XXXII Per annum: Quanto vale il regno dei cieli?

di: Fernando Armellini

Sono frequenti nella Bibbia le esortazioni all’elemosina: “Il giusto dona senza risparmiare” (Pr 21,26); “Da’ il tuo pane a chi ha fame e fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Da’ in elemosina quanto ti sopravanza e, quando fai l’elemosina, non essere tirchio” (Tb 4,16).

Se c’è un prezzo da pagare per entrare nel regno dei cieli, a quanto ammonta? Sarà sufficiente dare qualcosa in elemosina?

In una sua celebre omelia (Hom. in Ev., 5,1-3), papa Gregorio Magno (590-614) affronta il tema e risponde: “Il regno di Dio non ha prezzo; vale tutto ciò che si possiede”; poi illustra la sua affermazione con alcuni esempi tratti dal vangelo.

Nel caso di Zaccheo, l’ingresso nel regno dei cieli fu pagato con la metà dei beni che possedeva, perché l’altra metà gli era servita per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (Lc 19,8).

Nel caso di Pietro e Andrea, il regno dei cieli valse le reti e la barca, perché i due fratelli non avevano altro (Mt 4,20).

La vedova lo comperò per molto meno: due spiccioli soltanto (Lc 21,2).

Qualcuno vi entra addirittura offrendo solo un bicchiere d’acqua fresca (Mt 10,42).

Il prezzo da pagare è facile da stabilire: il regno di Dio vale tutto quello che si possiede, poco o molto che sia.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il regno di Dio è un tesoro che non ha prezzo, per ottenerlo bisogna dare tutto”.

Prima Lettura (1 Re 17,10-16)

10 Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere”.
11 Mentre quella andava a prenderla, le gridò: “Prendimi anche un pezzo di pane”. 12 Quella rispose: “Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”.
13 Elia le disse: “Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, 14 poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”.
15 Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni.
16 La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

I cananei, nella cui terra gli israeliti si erano installati, adoravano Baal, il signore della pioggia, della fertilità e della fecondità. Sua mitica sede era il monte Safon che, con la sua cima sempre avvolta in nembi grigiastri, si staglia nel cielo di Ugarit; sue armi erano le folgori e i venti che scatenano gli uragani che schiantano i cedri del Libano, scuotono le foreste e fanno tremare l’Ermon (Sl 29,5).

Il filo conduttore di tutti i libri dell’Antico Testamento è rappresentato dalla lotta del Signore, il Dio geloso degli israeliti, contro Baal, il campione dell’ordine cosmico adorato da tutti i popoli dell’antico Medio Oriente.

Al tempo del profeta Elia, Israele, sedotto dalla regina Gezabele, era venuto meno alla fede dei suoi padri e aveva piegato le ginocchia a Baal, convinto che da lui avrebbe ottenuto piogge abbondanti e copiosi raccolti. Ecco invece, secondo la promessa fatta dal profeta Elia, tre anni di siccità, carestie e pestilenze. Come sempre accade, l’idolo aveva sedotto e puntualmente deluso.

Di fronte all’assenza di piogge e alle conseguenti calamità, il re Acab convocò i suoi veggenti e li incaricò di individuare i responsabili. Non ci fu bisogno di pratiche divinatorie, il colpevole fu subito identificato: “È stato Elia, il profeta del Signore – assicurarono gli indovini di corte – a provocare lo sdegno di Baal”.

Acab ordinò di rintracciarlo e di metterlo a morte.

È in questo punto della storia di Elia che va inserito l’episodio narrato nella lettura di oggi.

Per sottrarsi all’ira del re, il profeta si diede alla fuga. Si diresse verso la costa della Fenicia e giunse a Sarepta, una città situata una dozzina di chilometri a sud di Sidone, rinomata per la produzione della porpora. Alla porta della città incontrò una povera vedova che raccoglieva legna con cui cucinare, per il figlio e per sé, l’ultimo pugno di farina che le era rimasto.

Intuendo la sua condizione disperata, Elia non ebbe il coraggio di chiederle altro che un po’ d’acqua, tuttavia, mentre la donna si allontanava, la supplicò: “Prendimi anche un pezzo di pane!”. Sapeva che quello era tutto ciò che aveva, ma osò chiederglielo e soggiunse: “Così dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra” (v. 14).

