XXX Per annum: Occhi aperti, nel cammino

di: Roberto Mela
Geremia, profeta in patria e in esilio

Il profeta Geremia si trova a vivere sotto il regno del pio re Giosia (640-609 a.C. – che però muore nel 609 a Meghiddo, in battaglia contro il faraone Necao – e sotto i re successivi che patiranno la distruzione di Gerusalemme e l’esilio in Babilonia. A Geremia, che aveva caldeggiato la resa ai babilonesi, viene concesso di rimanere in patria, ma, dopo l’assassinio del governatore Godolia, insediato dai vincitori, da parte di Ismaele figlio di Netania, sarà costretto dai capi delle bande armate e da Giovanni figlio di Karèah a scendere in Egitto, dove morirà (a Tafni?), fuori della terra di Israele, svolgendo il suo ministero (cf. Ger 44).

Il libro che raccoglie la sua predicazione e la sua vita termina con la menzione della liberazione di Ioiachìn dalla prigione di Babilonia (565 a.C.), col permesso di assidersi alla mensa del re Evil-Merodàc, quale re-vassallo in prigionia dorata. L’evento è visto dai redattori finali del libro quale preannuncio della fine dell’esilio e del prossimo ritorno in patria, che avverrà nel 538 a.C. con l’editto di Ciro II il Grande.

La prima parte del libro di Geremia (Ger 1–25) contiene gli oracoli contro Giuda e Gerusalemme, mentre i restanti capitoli (Ger 26–52) riportano le parole del profeta sulla fine di Gerusalemme e delle nazioni. È utile tener presente che i capitoli riguardanti gli oracoli contro le nazioni sono trasferiti dalla versione dei LXX dopo il c. 25.

Con Ger 26,1–35,19 inizia la seconda parte del libro. Viene descritto l’inizio del calvario di Geremia e vengono riportati alcuni oracoli di salvezza. Si tratta di «narrazioni sullo scontro di Geremia con i falsi profeti (cc. 27–29), brani in poesia e prosa sulla futura restaurazione del popolo (cc. 30–32 [sic, ma 33]) e due episodi che dimostrano come l’infedeltà alla parola di Dio sia causa di sventura, mentre la fedeltà produca la vita (cc. 34–35)» (V. Lopasso).

Ger 30,1–33,26 costituisce quello che è comunemente chiamato “Il libro della consolazione”. Si tratta di una raccolta in gran parte di oracoli di salvezza fondati sull’oracolo di 29,10-14, nel quale si annunciava la restaurazione nel paese dei padri.

Ger 30,1–31,40 annuncia il ritorno in patria (30,4–31,22) e celebra la santità di Gerusalemme e la nuova alleanza (31,23-40).

Dopo l’introduzione (30,1-3), si annuncia la liberazione dalla calamità (30,4-7), il nuovo servizio (30,8-9), il rimpatrio (30,10-11), la guarigione delle piaghe (30,12-17), la restaurazione del popolo nel paese (30,18-21), il giudizio sugli empi (30,22–31,3), il ripristino delle condizioni di vita nel paese (31,4-6), il rimpatrio di Israele (31,7-9), la gioia del ritorno (31,10-14), la fine dell’esilio (31,15-22), la santità del tempio e di Gerusalemme (31,23-26), il ripopolamento del paese e la responsabilità nel peccato (31,27-30), la nuova alleanza (31,31-34), l’attaccamento di YHWH a Israele (31,35-37) e la consacrazione di Gerusalemme (31,38-40).

Tutto il c. 31 presenta problemi di interpretazione particolari. Il grande esegeta Alonso Schökel si domanda: si tratta di un oracolo unitario, composto con coerenza? è indirizzato ai sopravvissuti del regno settentrionale? La composizione finale sembra posteriore alla creazione dei singoli brani, alcuni dei quali si riferivano a Giuda o ai due regni uniti, mentre altri sono introdotti da formule al futuro (vv. 27.28.29.31) che si inquadrano con l’insieme quanto a tematica ma se ne allontanano quanto a stilistica. Quanto ai destinatari, sono gli israeliti fedeli del regno settentrionale? o i giudei in genere? o tutti quelli che si rifanno al nome storico di Israele? E risponde: «La composizione si rivolge fondamentalmente a “Israele”, chiunque sia tale personaggio poetico».

