XXVI Per annum: Il “dire” e il “fare”

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Tutto il c. 18 del libro del profeta-sacerdote Ezechiele, che accompagna il suo popolo nell’esilio a Babilonia (586-538 a.C.), è dedicato ad un principio religioso-morale-giuridico di eccezionale importanza: la responsabilità è personale, nel bene e nel male.

Vivere all’interno del clan costituiva per il singolo israelita una protezione essenziale per poter vivere in tempi e paesi difficili, ottenendo solidarietà, supporto, difesa, sostegno economico e militare, continuità del patrimonio grazie all’inalienabilità dei terreni e delle ricchezze paterne, protezione e continuità di discendenza grazie ai matrimoni endogamici. La corretta condotta religiosa era assicurata nella sua regolarità dal comune sentire e dal comune celebrare le feste che ricordavano le grandi opere di redenzione attuate da YHWH, la liberazione dalla schiavitù in Egitto in primis.

Responsabili di tutto?

La forte solidarietà clanica comportava, però, anche una responsabilità corporativa, nel bene e nel male. Si avvertiva come giusto e inevitabile che il bene o il male compiuto dai padri avesse una risonanza e una ricaduta intergenerazionale.

Il principio della responsabilità collettiva contiene indiscutibilmente in sé anche degli elementi di verità. Se ne vedono gli esiti anche ai nostri giorni. I disastrosi effetti dei veloci cambiamenti climatici non sono frutto di un momento o di una generazione, ma di più generazioni coinvolte collettivamente in pervicaci condotte ecologiche, morali, politiche, sociali ecc. scorrette, violente e ingiuste.

È invitabile, però, che ci sia anche il rovescio della medaglia. Al tempo di Ezechiele molti sentono come ingiusto il fatto di dover sopportare il peso di realtà negative di ogni tipo, delle quali non si sentivano in coscienza personalmente e direttamene responsabili.

Il principio della responsabilità corporativa può portare ad un certo errato senso di irresponsabilità personale, così come ad una ribellione interna di coscienza che rivendica con forza il principio della responsabilità personale, pur vissuta in contesto che sia beneficamente solidale e attento alle fasce più deboli della società (e, oggi, anche ai paesi impoveriti colpevolmente dalla fascia ricca del “primo mondo”.

Responsabilità personale

Gli israeliti ripetevano con rassegnata amarezza la costatazione: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). Una relativamente scontata e invitabile ricaduta intergenerazionale degli effetti negativi di comportamenti sbagliati si era tramutata in una ingiusta applicazione meccanica e a una possibile deresponsabilizzazione personale. YHWH stesso contesta questa applicazione meccanica e vuol rimuovere dalla coscienza degli israeliti un proverbio, con un fondo di verità, divenuto sbagliato e diseducativo.

Nel c. 18 del libro di Ezechiele, YHWH e il suo profeta dettagliano una serie di casi volti a sottolineare il principio della responsabilità personale. Il figlio non paga le colpe del padre; il padre è innocente rispetto alle condotte negative del figlio; c’è sempre la possibilità del pentimento e del ravvedimento virtuoso che fa recuperare la vita al “peccatore” pentito, così come sussiste sempre la possibilità che, ad un certo momento della vita, l’uomo corretto scelga liberamente di compiere il male: ne porterà personalmente le pesanti conseguenze, nonostante la positiva condotta precedente. Queste sono “le vie/derākîm di YHWH”, con le quali egli intende sradicare dalla mente e dalla coscienza degli israeliti l’applicazione meccanica del principio della responsabilità corporativa. Per questo si impegna in una “disputa giudiziaria/rîb” con il suo popolo, nell’intento non di giudicarlo per condannarlo, ma di recuperarlo alla sue “vie”, di riportarlo a un “giusto rapporto/edāqâ” di “alleanza/berît” con lui.

Fa vivere se stesso

Il clima in cui si era formata la nuova coscienza di una responsabilità personale era stato quello dei grandi profeti dell’esilio (Geremia, Ezechiele) e del libro del Deuteronomio (teologia deuteronomistica), che si sono influenzati a vicenda.

