XXV Per annum: Tutti primi

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L’ultima pagina della seconda parte del libro di Isaia (cc. 40-55), chiamato Secondo Isaia o DeuteroIsaia, si inquadra bene nella situazione dell’immediata vigilia del ritorno del popolo di Israele dall’esilio di Babilonia (586-538 a.C.). Per un breve tempo la città-sposa è stata abbandonata, ma ora è ripresa con immenso amore in un nuovo patto di alleanza (Is 54,1-10).

YHWH non ha abbandonato al sua sposa infedele, anzi, le è stato sempre vicino e ha ribaltato il tempo della vedovanza, dell’esilio, dell’infecondità, in un tempo di feconda presa di coscienza della propria situazione e delle promesse irrevocabili di YHWH. Un vero e proprio ribaltamento di condizione nel momento stesso dell’abbandono.

Le grazie fatte a Davide

La città di Gerusalemme sarà ricostruita (54,11-13) e troverà stabilità (55,14-17). YHWH stipulerà/scriverà un’alleanza eterna/permanente (be rît ‘ôlām) (55,3). Le grazie promesse a Davide (55,3) rimangono irrevocabili, ma subiranno una trasformazione strabiliante. Il beneficiario dell’alleanza non sarà solo un singolo – seppur re – ma il popolo intero, che sarà reso “testimone/‘ēd” di YHWH nei confronti delle nazioni.

L’ultimo re di Giuda, Ioiakìn, muore in esilio (sebbene alla fine “dorato”), anche se non più come prigioniero, ma come “ospite” riabilitato e ammesso alla mensa del re come un vassallo. Le “grazie promesse a Davide/asdê Dāwid” non possono certo dirsi confermate e realizzate nel tempo postesilico a livello politico e monarchico.

Il Secondo Isaia annuncia coraggiosamente che il sogno di un messianismo politico si deve considerare concluso. È all’intero popolo di Israele che ora vengono allargate le promesse e l’alleanza. La vocazione davidica, la sua testimonianza in mezzo alle genti, il suo essere “luce per le nazioni”, “capo/nāgîd e condottiero”, vengono trasferite e “democratizzate” nel popolo nel suo complesso. La vocazione di Davide/Israele non sarà più politica ma profetica.

Nel suo primo discorso missionario, tenuto da Paolo ad Antiochia di Pisidia (At 13,16-41), l’apostolo vedrà il compimento delle «cose sante di Davide, quelle degne di fede» nella risurrezione di Gesù da parte di Dio (cf. At 13,34-37). Per opera di Gesù risorto viene ora annunciato a Israele e ai timorati di Dio (At 13,16) – ma ben presto a tutte le genti – il perdono dei peccati e quella giustificazione impossibile da ottenere mediante la legge di Mosè (At 13,38).

Cercate… i miei pensieri, le mie vie

 Sulla base della nuova alleanza annunciata (Is 54,10), il profeta si appella con forza al popolo che sta per rientrare in patria. Il suo appello/comando è duplice (55,6): “cercate YHWH/diršû YHWH”… “invocatelo/qerā’uhû”. Consultate YHWH nel nuovo tempio che sarà ricostruito, ma soprattutto nella vostra coscienza di credenti. Gridate a lui/invocatelo, non solo nelle liturgie ufficiali, ma nel segreto del cuore spezzato nell’umiltà e nella fiducia. Una ricerca e un “grido” pieni di fiducia, perché poggiati sulla promessa che YHWH farà il primo passo – come ha fatto sempre, del resto – e si farà trovare, perché “vicino/qārôb” al popolo della sua alleanza, alla vedova che ha visto allargare le sue tende e moltiplicare i suoi figli (Is 54,1-3).

La grazia precorritrice di YHWH si sveglia prima dell’alba, previene e sovrasta ogni presunto merito – e anche ogni amara sconfitta – che un popolo e un singolo possa avanzare nei suoi confronti. YHWH si lascia volentieri trovare e non è difficile trovarlo, dal momento che non si è mai allontanato dalla sua amata sposa della giovinezza.

