XVIII Per annum: Se tutto è un soffio…

di: Carlo Ghidelli

Ogni volta che, la domenica, noi facciamo la scelta di condividere con altri fratelli e sorelle la gioia di una fede che ci accompagna ormai da molti anni, noi non facciamo altro che esprimere una nota tipica della nostra fede: quella di aprirci alla condivisione fraterna, in virtù della comune condivisione del pane consacrato. Infatti, chi mangia lo stesso pane forma un solo corpo.

Ma è anche la comune partecipazione alla mensa della parola di Dio che amalgama l’assemblea orante: ascoltando e accogliendo tutti insieme la parola di Dio proclamata nel contesto liturgico, noi avvertiamo di essere tutti discepoli di un solo Maestro e quindi partecipi di un unico magistero.

1. La prima lettura di questa domenica ci presenta l’inizio del libro del Qoèlet, uno dei libri più difficili dell’Antico Testamento: la sua interpretazione, infatti, presenta non poche difficoltà che hanno causato le più diverse e talvolta contrastanti interpretazioni degli esegeti.

«Vanità delle vanità – dice Qoèlet –, vanità delle vanità, tutto è vanità». Il termine ebraico che corrisponde al vocabolo italiano “vanità” è hebel, che significa “soffio”, un semplice flatus vocis, qualcosa di assolutamente inconsistente, effimero, passeggero.

L’autore, però, non si accontenta di enunciare una sua convinzione personale, pur avvalorata da un’esperienza maturata per lunghi anni, ma si affretta a produrre una serie di situazioni umane dalle quali si evince questa certezza: nulla vi è di consistente, nulla di stabile, nulla di duraturo nelle molteplici e variegate esperienze umane.

Anzitutto si ragiona sul lavoro e si constata amaramente che anche «chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato». È proprio vero che – come ha detto papa Francesco – «il sudario non ha tasche».

Poi si considera un aspetto connesso con il lavoro: la fatica del corpo e l’affanno del cuore. Chi fa del lavoro l’unico scopo della sua vita spesso cade in una sorta di esaurimento delle sue forze fisiche e si ritrova oppresso interiormente dall’affanno. Triste sorte di chi chiude la prospettiva della sua vita solo sul presente, senza apertura fiduciosa sul futuro.

Per arrivare alla conclusione quanto mai triste e amara: tutti i giorni dell’uomo «non sono che dolori e fastidi penosi». Constatazione non pessimistica ma realistica: il realismo di chi si lascia condurre dalla duplice luce che si sprigiona dalla ragione e dalla fede.

2. Il salmo responsoriale ci presenta una riflessione circa la piccolezza dell’uomo a fronte della grandezza di Dio. Qui ci è dato di verificare una certezza di fede del popolo eletto, relativa all’opera creatrice di Dio nella quale egli ha manifestato la sua onnipotenza e la sua sapienza.

La Chiesa ci invita a invocare Dio perché ci faccia il dono di «un cuore saggio». Che cosa si intende con questa espressione? La risposta ci viene offerta da una meditazione attenta del salmo.

Anzitutto è saggio chi ha piena consapevolezza della fragilità del suo essere. Siamo polvere e in polvere ritorneremo: direbbe Giobbe. Chi ha lucida coscienza di questo, non cadrà facilmente in atteggiamenti presuntuosi e inconsulti.

È saggio chi sa valutare la durata della sua vita, cioè chi ha il senso esatto del tempo che gli è dato di vivere e non si illude di vivere quanto egli vuole; la sua vita è nelle mani di Dio: «I miei giorni scorrono più veloci d’una spola» (Gb 7,6).

Chi ha imparato a contare i suoi giorni, secondo il salmista, acquisterà «un cuore saggio». Questa saggezza la si impara giorno dopo giorno ed è appannaggio di tutti, nessuno escluso.

È saggio colui o colei che sa trasformare queste riflessioni in preghiera: «Ritorna, Signore, fino a quando?… Saziaci al mattino con il tuo amore… Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio». È la preghiera che viene a perfezionare il dono della saggezza. Chi non prega difficilmente acquisisce questo dono.

3. La seconda lettura è tratta dalla lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi. Qui viene descritta la vita nuova in Cristo, inaugurata nel battesimo ma radicata nel mistero pasquale di morte e di risurrezione.

Sono due le parti di questa lettura: in un primo momento, l’apostolo descrive la novità della vita in Cristo: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!». Morte e nascondimento si riferiscono all’aspetto negativo del mistero pasquale. In attesa della piena manifestazione della vittoria pasquale: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

In un secondo momento, invece, l’apostolo esorta a vivere in modo conforme al mistero pasquale che caratterizza la vita di ogni battezzato. Ecco la prima esortazione: «Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra», e qui viene elencata una serie di atteggiamenti che rivelano egoismo. Si tratta di vincere tutte queste passioni per inaugurare una vita veramente “nuova”: nuova, perché ispirata ad un’etica che richiede coerenza con il mistero al quale abbiamo partecipato mediante il battesimo.

La seconda esortazione va nel senso della reciproca sincerità: «Non dite menzogne gli uni agli altri». Ma è la motivazione che merita di essere messa in grande rilievo: «Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato». La contrapposizione tra “l’uomo vecchio” e “l’uomo nuovo”, tipica del linguaggio paolino, non lascia spazio a incertezze: ciò che è vecchio deve morire per lasciare spazio a ciò che è nuovo.

4. Il brano evangelico ci offre una delle pagine più curiose del vangelo di Luca: si tratta infatti di una strana domanda che viene rivolta a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Vorrebbero che Gesù si proponesse quale arbitro in un conflitto di interessi tra fratelli a riguardo dell’eredità. Impresa difficilissima, come è ben noto a tutti noi.

Ma Gesù si oppone drasticamente a questa richiesta, non tanto perché questo non entra nella sua missione – questo è più che ovvio – quanto piuttosto perché gli preme di far sapere in che cosa consiste la missione.

Ecco da dove nasce la sua esortazione: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Gesù non ci dice che non dobbiamo interessarci dei beni terreni, ma vuole persuaderci che la ricchezza materiale non può essere sorgente di felicità.

Con la parabola che offre alla nostra meditazione Gesù cerca di esplicitare il suo insegnamento: chi ragiona come l’uomo della parabola merita un solo titolo: «Stolto». La stoltezza, infatti, offusca la nostra capacità di discernimento e ci abbaglia nei nostri giudizi.

Il finale della parabola è estremamente significativo: «Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». Se poi ci chiediamo che cosa significa “arricchirsi davanti a Dio”, la risposta la troveremo nel vangelo di domenica prossima: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina: fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli (…) Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (12,33).

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