Afferma Dt 24,16: «Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri. Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato». E, nel c. 18 del libro di Ezechiele, YHWH ripete chiaramente il principio della responsabilità personale, nel bene e nel male.

YHWH la integra però anche con la previsione certa della possibilità effettiva anche del “ritorno/ravvedimento/conversione/šûb” virtuoso del malvagio da una “condotta malvagia/‘āwel”, dal “crimine/colpa/peccato/ribellione/peša’”, dal “male/rāšâ” a una “condotta corretta/giustizia/ edāqâ”, rispettosa del “diritto/mišpā”. Al “malvagio” è riconosciuta la possibilità concreta di “ravvedersi/vedrà/yir’eh” (v. 28a; trad. CEI 2008 “Ha riflettuto”) e di tornare a compiere un percorso virtuoso di vita. Con il suo atteggiamento concreto, composto di assunzione piena delle proprie responsabilità negative e disposizione concretamente attiva e collaborativa verso un percorso positivo di bene, il peccatore pentito e ben disposto “fa vivere se stesso/hû’ ‘et napšô ye ayyeh”, “egli certo vivrà, non morirà/āyô yieh lō’ yāmût”.

È evidente che è sempre YHWH a donare la vita, ma il peccatore pentito e ben disposto mantiene se stesso in vita corretta rispetto al suo Signore. Non se ne deve dedurre surrettiziamente la conclusione che l’uomo possa salvarsi autonomamente grazie alle proprie opere. Vero è che la corrispondenza fruttuosa alla grazia preveniente del Dio della vita – grazia anch’essa – permette al peccatore pentito di mantenersi nella vita divina datagli dal suo Signore.

È una grande responsabilità personale di fronte al dono gratuito di YHWH, che ama tutti gli esseri viventi, il creato e anche il peccatore. YHWH comanda infatti al suo profeta di annunciare la “via preferita” di Dio: «Di’ loro: Com’è vero che io vivo – oracolo del Signore Dio –, io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perché volete perire, o casa d’Israele?» (Ez 33,11).

A YHWH sta stretto sia il principio della responsabilità corporativa applicata meccanicamente, ma anche il principio puro e duro della responsabilità personale. Pur costituendo indubbiamente un grandissimo passo in avanti della coscienza morale dell’umanità, nella Bibbia questo principio è integrato tuttavia in una visione più ampia che lo abbraccia nel più largo raggio dalla “giustizia/volontà salvifica/edāqâ di YHWH”, amante della vita.

Afferma il libro della Sapienza, composto nel 30 a.C., alle soglie del Nuovo Testamento: «Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita».

La giustizia salvifica di YHWH sarà ulteriormente chiarita, esemplificata e donata da Gesù di Nazaret, l’Inviato definitivo di YHWH/Il Padre.

Il padre e i due figli dissimili

Dopo la prima (quella fondamentale sull’autorità di Gesù! vv. 23-27) delle cinque controversie sostenute (e vinte) brillantemente da Gesù nel tempio di Gerusalemme (cf. Mt 21,12) – momento ultimo del suo autorevole insegnamento (21,23; cf. 21,23-45) –, egli si rivolge ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo che gli si sono avvicinati (v. 23; cf. però, al v. 45, sono i sommi sacerdoti e i farisei a capire che nelle parabole Gesù si riferiva a loro…).

La parabola che Gesù racconta loro (cf. v. 33: un’altra parabola”), la storia fittizia del padre con due figli dissimili (o “della vigna e dei due figli”), inizia con una domanda, mostrando così subito il suo intento retorico di messa in questione personale a cui occorre rispondere personalmente: «Che ve ne pare?» (v. 28).

