Allargamenti della Parola /3

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neripr

Degli allargamenti della Parola, Paolo è la figura per antonomasia: sarà lui a farla transitare in Europa, fino a portarla nel centro politico e culturale del suo tempo – Roma. Rivendicando per sé un ministero apostolico che lo equipara ai dodici, pur mancando di tutte le qualità che il primo gruppo apostolico aveva determinato per appartenere a esso (cf. At 1, 21-22).

Paolo non è mai stato con loro, non ha un tempo condiviso del Gesù vissuto insieme ai suoi, non era presente al momento della sua assunzione che accende il mandato della nascente comunità post-pasquale. Eppure apostolo: per volontà di Dio, non per mano d’uomo, uno di loro insomma – ma il suo riconoscimento e la legittimità del suo ministero non saranno senza tensioni.

Proprio per questo, Luca in Atti costruisce una serie di agganci che consentono all’ascoltatore e all’ascoltatrice di percepire origine e legittimità del suo portare in giro la Parola. Dal capitolo 9, Atti è letteralmente occupato dalla sua figura e dalla sua azione, ma Paolo non è il protagonista di tutte le pagine che seguono. Per quanto ingombrante ed epocale sia la sua persona, non è di lui che Atti racconta, quanto piuttosto dei molti modi che Dio immagina e realizza per essere fedele alla sua promessa.

Comunità e ministero apostolico

La dignità di apostolo non è mai una proprietà personale, ma una destinazione alla circolazione della Parola che tiene fede alla promessa. Per questo vocazione e genesi del ministero di Paolo sono intriganti; e Luca ci spiazza quando le radica nel cuore della comunità discepolare (At 9, 1-19). È dal comune della fede di tutti che si origina la singolarità paolina, ed è in questo medesimo comune che essa trova il suo senso, la sua destinazione e anche la sua legittimazione per ogni comunità a venire.

Senza sapere come, scopriamo improvvisamente che a Damasco vi è una comunità che segue la via di Gesù Cristo, lo pratica come stile di vita. Se lo zelo di Paolo ancora Saulo lo spinge verso questa comunità sorta dal nulla, da una Parola che va per la sua via generando la fede senza istituzione, è perché essa rappresentava per lui una pietra di inciampo da eliminare in ogni modo, garantendosi il massimo dell’autorevolezza possibile nella sua missione di annichilimento.

Una comunità in cui probabilmente le donne giocavano un ruolo di particolare rilievo, se Luca si degna di menzionarle tra coloro che devono essere “condotti in catene a Gerusalemme”.

La teofania che ribalta il vissuto di Saulo/Paolo è asciutta, niente di psicologico, nessun orpello che vada oltre l’immaginario delle Scritture di Israele: come accadde a Mosè davanti al roveto ardente e poi sul Sinai. Paolo aveva tutte le categorie per interpretare questo evento di rottura proprio come una manifestazione del Dio dei padri.

Signore è il nome di Dio prontamente riconosciuto da Paolo: ma un Dio di cui egli non sembra sapere l’identità – “chi sei?” chiede infatti stupito dalla non coincidenza tra ciò che egli sa di Dio e chi sia effettivamente il Dio che irrompe nella sua vita.

E qui, l’identità di Dio coincide con quella del Risorto; e quella del Risorto con la fede dei discepoli e delle discepole perseguitate da Saulo. La vocazione di Paolo nasce esattamente dal suo impatto con la fede di uomini e donne che vivono lo stile di Gesù. Ed è la comunità di fede di questi uomini e donne che genera un ministero apostolico sui generis: prima e fondamentale legittimazione di tutta la sua attività a venire. Il singolare ministero paolino è plasmato dalla fede comunitaria di tutti, ed è a essa deve rendere ragione di sé.

Ogni lettore e lettrice di Atti, come parte di una comunità cristiana, sta a principio di questo ministero apostolico – per questo possono riconoscerlo e legittimarlo anche davanti all’autorità dei dodici di sempre. Ci sono momenti di genesi e passaggio in cui la promessa di Dio transita attraverso i corpi della fede al fine di dare origine a un ministero capace di assecondarne i movimenti e il desiderio.

La destinazione affidata alla comunità

Questa centralità della comunità, rispetto al ministero apostolico di Paolo, trova conferma nell’altra manifestazione di Dio che caratterizza il nostro passo. Certo il Signore parla a Paolo, ma non di meno parla anche ad Anania. Ed è il medesimo Signore: quello che coincide con lo stile della fede praticata dalla comunità dei credenti.

Di questa comunità Anania è come il portavoce: un punto di riferimento che deve fare sintesi dei diversi modi di sentire all’interno della comunità di cui fa parte. Disponibilità alla Parola autorevole di Dio e preoccupazione per il vissuto della comunità vanno di pari passo, entrambi legittimi.

Ed è la comunità che deve comprendere che l’allargamento della Parola che l’ha originata coincide ora con l’accoglienza al suo interno di colui che vuole “arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome” (At 9, 13).

Ci sono momenti in cui la fedeltà alla libera circolazione della Parola chiede alla comunità dei discepoli e delle discepole del Signore di osare forse anche il rischio della propria estinzione – certamente quello della propria trasformazione radicale.

Perché è proprio alla comunità che viene affidato non solo il destino di Paolo, ma anche la destinazione del suo ministero a venire. Di questa destinazione Paolo non sa nulla, la apprenderà solo dalla comunità che accetta di ospitarlo: “egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli di Israele” (At 9, 16). Ed è sempre nella comunità che viene depositata l’immagine di questo ministero ricalcata su quel vissuto di Gesù che Paolo non ha mai conosciuto.

La comunità nata da un ignoto allargamento della Parola è chiamata, a sua volta, ad allargarsi ospitalmente, ad andare oltre se stessa affinché la Parola la superi e giunga letteralmente ovunque. Attestata davanti alle genti e al potere politico del mondo. Ma non solo. Perché questa Parola che si allarga è destinata a tornare anche presso la comunità di origine di Paolo – che a questo punto è doppia: Israele e Damasco.

Il ritorno della Parola allargata

E Paolo perseguirà questo doppio allargamento della Parola, alle genti e ai figli di Israele, per tutto il resto della sua vita. Ma essa tornerà a Israele inevitabilmente imbevuta del suo passaggio tra le nazioni – e allo stesso modo tornerà anche alla comunità discepolare di Damasco.

Quello che manca a noi oggi è proprio questo ritorno fra noi della Parola impregnata dai suoi allargamenti nel mondo di tutti – e non solo del nostro piccolo mondo, parallelo e artificiale.

Solo quando questa Parola allargata farà ingresso nelle nostre comunità cristiane, allora esse torneranno a beneficiare oggi del ministero paolino – di cui rimangono pur sempre l’origine che l’hanno fatto nascere per essere scavalcate dalla sua missione.

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