La vedova si fidò del profeta, gli offrì quanto le era stato chiesto e Dio benedisse la sua generosità; le concesse l’alimento per lei e per il figlio durante tutto il tempo della siccità.

Da questo commovente racconto traspare la simpatia del Signore e dell’autore sacro per questa donna povera e senza protezione.

Presso tutti i popoli antichi, la ricchezza, il successo e il benessere erano ritenuti benedizioni degli dèi, in Israele invece si comprese presto che il Signore volgeva il suo sguardo di amore sui più deboli, sugli stranieri, sugli orfani e sulle vedove. Costoro, non avendo nulla e nessuno su cui contare, si affidavano a Dio e, nella loro indigenza, erano capaci di offrire non solo parte di quanto possedevano, non solo il superfluo, ma tutto, anche ciò che era indispensabile per la loro vita.

La vedova di Sarepta, una pagana che ancora non adorava il Signore, ma lo conosceva solo come “il Dio di Elia”, si è comportata da autentica israelita. Apparteneva, senza che se ne fosse resa conto, al “popolo umile e povero che confida nel nome del Signore” (Sof 3,12); realizzava l’ideale del pio israelita che i salmisti proclamano beato: “Beato l’uomo che si rifugia nel Signore, nulla manca a coloro che lo temono. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla” (Sl 34,9-11).

Seconda Lettura (Eb 9,24-28)

24 Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, 25 e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. 26 In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo.
Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27 E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28 così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

Oggi si continua tranquillamente a parlare di sacerdoti per indicare i presbiteri, per riferirsi ai ministri dell’eucaristia e della riconciliazione; ma il Concilio ha avuto il pudore di non farlo: ha riservato il termine sacerdote, come fa tutto il Nuovo Testamento, a Cristo e al popolo di Dio, unito a Cristo nell’offerta di sacrifici spirituali graditi al Padre.

Il brano di oggi indica due ragioni per cui Gesù è l’unico vero sacerdote.

I sacerdoti antichi offrivano i loro olocausti in un tempio materiale, fatto di pietre, mentre Gesù svolge il suo ministero in cielo, in un santuario non costruito da mani d’uomo (v. 24).

Poi, il sacerdozio dell’antica Alleanza aveva come obiettivo la purificazione del popolo dalle sue colpe. Per cancellare i peccati, il sommo sacerdote entrava ogni anno nella parte più sacra del tempio e ivi versava sangue di animali. Ripeteva ogni anno lo stesso rito, che non era mai efficace, non otteneva la remissione del peccato. Gli uomini continuavano a essere malvagi e ad avere bisogno di espiazione.

Gesù invece ha offerto un solo e perfetto sacrificio, non ha versato il sangue di animali, ma ha donato il proprio sangue e, con il suo gesto d’amore, ha vinto per sempre il peccato (vv. 25-27).

Quando egli apparirà di nuovo non verrà per ripetere un sacrificio, ma per prendere con sé gli uomini che il suo unico sacrificio ha liberato da ogni colpa.

Vangelo (Mc 12,38-44)

38 Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.
41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

I pericoli più gravi sono quelli ben nascosti e meglio camuffati, quelli che colgono di sorpresa e impreparati. Se Gesù raccomanda ai discepoli, in modo accorato, di fare attenzione, di stare in guardia da una certa genia di persone, significa che le insidie che tendono sono estremamente serie.

Dopo una serie di controversie con farisei, sadducei ed erodiani nel tempio di Gerusalemme, Gesù rivolge un attacco diretto, coraggioso e preciso contro gli scribi e per renderlo più incisivo ricorre alla satira, all’ironia, a un linguaggio che appare fin troppo provocatorio. Questo rivela quanto fosse preoccupato che un certo nefasto comportamento si potesse infiltrare anche nella comunità dei suoi discepoli.