Gioia per il rimpatrio di Israele

La formula del messaggero (kōh ’āmar YHWH) introduce una mitragliata di cinque imperativi gioiosi: «Gridate di gioia, «esultate», «fate(lo) udire», «lodate», «dite». Tutti devono gridare di gioia per Giacobbe e Israele. Giacobbe, il progenitore delle tribù, è chiamato «primogenito delle nazioni», un titolo che ricorre altrove solo in 2Sam 22,44 e nel parallelo Sal 18,44. È una qualifica che evidenzia la sua superiorità e quindi il rapporto privilegiato con YHWH. Normalmente l’appello alla gioia si basa sul ricordo delle azioni prodigiose compiute da YHWH a salvezza del suo popolo (cf. Is 44,23, 48,20; 49,13;54,1), mentre in questo caso si basa sull’invocazione dell’intervento divino a salvezza del popolo (hôša‘/salva!), denominato “resto di Israele /še’ērît Yiśrāēl”.

Alonso Schökel e la traduzione CEI 2008 interpretano la forma verbale hôša‘ come qatal, un passato («ha salvato»), come del resto la LXX (esōsen), ma la forma appare essere un imperativo hiphil («salva!»). Lo studioso spagnolo cerca di identificare i personaggi in campo e, siccome si sta parlando di Israele e di Giacobbe in terza persona singolare, come motivo della gioia, e alle nazioni parlerà al v. 10, ritiene che in questo testo si parli a Giuda. «Il fratello rimasto a casa deve rallegrarsi del ritorno del fratello prodigo. Non deve considerarlo come un pagano in più (goyyim, si veda 2Re 17,8,11.15.29,23), ma come “capo” di essi, secondo la promessa di Dt 28,13 (benedizioni), quale vero popolo di Dio (‘am). E deve intonare per lui l’inno di lode. Si può paragonare questa lode con quella di Gerusalemme al ritorno degli esiliati, in Is 52,8s».

La risposta di YHWH è pronta: «Eccomi presente per far venire (hinenî mēbî’) il popolo dal paese del settentrione». In Ger 6,21-22 il profeta aveva annunciato a Israele l’irruzione di un popolo (‘am) – una grande nazione (gôy gādôl) – dal paese del settentrione, “dai posti più remoti della terra / (miyyarketê-’ereṣ)”. Gente munita di arco e frecce, nemici crudeli e senza misericordia.

Radunerò

Ora YHWH annuncia che li “radunerà / weqibbaṣtîm” (cf. Ez 11,17; 20,34; 34,12.13; 36,24; 37,21; Sof 3,19s) dai «posti più remoti della terra». Se è originale e non un’aggiunta ispirata a Is 35, il v. 8b «indicherebbe una speranza di ritorno anche per gli esiliati nelle regioni lontane dell’Assiria in occasione della caduta di Ninive (anno 611)» (Alonso Schökel).

La LXX traduce il verbo “radunerò” con “synaxō” (<synagō), il che fa pensare a un ritorno visto come il raduno non solo di soldati ma di una “grande assemblea / qāhāl gedôlāh” costituita anche di persone bisognose di aiuto perché in condizioni di precarietà e non in grado di marciare speditamente. Fra di essi ci sono il cieco che non vede dove porre il piede, lo zoppo che è impedito a camminare veloce, la donna incinta che si muove a fatica perché appesantita, la partoriente che occorre trasportare perché in attesa imminente di dare alla luce il proprio piccolo.