La ricerca e il grido devono però esser veritieri e conseguenti, “impegnati”. La ricerca del bene richiede per sua natura l’abbandono del suo contrario. Il “malvagio/rāšā‘” deve abbandonare “la sua strada/operatività/condotta/darkô”, l’“uomo totalmente intriso di vanità, falsità, frode, nullità, malvagità, perversità/’îš ’āwen” (deve abbandonare) “i suoi pensieri/la sua progettualità, intenzionalità, trame, macchinazioni/mašebōtāw”. L’operatività e l’intenzionalità governate dal male, dalla nullità, dalla perversità devono essere coraggiosamente abbandonate con una scelta precisa e decisa, tagliente (cf. Gesù in Mt 5,29-30 sui “tagli” da fare). Il movimento vitale deve essere impresso decisamente in direzione contraria, con una decisa inversione a U, la “conversione/yāšûb” (55,7).

A muovere e ad accogliere il movimento non sarà la Legge – seppur santa, giusta, buona e spirituale (cf. Rm 7,12.14), ma pur sempre impotente – ma sarà YHWH, il Dio della redenzione e della misericordia materna (v. 7: wiraamēhû). Egli è “il nostro Dio”, un Dio in cui avere fiducia e a cui abbandonarsi completamente, perché si è sempre mostrato “dalla nostra parte”. Non ci ha mai abbandonato per sempre, ma solo per pochi attimi, per farci provare l’ebbrezza gelida della solitudine prometeica, l’esilio dalle radici, la tristezza di una “hybris/violenza, arroganza” che non rende dèi, ma piccoli stregoni a cui è scappata di mano la propria mostruosa creatura. Anche stavolta ci accoglierà, perché egli è fatto così: “si allarga per perdonare/yarbeh lislôa”!

Diversità

Ora la parola impellente e accorata del Secondo Isaia lascia campo alle parole stesse di YHWH che si autopresenta nell’oracolo del suo “profeta/(verbo greco prophēmi), colui che parla al suo posto e davanti agli altri”: la mia intenzionalità/i miei progetti/i miei pensieri/mašebōtay non (sono) come i vostri progetti/intenzionalità/pensieri né “le vostre vie/la vostra operatività/condotta operativa/darkêkem” (sono) le mie vie. La diversità qualitativa non può essere descritta in modo più netto e tranciante. Il pensiero e l’agire di Dio sono qualitativamente diversi (opposti?) da quelli dell’uomo, anche di colui che si sforza di credere.

Noi parliamo di Dio solo e sempre in modo analogico, a partire dalla nostra esperienza umana, come è giusto e naturale che sia. Ma anche questo non basta e non è totalmente corretto. Il Dio della Bibbia si rivela nelle parole e nei fatti come un Dio “diverso”, “altro” da quello immaginato dagli uomini.

I suoi valori, le sue scelte, il suo modo di essere giusto, la modalità del suo operare devono essere accolti nella rivelazione attestata nella sacra Scrittura. Troppo “alti” i suoi pensieri – “celesti” e non “terreni”. Troppo “alta” la sua modalità operativa che ne consegue, rispetto alle condotte umane governate da progettualità puramente “terrene”.

La nostra conversione a Dio presuppone l’apertura fiduciosa a un Dio che ci sorprende (felicemente!) per l’“altezza/diversità” qualitativa del suo pensiero e della sua condotta, rispetto al nostro pensare e operare a livello “terreno”. Questo è spesso dettato dalla mentalità mercantilistica del do ut des, del dare a ciascuno il suo (quando va bene!), in una visione della giustizia nei rapporti umani che si basano – quando lo fanno – solo su una concezione della giustizia dal carattere distributivo e forense.