Gli scribi erano originariamente gli incaricati di stendere documenti di ogni genere, ma, dopo l’esilio a Babilonia, erano divenuti gli interpreti ufficiali della legge del Signore (Esd 7,11), costituivano l’autorità in campo legislativo, erano i giudici incaricati di pronunciare le sentenze nei tribunali.

La loro professione era legittima, eppure Gesù aveva di che recriminare sul loro comportamento.

La prima accusa che muoveva loro riguardava la vanità, l’ostentazione (vv. 38-39). Erano persone che amavano esibire il loro sapere e i loro titoli e per richiamare l’attenzione, per non essere confusi con il popolo, con la gente ignorante, ci tenevano a non vestire come gli altri. Indossavano una divisa, “amavano passeggiare in lunghe vesti” (v. 38).

Era per rispetto al loro abito che la gente li trattava con mille riguardi, cedeva loro il passo nelle strade, riservava i primi posti nelle piazze e nelle sinagoghe e al mercato li serviva meglio e prima degli altri. Non potevano essere salutati con un semplice shalom; esigevano inchini, baciamani e un religioso silenzio ogni volta che aprivano la bocca, anche solo per respirare. Quando non ricevevano queste attenzioni di deferenza si indignavano.

Il Maestro riteneva questa una commedia ridicola e non la sopportava; era allergico alle loro divise perché, come suggerisce l’etimologia, derivano dal verbo dividere, dividono, separano, creano la casta.

Più che un peccato, la loro era una malattia, una patologia che avrebbe potuto essere facilmente curata. Ciò che alimentava la vanità degli scribi era il servilismo ingenuo della gente che, tributando loro onori e ossequi, era convinta di rendere gloria a Dio. Per farli rientrare nei ranghi e far loro gustare la gioia di sentirsi fratelli, sarebbe bastato che tutti si fossero comportati come Gesù, che non riservava loro alcun riguardo particolare; alla loro amicizia preferiva quella dei peccatori e degli emarginati, non ricorreva alle loro raccomandazioni, non richiedeva i loro appoggi.

Di fronte al comportamento e alle parole tanto chiare del Maestro, ci si chiede come possa accadere che nella chiesa a volte non ci si renda ancora conto di quanto siano anti‑evangeliche la corsa ai primi posti, ai titoli onorifici e la ricerca di applausi e privilegi. Il mondo strutturato in una gerarchia piramidale è stato definitivamente condannato da Cristo e volerlo ripristinare non è un peccato veniale, ma un attentato frontale contro la logica evangelica.

C’è una colpa più grave che Gesù imputa ai rabbini: “Divorano le case delle vedove” (v. 40).

Le vedove, assieme agli orfani ed agli stranieri, erano le persone che Dio aveva posto sotto la sua protezione (Sl 146,9). Guai maltrattarle, guai commettere ingiustizie contro di loro. Il Signore aveva stabilito: “Non molesterai il forestiero. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso” (Es 22,20-26).

Gli scribi sono accusati da Gesù di “divorare le case delle vedove”. Probabilmente s’approfittavano dell’ingenuità di queste donne semplici e indifese per carpirne le elemosine, oppure esigevano parcelle esorbitanti per perorare le loro cause nei tribunali.

Lo sfruttamento delle persone più deboli è il principio su cui si regge il nostro mondo competitivo e rissoso ed è da questo principio che nasce la società dei furbi, che è l’opposto di quella evangelica. Anche i poveri però, quando bramano occupare il posto di chi li opprime, non sognano un mondo nuovo, aspirano solo a perpetuare l’antico. Non vogliono porre fine alla mentalità degli “scribi”, ma sostituirsi agli “scribi”, desiderano lo scambio delle parti, mentre Gesù vuole che sia buttata nella pattumiera l’opera teatrale che da sempre è stata recitata nel mondo.

La terza accusa è ancora più grave: “Ostentano di fare lunghe preghiere” (v. 40). Non sono solo sfruttatori dei deboli, ma recitano una commedia: si esibiscono in pratiche religiose impeccabili, danno prova di grande pietà, in modo da convincere tutti che anche il Signore sta dalla loro parte. Giudicarli, contraddirli, non sottomettersi al loro volere, non rendere loro gli onori che pretendono, significa schierarsi contro Dio.