Normalmente queste persone sono tutte escluse dal servizio liturgico (cf. Lv 21,18). Le ultime menzionate lo sono in quanto considerate impure (cf. Lv 21,1-8). Ma la gravidanza che appesantisce e rallenta il cammino è, allo stesso tempo, pegno di futuro fecondo, crescita numerica, speranza di un domani migliore. I dolori della puerpera sono proverbiali (cf. Ger 6,24; 14,5; 15, 9.22.23) e possono bloccare parte della carovana. Ma il parto raddoppierà la gioia.

Sembra quasi che siano le donne a portare con sé il resto, la successione, il futuro di un popolo. Sembra addirittura che la vita nel suo fiorire naturale e la sofferenza dell’esilio abbiano “purificato” laicamente il popolo, di modo che tutti possono partecipare alla nuova grande assemblea. YHWH è attento alla vita che spinge per vedere la luce, guarda alla fragilità, si adatta al passo corto e incerto dei deboli e non alle marce dei bersaglieri.

Efraim, mio primogenito

Col v. 9 il tema materno cede il paso a quello paterno. YHWH dichiara che Efraim è il suo primogenito. La variante rispetto a “Israele” e “Giacobbe” allude alla storia di Manasse ed Efraim (Gen 48,8-20), quando Giacobbe, morente, trasferisce i diritti di primogenitura al figlio cadetto di Giuseppe, Efraim: «Così pose Efraim prima di Manasse» (Gen 48,20b). Questa è una lezione per Giuda. Non deve temporeggiare incerto nell’accogliere i fratelli del nord, che continuano a essere «il figlio primogenito» di YHWH. Non l’idolo (2,27) ma YHWH è il vero padre (cf. 3,4.19; cf. Dt 32,6) e il popolo il suo “figlio”, come affermato nelle antiche tradizioni settentrionali poi confluite nel Deuteronomio e in Osea (cf. Os 2,1; 11,1; cf. Ger 3,19; 4,22).

Fiumi ricchi d’acqua

Il ritorno dall’esilio vedrà un ampliamento di prospettive, l’eliminazione di emarginazioni religiose, un ribaltamento completo di comportamenti e di stati d’animo complessivi. YHWH non preparerà più dei trabocchetti perché il popolo inciampi nel cammino (cf. 6,21). Al contrario, lo condurrà per una “via diritta/piana / derek yāšār”.

L’animo che pervaderà il popolo non sarà più quello del pianto desolato dell’andata, ma quello della consolazione. La meta non sarà un deserto arido, ma torrenti d’acqua abbondanti. Le immagini rimandano ad uno scenario di speranza ormai costituito attorno a una costellazione di certezze di salvezza. Anche il Secondo Isaia parla di una consolazione promessa da YHWH al suo popolo: egli si farà buon pastore che guida il suo gregge a pascoli ricchi di acqua e di pastura cf: Is 40,11; 41,18; 43,19-20; 44,3-4; 48,21, 49,10).

In cammino

Gesù ha concluso la prima parte della sua missione. Non si tratta ora solo di conoscerlo, ma di seguirlo. Lui è in cammino (Mc 8,27; 9,33.34; 10,17.32).

L’evangelista ci fa transitare progressivamente dal ministero galilaico di Gesù (cf. Mc 9,30 Galilea, 33 Cafarnao; 10,17 «uscendo», 32 «sul cammino») alle sue ultime giornate a Gerusalemme.

L’episodio della guarigione di Bartimeo a Gerico conclude il percorso di illuminazione e di insegnamento rivolto al popolo e soprattutto ai suoi discepoli più vicini. «Cosa volete che io faccia per voi?», aveva chiesto a Giacomo e Giovanni (10,36). Gesù rivolgerà la stessa domanda a Bartimeo, pur vedendo benissimo ciò di cui aveva bisogno. Gesù stimola però la risposta esplicita dell’interessato perché l’uomo prenda in mano con decisione la propria vita ed, eventualmente, lo possa seguire anche fisicamente nel suo cammino di ascesa a Gerusalemme.