Il Dio della Bibbia, annunciato coraggiosamente dai suoi profeti, persegue invece una giustizia salvifica, che raggiunge il suo scopo non quando punisce in modo equo il malvagio, ma quando lo salva riportandolo contento nella casa dell’alleanza.

Gesù, uno che si lascia trovare

Terminati quattro dei suoi cinque discorsi (cf. Mt 19,1), Gesù lascia la Galilea e si reca in Giudea, al di là del Giordano. Di là inizierà a salire verso Gerusalemme (cf. Mt 20,17), passando per Gerico, dove illumina gli occhi di due ciechi (noi!), perché possano vedere chiaro il suo pensiero/progetto e la sua via/la sua condotta operativa: il dono di sé che giungerà fino alla morte violenta subìta (e voluta) da innocente, per gli altri, i peccatori. Una scelta di amore, che solo redimerà i cuori.

I ciechi cercano Gesù e gridano con forza il suo nome (cf. Is 55,6), che contiene le grazie promesse a Davide (cf. Is 55,3). Gesù si lascia trovare, perché egli è vicino all’uomo, sta dalla sua parte (cf. Is 55,6). Gesù si commuove e li guarisce (Mt 20,34), perché è venuto a stabilire un ribaltamento di valori e di condotte operative: «… il Figlio dell’uomo… non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). L’esatto contrario della mentalità e delle azioni dei governanti delle nazioni (Mt 20,24), da cui non sono immuni neanche due dei Dodici, i figli di Zebedeo (e la loro madre che li “copre”).

I due ciechi guariti “vedono e capiscono”. Per questo ringraziano lo “strano” Gesù mettendosi alla sua sequela. «Si misero a seguire lui» (Mt 20,34). Dallo stare sdraiati per terra come morti al cammino spedito di discepoli vivi. Una conversione a U che il Secondo Isaia avrebbe lodato… (cf. Is 55,7ss).

Il padrone di casa esce

Sulla strada per Gerico, con ogni probabilità, Gesù sta parlando ai suoi discepoli (Mt 19,23-26) e a Pietro in particolare (19,27-30). E conclude il primo discorso ricordando che a Dio tutto è possibile (19,26) e il secondo preannunciando il paradosso che «molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi primi» (19,30).

Prosegue, quindi, il suo dire con una parabola espressamente riferita al regno di Dio, alla logica che vige in esso (Mt 20,1-16). Così andranno le cose dal momento che una persona lascia regnare Dio e la sua volontà nella propria vita e quando questo fatto toccherà un intero popolo, primizia del regno (la Chiesa), per raggiungere infine tutte le genti (il regno di Dio nella sua pienezza).

Nel raccontare le parabole, Gesù parte sempre dall’osservazione delle cose così come avvengono normalmente nel mondo che lo circonda, per poi innestare nel racconto alcuni elementi paradossali che fanno capire in modo abbastanza chiaro – seppur enigmatico – all’interlocutore il fatto che egli sta parlando in riferimento a una realtà che supera/è diversa qualitativamente dalle cose così come funzionano “quaggiù” nel mondo degli uomini.

I particolari del racconto vanno sì ben valutati (e decodificati) ma l’attenzione deve sempre essere rivolta innanzitutto alla logica stringente dell’insieme della storia fittizia raccontata da Gesù, per poi trovarne il punto chiave (la pointe) e l’interrogativo che pone una domanda personale al lettore. Egli deve rispondervi, per poi applicare la risposta alla propria vita. Le storie narrate da Gesù non sono mai assurde, ma hanno una loro logica stringente, pur nella presenza di uno o più particolari paradossali.