La parabola non è un’allegoria, una lunga metafora, da decriptare elemento per elemento per poi applicare il significato scoperto alla realtà di riferimento esterna al racconto alla quale si intende riferirsi (referente extradiegetico). La parabola è una storia fittizia, dotata di una logica stringente, che porta “inesorabilmente” a “dover” emettere personalmente, con le proprie labbra, il giudizio richiesto e atteso intenzionalmente dall’interlocutore, pena passare per della gente “illogica”. Questo “effetto parabola” (Jülicher, divulgato dal compianto e bravissimo esegeta e divulgatore Rinaldo Fabris) rappresenta un risultato altrimenti non ottenibile con altri tipi di insegnamento.

Non ne ho voglia

Il primo dei due figli, dissimili fra di loro, rifiuta esplicitamente di assecondare il comando del padre di andare a lavorare nella “vigna”. Un nome-simbolo che richiamava subito negli interlocutori “istruiti” il popolo di Israele (cf. “Il cantico della vigna” di Is 5,1-7, cf. v. 7), amato con passione dall’agricoltore-YHWH, che fa di tutto nei suoi confronti perché produca i frutti buoni del “diritto/tr. CEI: giustizia/mišpā” e della “giustizia/tr. CEI: rettitudine/edāqāh”, mentre esso produrrà (con assonanza paradossalmente tragica) solo “spargimento di sangue/miśpāh” e “grida di oppressi/ā’qāh”.

In un primo momento il primo figlio non vuole andare a lavorare nella vigna (“non voglio/tr. CEI: non ne ho voglia”), ma poi, “cambiato idea/pentitosi/provato dispiacere/metamelētheis”, vi andò.

Il verbo metamelomai ricorre altre quattro volte nel NT, oltre a Mt 21,29.32. In Mt 27,3 esprime il pentimento/rimpianto/cambiamento di idea di Giuda Iscariota, “colui che consegnò” Gesù. “Pentitosi/tr. CEI: preso dal rimorso”)” del tradimento/consegna, egli riporta i trenta denari ai sommi sacerdoti e agli anziani (proprio gli stessi destinatari di questa parabola, cf. 21,23!) e poi va a impiccarsi. Un pentimento con esito tragico, non l’inizio di un percorso virtuoso.

Secondo alcuni studiosi, però, il suicidio era considerato nel mondo rabbinico uno dei modi con cui un reo di omicidio poteva estinguere e riscattare il suo grave peccato. In 2Cor 7,8 Paolo ripete due volte di non dispiacersi affatto di aver scritto una dura lettera ai Corinzi (la “lettera fra le [molte] lacrime”, 2Cor 2,4 andata perduta), perché essa ha prodotto la reazione positiva della comunità nei confronti di colui che aveva “rattristato” non solo Paolo, ma l’intera Chiesa (cf. 2Cor 2,5). Paolo ha già perdonato e afferma che il castigo inflitto dalla comunità al reo è sufficiente ed egli spera (implicitamente) che questo lo faccia tornare sui suoi passi.

In Eb 7,21 l’autore della Lettera agli Ebrei cita il Sal 110,4 in cui si afferma che YHWH ha giurato e non si pentirà per aver detto al suo messia: «Tu sei sacerdote per sempre». Il primo figlio, quindi, si dispiace di aver rifiutato chiaramente (verbalmente) la volontà del padre, cambia idea e va a lavorare nella vigna.

Il secondo figlio risponde positivamente al comando del padre, in modo “militare”: “Sì/io/, signore/padrone/egō kyrie”. Ma poi, di fatto, nella vigna non ci va.

Nessuno dei due figli chiama “padre” colui che li invia a lavorare nella vigna, ma almeno il primo obbedisce di fatto, mentre il secondo, il “militare”, trasgredisce vergognosamente il comando impartito, macchiandosi dell’onta della disobbedienza di fatto nei confronti del suo “signore/padrone”.

Prima i pubblicani e le prostitute

Gesù chiede ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo (v. 23) il loro parere su chi, dei due figli, abbia di compiuto/epoiēsen di fatto la volontà del padre. Essi sono costretti ad emettere un giudizio/una risposta personale, espressa con le proprie labbra: «Il primo».