Marco compone un racconto di transizione da una sezione (9,30–10,52 “La sezione del cammino”) alla successiva, che si svolgerà interamente a Gerusalemme. Una scena che aiuta tutti i discepoli a rafforzare la propria fede, aprire gli occhi sul dono che Gesù farà di se stesso e rendersi disponibili a condividere la sua pro-esistenza fino al giorno supremo.

Gerico

Gesù giunge a Gerico, la “città delle palme”, sede del palazzo invernale di Erode il Grande, la città più bassa del mondo (- 256 metri s.l.m.), situata a pochi chilometri dalla fossa del Mar Morto (- 423 metri s.l.m. nel 2018), “il Mare del Sale/Yam ha Melaḥ”, chiamato Asfaltide al tempo di Gesù. Gesù percorre il Ghor (“la fossa” che scende dalla Galilea lungo il Giordano.

Gesù scende in profondità, nel caldo asfissiante dell’oasi ricca sì di palme, ma ancor più simbolo della bassezza a cui il male riduce l’umanità (cf. Zaccheo, capo dei pubblicani, in Lc 19,1-10). Nella scena “liturgica” della “guerra di YHWH”, al suono delle trombe le mura di Gerico erano viste crollare all’entrata del popolo nella terra della promessa (cf. Gs 5,13–6,21, spec. v. 20). La “conquista” della città (che al tempo forse non esisteva neppure più) era un dono dall’alto, non il frutto di una conquista umana del prode Giosuè, «forte e coraggioso» (Gs 1,18; cf. Gs 1,16-18; Dt 34,9).

Professione: mendicante; segni particolari: cieco

Gesù “trafigge” la città, entrando e uscendo da essa, assumendone tutto il male asfissiante. All’uscita dal buco nero, in una posizione “mortale”, giace (ekathēto) sconsolato e disperato, un morto vivente. Bartimeo è figlio di Timeo, cioè probabilmente “figlio di Tameo (aram. Ṭāmē’)”, cioè “figlio dell’impuro” (meno probabile l’etimologia attribuita a san Girolamo: Barsemia, filius caecus). Oltre alla cecità, Bartimeo portava lo stigma dell’esclusione sociale e religiosa trasmessagli dal padre, forse reso impuro in permanenza da qualche imperfezione fisica. L’insistenza sul ricordo del nome proprio forse allude al fatto che fosse conosciuto al tempo degli apostoli (notus apostolorum tempore, Bengel citato da Taylor).

Bartimeo è cieco e quindi impossibilitato a lavorare e a guadagnarsi da vivere. Forse senza parenti e senza rete di protezione famigliare e sociale, egli è identificato con la sua “professione”: “mendicante / prosaitēs” (il suffisso –ēs indica spesso la professione esercitata). Un sostantivo che ricorre altrove nella Bibbia solo in Gv 9,8 per denotare il cieco nato che era “mendicante”. Egli era conosciuto dai vicini e dai passanti come “il giacente e mendicante / ho kathēmenos kai prosaitōn”, che se ne stava sdraiato a Gerusalemme fuori della zona templare (hyeron) (cf. Gv 5,1ss; At 3,1ss). Un uomo che fa tutt’uno con la sua miseria, il suo buio, la sua degradante mendicità. Dipendente dalla bontà degli uomini, umiliato nella sua dignità, senza prospettiva di vita degna di essere umana.

Bartimeo giace, morto vivente, ai margini della vita, “lungo i bordi delle strada / para tēn hodon”. Un ferito della storia, uno “scarto” della società, un peso per tutta la comunità. La strada (hē hodos) lungo la quale è seduto “moribondo” è però anche il “cammino” di Gesù, dei suoi discepoli e di una folla numerosa che lo segue.

Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me

Bartimeo è cieco, ma non sordo. Dai suoi orecchi può dipendere la vita. Sente “che è Gesù Nazareno” colui che passa e si mette a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Molti lo sgridano a lungo con forza per farlo smettere, ma lui ripete con ancor maggior forza il suo grido angosciato, ma pieno di speranza.