Abbastanza strano e paradossale (ma non assurdo) è il fatto che un padrone di casa (con tutta probabilità un benestante), possidente di una vigna che abbisogna di essere urgentemente vendemmiata, esca di persona alla ricerca del personale necessario, quando ha un fattore che potrebbe svolgere benissimo questo lavoro sfiancante e probabilmente disonorevole nell’ambito della società in cui viveva Gesù, società fondata sul codice dell’“onore” (come tutte le civiltà del Mediterraneo). Non gli piace il caporalato e i pullman pieni di disgraziati che lavorano dieci ore al giorno per 25-30 euro…

Il padrone di casa esce con tenacia e preoccupazione dall’alba fino quasi al tramonto (alle sei, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio, quando manca solo un’ora al termine della giornata di lavoro). Con i primi giornalieri trovati si accorda per un denaro, la paga giornaliera ritenuta normale ed equa a quel tempo.

Alle nove e a mezzogiorno si accorge di uomini che se ne stanno in piazza “disoccupati/senza lavoro/agroi” (a privativo + ergon = lavoro) (v. 3,6). Un fatto per lui incettabile. La sua vigna ha bisogno di operai, e gli uomini non possono rimare senza lavoro. Ne va della loro dignità e della possibilità di formare una famiglia e di poterla mantenere in modo onesto e dignitoso. Promette come paga “il giusto/dikaion” e manda anche loro nella vigna. Lo stesso, brevemente, fa anche a mezzogiorno e alle tre del pomeriggio.

Alle cinque di sera si ricorda per l’ultima volta che il padrone “uscì” ancora. Questa volta egli rivolge addirittura la sua domanda meravigliata agli uomini “senza lavoro/agrous”, chiedendo conto della loro inattività. La risposta è che nessuno li ha visti, nessuno si è interessato di loro, nessuno li ha presi a giornata. Disoccupati invisibili, esodati ante litteram, gente di cui nemmeno i responsabili conoscono l’ammontare. Senza menzionare espressamente le condizioni della ricompensa, il padrone di casa manda anche loro nella vigna (vv. 1.4.7), che è “sua” (vv. 1.2). Egli è “il padrone/signore della vigna”/ho kyrios tou ampēlou (v. 8). Ed essi sono ben contenti di andarci.

La giornata sta per finire e qualcosa si riuscirà a portare a casa, “un pane sincero” (papa Francesco), un pane di dignità. Un uomo che chiama a lavorare anche all’ultima ora non sarà così malvagio da mandar via poi la gente senza dar loro nulla come paga…

Anche l’uomo di cui si narra nella parabola dell’“uomo con due figli dissimili” (Mt 21,28-32) manda i due a lavorare nella vigna (21,28) e la vigna sarà ancora la protagonista di un’altra parabola (Mt 21,33-45), nella quale essa sarà l’ambiente costretto a vedere la condotta omicida dei vignaioli ai quali essa era stata affittata e affidata (21,33). I particolari sono credibili, pur con tratti paradossali.

Il contratto che lega narratore e uditore comporta una certo materiale conoscitivo comune, che permette la possibilità e la riuscita della comunicazione. Per chi ascoltava Gesù, la “vigna” richiamava immediatamente alla mente Israele, la “vigna di Dio”, la vigna oggetto del cantico amaro dell’amico del vignaiolo (Is 5,1-7): «ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele… la sua piantagione preferita» (v. 7).

Un padrone di casa “diverso”

Il paradosso però scatta al momento clou della giornata, il tempo della paga. A tutte le ore della giornata «il padrone di casa» (20,1), «il padrone/signore della vigna» (20,8) esce a chiamare personalmente le persone a lavorare nella “sua vigna”, a essere presenza attiva e fermentante dentro il popolo di Israele, perché tutto il mondo sia trasformato e fatto lievitare nel Regno.

I Dodici sono stati chiamati di buon’ora (cf. 19,27), i discepoli lungo la giornata (cf. 19,23), a tutte le ore, fino all’ultimo momento disponibile, in “zona Cesarini”.