Le persone semplici e sincere non sopportano questa religione ipocrita e a un certo punto si stancano e possono anche abbandonare la fede. Di chi è la colpa di queste defezioni?

In contrapposizione agli scribi, alle persone che dominano nella società, nella seconda parte del brano (vv. 41-44) viene introdotto un modello di religiosità autentica: una povera vedova.

Non è la prima volta che, nel vangelo di Marco, compaiono donne cui Gesù guarda con simpatia e ammirazione. Ha già incontrato colei che, soffrendo di emorragia, gli si era accostata per toccargli il lembo del mantello e ne aveva riconosciuto la fede: “Figlia, la tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34); era rimasto addirittura stupito della fede della siro‑fenicia, che si era dichiarata soddisfatta delle briciole che cadono sotto la tavola imbandita per i figli. Commosso, Gesù aveva esclamato: “Donna, davvero grande è la tua fede” (Mt 15,28; Mc 7,24-30).

Modelli di fede queste prime due donne; modelli di generosità totale la vedova del vangelo di oggi e colei che, pochi giorni dopo, gli avrebbe unto il capo “con olio profumato di nardo genuino, di gran valore” (Mc 14,3).

Sono quattro figure esemplari, scelte da Marco per mostrare come le donne, ritenute da tutti le ultime, erano invece le prime (Mc 10,31).

Illustrano con la loro vita come deve essere il vero discepolo.

La prima caratteristica è oggi messa in risalto dal comportamento della vedova che, a differenza dei rabbini che ostentavano la loro religiosità, compie il suo gesto senza richiamare l’attenzione di nessuno, senza farsi notare.

Questa donna non ha conosciuto Gesù, non ha ascoltato i suoi insegnamenti, non ha risposto a una sua chiamata e non è una sua discepola. Non lo ha seguito, come hanno fatto i Dodici e molte altre donne che lo hanno accompagnato durante i tre anni della vita pubblica (Lc 8,1-3), eppure si comporta in modo evangelico, come Gesù ha raccomandato: “Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta” (Mt 6,1-4).

Questa vedova è l’immagine di coloro che, anche oggi, pur non avendo mai letto una pagina del vangelo, docili agli impulsi dello Spirito, vivono in modo evangelico.

La seconda caratteristica del vero amore è di essere totale. L’amore a Dio deve coinvolgere tutta la persona: “Amerai il Signore Dio tuo – ha ingiunto Gesù – con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12,30) e senza riserve deve essere anche l’amore al prossimo.

La vedova è presentata come modello di questo amore. A differenza dei ricchi che “gettavano nel tesoro molte monete”, lei non mette molto, getta tutto ciò che ha, anzi, come specifica il testo greco, “nella sua povertà vi ha gettato tutta la sua vita” (v. 44).

Il discepolo non è colui che mette in gioco una parte di sé o di ciò che ha, ma vende tutto ciò che possiede per darlo ai poveri e offre tutta la sua vita come ha fatto il Maestro.

Anche chi è povero, come la vedova del vangelo di oggi, è chiamato a donare tutto. Non c’è nessuno tanto povero da non avere qualcosa da offrire e nessuno tanto ricco da non avere bisogno di ricevere dagli altri. Dio ha colmato di doni i suoi figli affinché, sull’esempio del Padre che sta nei cieli, essi non li trattengano per sé, ma li mettano a disposizione degli altri.

Per la totalità del suo amore, la vedova diviene così non solo l’immagine del vero discepolo, ma anche di Dio e di Gesù Cristo che – come rileva Paolo – “da ricco che era, si è fatto povero” per arricchire noi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8,9).

Il luogo della rivelazione massima del volto di Dio è il Calvario. È lì che Dio ha mostrato la sua identità. Egli non pretende, offre, dona tutto se stesso all’uomo. Non vuole che gli uomini si prostrino davanti a lui, ma li vuole inginocchiati davanti ai fratelli. Non chiede che diano la vita a lui, ma che, con lui, la mettano a disposizione dei fratelli.

La vedova è immagine di Dio e di Cristo perché si è spogliata di tutto ciò che possedeva e ne ha fatto dono agli altri.

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