I Dodici e la folla fanno da muro e non facilitano l’accesso a Gesù. Lo bloccano come una “dogana” (papa Francesco), invece di “uscire” e portare “dentro”. Oggi la Chiesa, sull’esempio di Gesù, deve «accompagnare, discernere e integrare la fragilità» (Amoris laetitia 291-292).

Fuori dei supermercati, alle stazioni ferroviarie, negli aeroporti e fuori delle grandi chiese passa sempre tanta gente. A Gerico c’era una sola strada che veniva dalla Galilea e saliva a Gerusalemme (metri 765 s.l.m.) lungo il Wadi Kelt. Uno sforzo sfiancante di mille metri di dislivello, lungo 40 chilometri, nel caldo torrido del wadi. Bartimeo forse aveva sentito parlare tante volte di Gesù dalla gente che passava per strada e gli assicurava la pura sopravvivenza gettandogli qualche spicciolo.

Ora Bartimeo grida la sua preghiera liturgica, il suo salmo, dalla polvere laica della strada. Il suo appello alla misericordia ricorre 139 volte nei salmi. Egli grida a colui che ha sentito essere il messia davidico atteso, colui che avrebbe guarito ogni male, vinto gli avversari, instaurato un regno di giustizia e di vita vera.

Chiamatelo!

Gesù si ferma di botto (stas). Lo sente, si prende il tempo, anche se non ne ha molto. Anche se è una persona importante, “impegnata”, dall’agenda piena. D’altra parte, a Gerusalemme Gesù vuole salire proprio per guarire nel profondo le persone che gridano a lui per il male che li attanaglia. Egli chiede a chi gli sta intorno di chiamarlo (phōnēsate, imperativo aoristo che comanda un’azione specifica), con voce alta per superare il rumore. La gente (qualcuno dei Dodici? alcuni della folla che lo segue nel cammino?) lo chiama a voce alta umanizzante, incoraggiante (phōnousin, indicativo presente continuativo e iterativo),

Obbedendo “militarmente” al comando di Gesù, la gente partecipa alla sua prassi umanizzante. Trasmette in modo secco, sintetico, gli ordini del “capo” Gesù.

Gesù “fa coraggio” e la gente questo lo percepisce e prolunga la sua opera (tharsei, “fatti coraggio”).

Gesù “rimette in piedi”, fa risorgere le persone, e la gente prolunga il suo intento, trasmettendo coraggio per risorgere (egeire, uno dei due verbi di risurrezione).

Gesù “chiama”, e non solo i Dodici. Alza personalmente la sua voce, indirizzata volutamente alla persona singola, interpellata alla sequela: «Chiama te, proprio te» (phōnei se). La freccia è indirizzata a un bersaglio preciso. Gesù continua in tal modo i suoi incontri “speciali”, “personali”. Ha appena mietuto una vittima, Zaccheo, capo dei pubblicani di Gerico (cf. Lc 19,5 «Zaccheo, scendi in fretta»). Ora ne vuol fare un’altra. Gesù non aspetta. Tramite i suoi, “esce” e “fa venire a sé”, invita, fa entrare nel suo mondo.

Via il mantello, un balzo

Bartimeo getta via il mantello, unico suo riparo per la notte, che va restituito alla sera anche al povero che lo avesse dato in pegno. Getta via la sua vita, il suo passato. Sfida fiducioso il freddo mortale della notte nel deserto.

Getta via la sua vita per riceverne una nuova, prima del “tramonto”. Es 22,25-26 (cf. Dt 24,13) comanda infatti, assicurando la misericordia di YHWH in caso di inadempienza: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle (gr. LXX: “il mantello della sua vergogna”); come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me (ean oun kataboēsēi pros me), io l’ascolterò, perché io sono pietoso (gr. LXX eleēmōn gar eimi)».

