XXI Per annum: La porta stretta

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Ogni volta che noi partecipiamo alla celebrazione eucaristica domenicale ci è data l’opportunità di offrire a Dio un culto integrale, tale cioè che coinvolge non solo un aspetto della nostra vita di fede, ma la vita stessa in tutti i suoi aspetti. La prima virtù che siamo invitati a esercitare è quella della carità, intesa non solo come elemosina ma come accoglienza fraterna di tutti, soprattutto dei più bisognosi.

Viene spontaneo perciò riferirci a questa esortazione che troviamo nella lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opera buone. Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (Eb 10,24-25).

1. Dalle profezie di Isaia è tratta la prima lettura di questa domenica. La situazione ivi descritta è quella dei giudei ritornati dall’esilio. Non è stato facile per loro riprendere i ritmi di prima; anzi, in molti subentrarono

la delusione, l’apatia e lo scoraggiamento. C’era bisogno di una parola di conforto che potesse riaccendere in loro l’entusiasmo di un tempo felice.

Ecco il motivo di questa profezia: con essa un discepolo del grande Isaia cerca di tener viva la fede del popolo eletto, che deve saper trarre una lezione di vita anche dalla triste e desolante esperienza dell’esilio. Anche e soprattutto per Israele la storia è ricca di insegnamenti, dato che questo popolo sa con certezza che il suo Dio è il Signore della sua storia e della storia di tutti i popoli.

Allo scopo, con una terminologia e uno stile apocalittico, l’autore descrive l’intervento con il quale il Signore in persona ristabilirà le sorti del suo popolo: «Io verrò… Io porrò in essi un segno…». L’iniziativa di Dio è posta in grande rilievo: tutto ciò che di bello e di buono accade al popolo santo è opera delle sue mani, è frutto del suo amore.

Ma non dobbiamo dimenticare che la fine dell’esilio è stata per molti l’occasione di andare nel mondo intero al fine di far conoscere la loro religione ai popoli pagani. Anche questo entra nel progetta del Dio liberatore: «… manderò i loro superstiti alle popolazioni…, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle genti».

Simbolo di questa situazione ideale è Gerusalemme, città santa, nella quale si daranno convegno tutti i popoli della terra. Non più una città contesa tra popoli appartenenti a religioni diverse, ma città nella quale tutti i popoli, e non solo Israele, potranno elevare il culto a Dio ed esercitare il sacerdozio universale.

2. La prospettiva universalistica è presente anche nel salmo responsoriale e viene proclamata nel ritornello: «Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore». Non suscita alcuna meraviglia questa apertura del popolo eletto verso gli altri popoli: ormai è definitivamente superato l’esclusivismo giudaico.

L’invito a cantare le lodi del Dio d’Israele è rivolto letteralmente a tutti i popoli: «Genti tutte, lodate il Signore, popoli tutti, cantate la sua lode». Abbiamo già avuto l’occasione di sottolineare l’apertura universalistica di molti salmi; anche questo si pone sulla stessa linea e per noi costituisce un modo per apprezzare la spiritualità di quel popolo che affonda le sue radici nel Primo Testamento.

Ma preme anzitutto rilevare la motivazione addotta dal salmista: «Perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura per sempre». Amore e fedeltà: in questo binomio possiamo riconoscere i fondamenti della fede ebraica.

3. La seconda lettura prende dalla lettera agli Ebrei una delle tante esortazioni di cui è ricco il libro. L’autore esorta i destinatari del suo messaggio a essere forti e resistenti contro ogni tentazione che viene dal Maligno, rimanendo saldi nella fede acquisita e fiduciosi nell’aiuto di Dio.

Il primo avvertimento suona come un mezzo rimprovero: «Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli» e poi segue una citazione dal libro dei Proverbi 3,11-12. Si tratta di non disprezzare «la correzione del Signore»: anche quando la correzione viene da un fratello o da una sorella nella fede, dobbiamo ricordare che ultimamente essa viene da Dio, e quindi possiede i caratteri della massima autorevolezza.

La seconda esortazione mira a chiarire lo scopo delle nostre sofferenze: «È per la vostra correzione che voi soffrite!». Con la motivazione che segue: «Dio vi tratta come figli». L’analogia con i rapporti familiari deve aprire la nostra mente: si tratta solo di una analogia, ma noi sappiamo che il Signore è infinitamente più saggio e più buono di ogni padre terreno.

Infine, l’autore della lettera, esercitando un’autorità paterna, scrive: «Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi». Anche qui il discorso analogico ci induce ad applicare alla nostra vita il messaggio soggiacente: dobbiamo essere forti nell’affrontare le immancabili prove della vita, forti di quella forza che può venire solo da Dio.

Tutto sommato, possiamo dire che, in questo modo, l’autore della lettera agli Ebrei ci offre alcuni tratti di quella pedagogia che il Dio d’Israele ha esercitato verso il suo popolo; la pedagogia che anche Gesù ha largamente esercitato verso i suoi discepoli. Una pedagogia paterna e materna nello stesso tempo: una pedagogia che conosce la tenerezza della madre e la fermezza del padre (cf. 1Ts 2,7-12).

4. La pagina del vangelo secondo Luca corrisponde ad uno degli insegnamenti più forti di Gesù. Siamo dinanzi ad una di quelle “parole forti” con le quali Gesù intendeva educare i suoi discepoli in vista degli eventi pasquali.

Anzitutto Gesù afferma: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». Siamo indotti a pensare che il cristianesimo è un “caso serio”. Per dirla con il linguaggio che Luca utilizza negli Atti degli apostoli, è una “via” in salita da percorrere fino in fondo, senza nostalgie e senza recriminazione alcuna. Essere cristiani, non solo di nome ma di fatto, implica tante scelte impegnative; soprattutto esige un’opzione fondamentale capace di dare sicuro orientamento a tutta la vita.

Poi il Maestro fa seguire una sorta di parabola, nella quale presenta sì un evento escatologico ma, nello stesso tempo, coinvolge direttamente i presenti. Sotto questo profilo è doveroso rilevare il “voi” del racconto parabolico: «Voi… comincerete a bussare…». E poi ancora: «Ma egli vi risponderà… Ma egli vi dichiarerà: Voi non so di dove siete». Il Maestro lascia intendere con estrema chiarezza che ciò che sta dicendo riguarda direttamente tutti i presenti, nessuno escluso.

Infine, Gesù ci offre una delle sue parole più belle e gratificanti: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio». È solenne e commovente questa profezia di Gesù: in essa si annuncia l’afflusso massiccio dei pagani i quali, nell’ascolto della Parola e nella fede provocata dalla Parola, troveranno la via che li porta alla salvezza.

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