XXIII Per annum: La parola potente del Creatore

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L’esperienza dell’esilio ha scosso profondamente la comunità d’Israele, ne ha minato le certezze, soprattutto quelle legate al proprio status di popolo eletto. Se il peccato ha distrutto il patto di alleanza con Dio, se Israele è diventato nemico di Dio, chi può aiutarlo? «Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori!» (Sal 126,1).

L’annuncio del Secondo Isaia è una parola di consolazione: «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata…» (Is 40,1). Il capitolo 35, in particolare, descrive l’intervento di Dio a salvezza del suo popolo sul modello dell’esodo dall’Egitto, con un viaggio solenne, sicuro, reso possibile dall’assistenza di Adonai, che rinnova gli antichi prodigi, come il dono dell’acqua dalla roccia (Is 35,6-7).

Dio «si ricorda sempre della sua alleanza» (Sal 111,5), non condizionata dal peccato del popolo, si schiera così a fianco dei deboli, delle vittime della storia. Il suo agire è come un atto di giustizia (nqm: cf. Sal 94,1), che diventa salvezza e assume l’aspetto di una nuova creazione, soprattutto nei confronti di chi è più svantaggiato o più fragile.

In questo quadro, assumono un particolare rilievo la guarigione dei ciechi e dei sordi, dello zoppo e del muto. Essi vengono resi finalmente abili alla vita, con una nuova capacità di relazione:  per la contemplazione, che rende testimoni; per l’ascolto che realizza l’obbedienza; per il cammino spedito della libertà e, infine, per l’esultanza di chi riconosce la presenza e l’azione del Signore nella storia di Israele.

Queste quattro categorie assommano quanti tradizionalmente venivano impediti di accedere al tempio (2Sam 5,6-8; Lv 21,18; Gv 5,1-18; 9,1-3.34; At 3,2), e considerati in qualche modo esclusi dall’eredità comune ai discendenti di Israele.

La loro guarigione inaugura il tempo nuovo e definitivo (cf. Mt 11,5), annuncia il compimento di tutte le promesse di Dio, rivendica la coerenza del suo agire a partire dal programma originario: «Facciamo l’uomo!».

Vale ricordare come il racconto della Genesi presenti l’essere umano come strutturalmente collegato a Dio, il quale agisce su di lui e rivolto a lui, quasi riconoscendosi nella capacità dell’uomo di comunicare e di donarsi, quale adeguata e insuperabile forma dell’espressione di sé.

La parola, che Dio rivolge all’essere umano (Gen 1,28) come all’unico uditore consapevole, presuppone o meglio fonda, al tempo stesso, la sua possibilità di ascolto. La risposta non sarà consegnata agli automatismi dei processi naturali, ma configurata in modo anche drammatico dall’inedito miracolo della libertà.

Altrove, la Scrittura ci mostra la capacità di ascolto dell’uomo direttamente approntata dall’azione creatrice di Dio, come se nell’esperienza storica l’obbedienza prendesse l’aspetto di un intervento prodigioso del creatore, un miracolo uguale a quello degli inizi, almeno nel suo significato mai scontato, e sempre benedetto, della misteriosa volontà di Dio di incontrare la sua creatura e di parlare con lei… Il valore di questi testi si può difficilmente esagerare, là dove essi indicano una riconfigurazione decisiva del culto e della realizzazione del piano di Dio nelle vicende umane.

Il primo testo è il versetto del Salmo (40,7): «Sacrificio e offerta non gradisci, ma mi hai intagliato gli orecchi». Nel Secondo Isaia (Is 50,5) leggiamo: «Ogni mattino [Adonai] sveglia il mio orecchio, perché io ascolti come coloro che imparano con l’esercizio. Adonai mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro».

A livello esistenziale si saldano così sia la dimensione del culto a Dio, non più affidato al meccanismo simbolico sostitutivo dei sacrifici, sia quella della testimonianza perseverante nella prova, quale servizio alla parola vera di Dio e al cambiamento che essa opera nella storia.

Con questo retroterra del Primo Testamento, il gesto di Gesù sul sordomuto non si limita ad essere un gesto di potenza, destinato a suscitare meraviglia. Oltre ad attirare l’attenzione sul mistero della sua identità personale, esso attualizza il gesto della creazione e il suo scopo, la dignità e la vita dei figli alle quali Dio chiama ogni uomo.

«Apriti!», come già la parola rivolta al lebbroso: «Lo voglio!» (Mc 1,41), è la parola potente del Creatore, che non solo indica il recupero di una funzionalità quotidiana, ma anche, attraverso di essa, restituisce al sordomuto la sua vocazione alla relazione, all’obbedienza e alla lode, con un’efficacia inarrestabile, che supera i limiti richiesti da Gesù stesso.

Altri elementi evocativi del segno compiuto sul sordomuto sono i sospiri di Gesù e la collocazione della scena nella Decapoli.

Il sospiro di Gesù sembra farsi carico dell’attesa (cf. At 7,34; 2Cor 5,2.4) e della partecipazione che accompagnano la realizzazione dei piani divini (cf. Mc 8,23), espressione forse della sua preghiera, al modo in cui anche Paolo descrive l’intercessione insistente dello Spirito per noi, con «gemiti inesprimibili» (Rom 8,26). C’è qualche cosa del Figlio in questa ansia di vedere completa e sanata nell’uomo la capacità  di relazione con il Padre e con i fratelli, in una nuova possibilità di comunicazione e di scambio. Per questa opera egli si mette a completa disposizione del Padre e dei fratelli (cf. Lc 12,50): «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,19).

La collocazione del prodigio nella Decapoli esporta fuori dei confini di Israele l’esperienza dell’ascolto e della risposta alla parola di Dio, con un’apertura programmatica che la Chiesa apostolica riuscirà a leggere (con fatica, anche lungo i secoli, ma correttamente), come corrispondente all’intenzione profonda dell’agire di Gesù e alla sua interpretazione della volontà di salvezza del Padre.

Gesù infatti si era meravigliato della fede del centurione e della donna sirofenicia: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,10-11; Mc 7,24-30).

La guarigione del sordomuto stabilisce in qualche modo anche i parametri dell’esperienza della fede, che si attua nella comunione suscitata dall’ascolto e realizzata nell’annuncio di gioia (l’«evangelo»!) (cf. Rom 10,17), come più volte evidenziato negli Atti e nelle lettere paoline.

In particolare, essa fa giustizia di tutti i tentativi di chiudere il cammino della fede in una subalternità immatura e irresponsabile; invece, ne rivendica con forza l’apertura e l’intraprendenza. Lo Spirito che nel racconto di Marco «sospinge» o «getta fuori» Gesù nel deserto (Mc 1,12) diventa la forza incontenibile della testimonianza e della lode (Rom 8,15; Gal 4,6), come del servizio della carità (2Cor 5,14) nel cuore di tutti i discepoli di Gesù.

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