Bartimeo getta via il suo mantello, balza in piedi (senza tentennamenti tipici del cieco!) e va da Gesù.

Il cuore non esita di fronte a una possibilità unica. Un’occasione che si presenta una volta sola nella vita! Ultima chiamata, il volo parte. Non aspetterà oltre. È l’incontro dell’uomo con Gesù.

Che cosa a te vuoi che faccia?

Gesù interpella esplicitamente Bartimeo sul suo bisogno primario e unico. Una necessità vitale, vitale per lui. Una cosa sola, indispensabile. Lo deve riconoscere lui, personalmente. In pubblico, davanti a tutti.

Bartimeo si rivolge al “Maestro” / aram. Rabbouni”, titolo prestigioso usato dalla folla esterna al “cerchio magico” di Gesù, impiegato dagli interlocutori rispettosi, ma che non si impegnano in dichiarazioni più profonde circa la sua identità più intima. Bartimeo rappresenta veramente tutte le fasi del cammino di fede, non facile per nessuno.

«Che io veda (di nuovo) / hina anablepsō» (v. 51), è la richiesta immediata di Bartimeo. La forma composta (ana-blepō) del verbo allude a una situazione di cecità contratta nel tempo (forse, come spesso accadeva, per la polvere che entrava continuamente gli occhi, insieme al sole che abbacinava tutto il giorno). Dal momento che il greco ellenistico della koinè dei tempi di Gesù non è così preciso come quello classico, il verbo potrebbe indicare la richiesta di acquistare per la prima volta la vista: «Che io veda!».

Cecità permanente dalla nascita o temporanea che sia, Bartimeo chiede a Gesù, Figlio di Davide (cioè il Messia), il Maestro, di vedere con gli occhi della fede piena. La fede piena che manca ai Dodici, rimproverati di non averne (Mc 4,40) e ammaestrati dal miracolo a tappe della guarigione del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), immagine della loro difficoltà ad arrivare alla fede piena. Gesù dona al cieco una vista perfetta, un visus ottimale (8,25), una “vista aumentata” tipica dei marchingegni elettronici moderni o dei visori notturni delle squadre speciali e dei piloti di guerra.

Vista per poter lavorare, per poter vivere e mantenersi da uomo dignitoso. Vista per saper dove andare una volta assicurato il lavoro, il mantenimento, l’abitazione. Vista per vedere il fine, il Fine, una volta assicurati i mezzi.

La fede ti ha salvato

Gesù riconosce la fiducia/fede di Bartimeo e gli dona una risposta più abbondante della domanda. «Va’, la tua fede ti ha salvato /Hypage, hē pistis sou sesōken se». La tua fede ti ha guarito in profondità, non solo e non tanto sul piano fisico – non c’è il verbo hygiainō o l’aggettivo hygiēs –, quanto su quello della guarigione profonda che dà senso ai giorni, facendoli incontrare con il Fine, il Fondamento, la Foce.

Lo seguiva nel cammino

Gesù rimanda in pace Bartimeo (ri)acquistato alla vista, ma soprattutto guarito in profondità, salvato. Ma Bartimeo si mette a seguire Gesù di buona lena, con continuità e fedeltà.

Dopo un sondaggio sull’opinione della gente sulla sua persona, «nel cammino» (8,27) Gesù accoglie – correggendola radicalmente nella sua ermeneutica –, la professione di fede di Pietro. Dopo il secondo annuncio del suo destino di sofferenza, morte e risurrezione, «nel cammino» (9,34) i Dodici fanno dei discorsi che si rivelano totalmente incongruenti al contesto e falsi nel contenuto per la primazia ricercata.

In 8,34 Gesù aveva però detto: «Se qualcuno vuole camminare/seguire dietro a me / opisō mou akolouthein… cammini dietro/ a me/mi segua/ akouloutheitō moi».

Proprio quello che fa Bartimeo, il discepolo modello: «Seguiva lui nella strada/nel cammino / ēkolouthei autōi en tēi hōdōi».

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