Indipendentemente dall’ordine con cui sono date le risposte (il che ha dato origine a dei testi greci con l’ordine inverso delle risposte dei figli, cf. l’edizione della Bibbia CEI 1974, ora cambiata!), Gesù annuncia ai suoi interlocutori che coloro che essi considerano peccatori pubblici – esattori delle tasse e prostitute –, perché incapaci/impossibilitati a osservare la volontà di Dio espressa nell’Istruzione/Torah, li precederanno nel regno di Dio. Essi, infatti, hanno dato credito alle parole appassionate di Giovanni Battista che invitava alla conversione (cf. Mt 3,1-12): «Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati» (Mt 3,5-6). Evidentemente, “tutta Gerusalemme” non comprendeva i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo, che non si sono mossi per scendere nel deserto! Troppo caldo…

Giovanni Battista era venuto “nella via della giustizia”, cioè ben inserito nella storia della salvezza, nel compimento concreto della volontà di Dio espressa nell’Istruzione/Torah.

Schernitosi di fronte a Gesù che viene da lui, alla fine Giovanni Battista lo battezza, cedendo alla sua affermazione: «Ma Gesù gli rispose: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Allora egli lo lasciò fare». I sommi sacerdoti e gli anziani del popolo (e molti farisei i quali capiscono che Gesù allude anche a loro, v. 45) non hanno cambiato idea/non si sono pentiti/non hanno provato dispiacere della loro condotta, pensando di essere nel giusto, convinti di osservare scrupolosamente l’Istruzione/Torah (cf. l’apologia del fariseo Saulo, portato in tribunale di fronte al re Agrippa II, di essere vissuto secondo la setta più rigorosa [non “rigida, tr. CEI] della nostra religione” [At 26,5]).

Alla stessa stregua dell’Insegnamento/Torah, i farisei (v. 45!) osservavano infatti anche la tradizione orale, non seguita da invece dai sadducei, la maggior parte dei quali erano sacerdoti.

Tanta sicurezza religiosa nell’osservare la Torah, ma rimanendo chiusi agli appelli alla conversione, presente in tante parti di essa e attualizzata da Giovanni Battista, ha reso i sommi sacerdoti, gli anziani del popolo e i farisei di fatto ciechi di fronte a “queste cose” (Giovanni Battista, la conversione dei peccatori pubblici, la persona e l’operato di Gesù) che attualizzavano la Torah. Le hanno viste, ma hanno detto militarmente “Sì, signore”, fiduciosi nelle loro pratiche religiose che – nel loro intentocercavano di applicare la Torah ad ogni momento della giornata. Di fatto hanno detto di no alla volontà di Dio, “la giustizia” così come si manifestava nell’oggi (cf. Lc 4,21: «Oggi si è compiuta la Scrittura che voi avete ascoltato»).

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», aveva detto Gesù al termine del Discorso della montagna (Mt 7,21). Non si tratta di elaborare una teologia “sostituzionista”, affermando che la Chiesa ha ormai soppiantato Israele per il fatto di aver creduto in Gesù Cristo. Gesù invita solo ad un’obbedienza concreta, fattuale, che va oltre l’assenso verbale, ma scopre nel profondo della Parola annunciata nel presente la volontà originaria del Padre, datore di vita: Parola e suo compimento attualizzato, Parola manifestata, vissuta e donata dal suo Figlio Gesù.

Spesso il giudaismo è stato definito “la civiltà del commento”, per la ricchezza e la profondità delle interpretazioni esegetiche, morali, spirituali della Bibbia suggerite dai rabbini e dai pensatori ebrei lungo i secoli. Restando vero questo, il giudaismo si caratterizza però anche per la concretezza e il primato del fare sull’ascoltare e sul dire, pur necessario. «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo», rispose il popolo al Sinai (Es 19,8).

È quanto Gesù ricorda ai suoi amati correligionari con i quali entra in accesa discussione fraterna, ma anche a tutti i credenti in lui, discendenza di Abramo (cf. Gal 3,16.29: «Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: “E ai discendenti”, come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza [cf. Gen 12,7], come a uno solo, cioè Cristo. […] Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa».

Prima i pentiti e i credenti “concreti”.


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