Alle sei di sera, al calar del sole, il padrone della vigna incarica il fattore di chiamare i lavoratori (tous ergatas) – a partire dagli ultimi (cf. 19,30!) – e di “ri-dare/apodidōmi” loro in cambio del lavoro compiuto “la paga/ton misthon” concordata espressamente (v. 2), “il giusto” promesso (v. 4), anche implicitamente (v. 7). A tutti i lavoratori viene dato un denaro, la paga equa di una giornata intera di lavoro.

Comprensibile il mormorio lamentoso e recriminatorio dei lavoratori chiamati per primi, che, a questo punto, visto come si sono messe le cose, pensavano di ricevere di più del pattuito a cui avevano «fatto sinfonia» (v. 2). Ma le loro stesse parole di lamentela rivelano l’elemento paradossale che fa capire che qui si parla d’altro, e non di pura giustizia contrattuale di tipo sindacale.

Uguali a noi li hai fatti!

«Uguali a noi li hai fatti» (v. 12), si lamentano i primi lavoratori, al constatare di aver ricevuto la stessa paga data a quelli dell’ultima ora – “gli ultimi” –, pur avendo lavorato un’intera giornata in condizioni di caldo torrido della regione.

Qui il padrone/signore della vigna si rivela “il Signore di Israele” che sta instaurando progressivamente il suo regno, sconvolgendo e ribaltando i criteri mondani di valutazione e di comportamento. I suoi pensieri e le sue azioni sono “celesti”, “altre” (cf. Is 55, 8-9).

Egli risponde garbatamente ai suoi interlocutori che recriminano, chiamando uno di loro “compagno/amico/etairos” (v. 13). Evidenzia l’assenza di ogni ingiustizia da parte sua rispetto a quanto “concordato sinfonicamente/sunephōnēsas” alle sei del mattino (v. 13; cf. v. 2) e congeda il querelante. Nel farlo, però, “il padrone/signore della vigna” espone a chiare lettere il pensiero che guida la sua condotta paradossale, che costituisce la pointe della parabola: «Voglio effettivamente a questo ultimo dare come anche a te» (v. 14).

E continua ponendogli due domande retoriche – che richiedono a livello grammaticale una risposta obbligatoriamente positiva –: «Non mi è lecito forse fare ciò che voglio nelle mie cose?»; «[o] forse il tuo occhio è “cattivo/ponēros” perché “io/egō” sono “buono/agathos»? (vv. 14a-15a). «La lampada del corpo è l’occhio; perciò se il tuo occhio è “semplice/limpido/aplous” (e non “doppio/diplous”) tutto il tuo corpo sarà luminoso» aveva detto Gesù nel Discorso della montagna (Mt 6,22).

Il padrone/signore della vigna sottolinea con enfasi (“io/egō”, non necessario in greco) la differenza qualitativa che separa e distingue la sua intenzionalità e la sua condotta da quella del querelante. Effettivamente nel Regno gli ultimi secondo i criteri umani saranno primi secondo la valutazione e l’operato di Dio (cf. v. 16 e 19,30).

Il querelante ha espresso senza volere il criterio valutativo e operativo che guida il Dio di Israele. Egli vuole fare tutti gli uomini uguali, li vuole tutti primi!

Chi sarà stato chiamato di buon’ora a lavorare nella vigna non potrà che esserne grato al Signore per non averlo lasciato nell’indegnità della disoccupazione e di aver invece avuto la possibilità di contribuire all’esito felice del ciclo produttivo della vigna del Signore, mettendo in salvo il frutto maturo e i vini eccellenti che si gustano nel Regno (cf. Is 25,6). È il vino nuovo che si spreme dalla vite vera (cf. Gv 15,1s), la vite che dà il suo frutto fecondo a Gerusalemme (cf. Mt 20,17ss).

Chi sarà stato chiamato all’ultimo momento loderà il Signore per non aver perso niente del senso della vita e per aver potuto invece mettere in luce la grandezza di cuore e la cura che il Signore ha per ciascuno degli uomini. È la festa della grazia che, dove Dio regna, fa tutti uguali e primi!

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