolo, sia governato da un re fantoccio? Sedecia si ribellerà a questo, e finirà incatenato anche a lui a Babilonia, dopo aver visto i suoi figli uccisi davanti a lui a Ribla ed essere stato egli stesso barbaramente accecato).

Il “Germoglio giusto” verrà, e, per chi crede, passeranno 600 anni…

Riposatevi

Dopo il resoconto della missione pre-pasquale dei Dodici (Mc 6,6b-13) e della morte di Giovanni Battista nella fortezza di Macheronte ad opera di Erode Antipa, Marco continua la “sezione del pane” (Mc 6,6b–8,26) menzionando il ritorno degli Apostoli (6,30) dal loro tour missionario. A Cafarnao annunciano a Gesù tutto quello che hanno fatto e insegnato (anche se l’insegnamento di per sé non era previsto nel mandato di Mc 6,7…).

Gesù è attento alla fatica apostolica e li invita a un momento di calma (“in disparte/kath’idian”), in un luogo solitario (erēmon topon non è necessariamente un luogo “deserto”; non ci sono “deserti” in Galilea, attorno al lago di Tiberiade). Gesù “comanda” a loro di prendersi del riposo per un po’ di tempo (deute… anapausasthe, imperativo aoristo ingressivo, v. 31).

Con un’intrusione letteraria dell’autore onnisciente, Marco annota che, con l’incessante andirivieni delle persone, Gesù e i Dodici non avevano neppure il tempo di “mangiare/phagein” (v. 31; la menzione del “pane” e del “mangiare” punteggia tutta la sezione). La situazione non è equilibrata e lo stress eccessivo può far male anche ai più ardenti missionari. Il burnout è dietro l’angolo. Occorre il tempo del recupero delle energie fisiche, psichiche e spirituali. Fa bene fermarsi un po’, rielaborare percorsi, idee, prospettive.

È necessario rinsaldare il gruppo sparpagliato per un po’ di tempo due a due, in modo che i risultati siano messi in comune, i successi condivisi, gli insuccessi e le opposizioni incontrate revisionati, prospettate nuove linee di evangelizzazione che tocchino in profondità il tessuto vitale della gente, facendo interagire il fulcro dei loro interessi – di qualunque qualità e livello essi siano – con il messaggio della vita buona del vangelo, la persona viva di Gesù (è il grande invito di Paolo VI nell’enciclica apostolica Evangelii nuntiandi, 8/12/1975; oggi sorretto anche dalla splendida esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, 24/11/2013).

La prospettiva di una breve attraversata del lago dalla sponda di Cafarnao a quella di Magadan/Tabgha è già di per sé rilassante per l’atmosfera, il paesaggio, l’aria fresca della primavera.  Era la primavera del 29 d.C., nella ricostruzione del monaco archeologo benedettino B. Pixner, che visse dodici anni sul lago di Genesaret e poi nell’abbazia della “Dormitio Mariae” a Gerusalemme. I luoghi attorno al lago non avevano segreti per lui. I siti punteggiati con le stele da lui realizzate (cf. Betsaida) accompagnano con sobria bellezza i pellegrini.

Si commosse per le pecore

Gesù e i Dodici iniziano a realizzare il loro progetto di «riposo in un solitario» (v. 32). Molte persone però si accorgono della loro “fuga” in barca e intuiscono immediatamente la rotta seguita e il punto di approdo a cui sono diretti. In un baleno da Cafarnao (e da tutte le città!) corrono-insieme a piedi (pezēi… synedramon) là e precedono il battello (che procedeva certamente in tranquilla navigazione…). Da Cafarnao a Magadan/Tabgha ci sono 2 chilometri e mezzo di strada. Un attimo per chi corre.

Appena “uscito (dalla barca)/exeltōn” (part. aor. 1 pers. masch. singolare), Gesù (non nominato espressamente) vide molta folla. È Gesù il protagonista della scena. Solo di lui si dice che sbarca e vede immediatamente la gente numerosa accalcata. Non può non vedere. Non può e non vuole girarsi dall’altra parte. Avrebbe potuto anche far cambiare rotta alla barca finché era in tempo.

Uscito dalla barca, “si commosse (fin nelle viscere)/esplagchnisthē” al vedere la gente. È la commozione emotiva, la compartecipazione empatica voluta alla situazione delle persone e alle loro attese.

Marco ricorda che gli era già successo al vedere il lebbroso (Mc 1,41). «Commosso, tesa la mano, lo toccò». La commozione è il moto interiore iniziale che porta Gesù a stendere la mano per sfociare nell’azione finita del toccare, l’apice della scena: “lo toccò”. La commozione arriva all’infrazione delle regole della purità, a procurargli l’autoemarginazione sociale e religiosa.

Gli succederà ancora al momento della seconda moltiplicazione dei pani, in terra pagana, al di là del Giordano (Mc 8,2): «Mi commuovo (fin nelle viscere)/splagchnizomai per la folla», afferma Gesù.

L’azione principale è isolata nella sua esemplarità, nella sua radicalità e principialità motivazionale delle azioni successive. In principio c’è la commozione, la partecipazione, la grazia. Non si lascia la folla sola. Non si lascia gente in mare. Non si fa retromarcia. È la legge del mare, la legge dell’umanità. La legge del pastore che vede e prende cura.

Alla commozione (fin nelle viscere) di Gesù si appella disperato il padre del ragazzo epilettico, dopo l’insuccesso dell’azione terapeutica (ed esorcistica) dei discepoli: «… se tu puoi qualcosa, vieni in aiuto a noi/boēthēson hēmin commosso su di noi/splagchnistheis eph’ hēmas» (Mc 9,22). Che la commozione ti muova alla radice della tua libertà potente e sovrana, di cui non dubito, ma a cui mi appello con fiducia disperata. «Vieni in aiuto a noi» è l’apice della commozione (fin nelle viscere) a cui si appella in questo caso un padre nel pieno della tempesta.

Gesù sbarca dal battello e “si commosse (fin nelle viscere) su di essi” (Mc 6,34). L’apice è la commozione. Il motivo del sommovimento delle viscere di Gesù sta nel fatto che si accorse subito (e lo sapeva già da tanto tempo) che “erano pecore senza pastore/probata mē echonta poimena”. Non avevano pastori, né buoni né cattivi. Abbandonati a se stessi, e quindi pascolati da pessimi pastori. Non guidati, non nutriti, non protetti, non radunati, non ricercati nel momento della debolezza e dello smarrimento della pista giusta, non fatti tornare a casa sani e salvi. Si ripete la situazione condannata da Geremia nel brano letto come primo testo della liturgia odierna (cf. Ger 23,1-6).

La folla è radunata dal bisogno (ma mossa dalle parole e dalle azioni precedenti di Gesù misericordioso…). Ma è gregge muto, affamato, sbandato, senza guida, senza una prospettiva di vita piena, senza cura, senza custodia.

Gesù si prende cura di loro con l’insegnamento. Hanno sentito dalle sue labbra una parola diversa, detta con amore e comprensione, con empatia. Hanno sentito parlare di un Dio dal volto diverso da quello predicato in sinagoga, vicino all’umanità schiavizzata da tante realtà opprimenti, anche nella loro falsa “leggerezza”, solo apparentemente “umane” e umanizzanti.

«Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 27,8b-9a). «Non nascondermi il tuo volto: che io non sia come chi scende nella fossa» (Sal 143,7b).

Ho bisogno della tua parola più del pane.

La tua parola sia lampada ai miei passi.

Infila con il tuo filo d’oro la scia sgranata dei miei giorni.

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