Atti: una Chiesa in uscita

di:

manicardi

Dopo essere stato a lungo docente di Esegesi del NT a Bologna e alla Gregoriana di Roma, l’autore è attualmente vicario generale della diocesi di Carpi.

Lo studioso espone con grande chiarezza didattica l’analisi dei primi quindici capitoli degli Atti degli Apostoli, cercando nei movimenti della Chiesa primitiva e nei criteri che li hanno sostenuti una possibile indicazione valida anche per la Chiesa di oggi, impegnata nell’evangelizzazione propria di una Chiesa “in uscita”.

Secondo l’autore, la missione della Chiesa le è stata comandata da Gesù risorto, mentre il suo essere in uscita esprime maggiormente lo sforzo dei testimoni umani di impattare le nuove situazioni in cui la Chiesa si è venuta a trovare, facendo leva sull’interpretazione comunitaria delle sfide a cui si trovava dinanzi mediante la comunione interna e l’interpretazione delle Scritture a cui l’aveva iniziata il Signore risorto nell’intimità della sera pasquale nel Cenacolo a Gerusalemme.

Manicardi suddivide il racconto di Atti 1–15 in cinque sezioni. Di ognuna egli offre dapprima una lettura continua dei contenuti e in un secondo momento una lettura sintetica dei dati teologici emergenti, sempre collegati al tema chiave della testimonianza della persona di Gesù risorto e del messaggio evangelico con stile “in uscita” fino ai confini della terra (pp. 9-192).

La nascita della Chiesa  Gerusalemme (At 1–2)

Nella lettura continua di At 1–2 si ripercorre il tragitto che va dalla risurrezione all’ascensione, con i doni della costituzione dei “testimoni” (Manicardi parla anche di una loro “ordinazione”). La sera del giorno di Pasqua vengono costituiti i testimoni, con l’apertura della loro mente all’intelligenza delle Scritture.

Nei giorni precedenti l’ascensione, si precisa l’ordine dei confini del mandato dei testimoni: da Gerusalemme e dalla Giudea, passando per la Samaria, fino ai confini della terra. Nel momento dell’ascensione, i testimoni restano in attesa del ritorno di Gesù, che però non deve essere estatica e inattiva.

Dopo l’ascensione, si è in attesa dello Spirito Santo. Gli uomini di Galilea rientrano nella città di Gerusalemme. Pietro propone e guida a un’assunzione di responsabilità: reintegrare il numero collegiale dei “Dodici” i quali rappresentano le dodici tribù di Israele che devono ricevere lo Spirito Santo. Si crea un procedimento concreto: un primo “momento sinodale” di coinvolgimento della comunità che, nella preghiera, propone due persone ma lascia a Dio la scelta definitiva.

Nel giorno di Pentecoste viene effuso lo Spirito Santo, una forza per l’intera Chiesa (fragore e vento) e per i singoli testimoni (“le lingue di fuoco”). Vengono menzionati i pellegrini a Gerusalemme e la destinazione universale dello Spirito Santo. A Pentecoste Pietro dà l’avvio alla testimonianza, il cui effetto sono le conversioni e i battesimi (previsti dall’insieme delle testimonianze bibliche). Lo Spirito dilata numericamente la comunità e la sua struttura.

Nella lettura sintetica di At 1–2 l’autore sottolinea la presenza e l’opera di testimoni, l’assistenza continua e l’intervento diretto dello Spirito Santo, la coscienza della responsabilità per l’identità della Chiesa, la consistenza del gruppo e il peso personale dei singoli testimoni, con una missione senza pregiudizi ed esclusioni.

La vita della prima Chiesa a Gerusalemme (At 3–5)

La lettura continua di At 3–5 mette in luce i testimoni messi dinanzi alle istituzioni di Gerusalemme. Pietro e Giovanni “comunicano” la fede nella risurrezione.

Pietro viene arrestato e compare dinanzi al sinedrio. La comunità non chiede con la preghiera l’esenzione dalle difficoltà ma invoca e ottiene la franchezza nell’annuncio.

La comunità di Gerusalemme presenta casi esemplari e casi ambigui. Il quadro generale della comunità sottolinea la comunione degli animi e dei beni.

Secondo l’autore, i sommari di Atti sono idealizzazioni e non vengono ripresi nel seguito del racconto, così da costituire una struttura normativa per la Chiesa del futuro.

Entra in scena la persona positiva di Bàrnaba, ma accade anche l’increscioso episodio fraudolento di Anania e Saffìra che ingannano lo Spirito che guida e struttura la comunità.

La sezione si conclude con un nuovo quadro della vita della comunità: segni, prodigi e attività terapeutica. Di fronte al crescere della comunità, si struttura con decisione anche l’opposizione. Tutti gli apostoli vengono arrestati e compaiono di fronte al sinedrio. In loro difesa interviene lo stimato fariseo Gamaliele e, dopo la loro scarcerazione, gli apostoli continuano imperterriti la loro predicazione.

La lettura sintetica di At 3–5 sottolinea la presenza di uno stile popolare e semplice di vita, con la reazione della gente e delle autorità. C’è una cura della comunione e della condivisione concreta della vita. La resistenza alle opposizioni e alla persecuzione connota la continua crescita spirituale della comunità, caratterizzata da un ministero gerarchico “leggero” ma ben definito.

Gli ellenisti muovono oltre Gerusalemme (At 6–8)

La lettura continua della sezione di At 6–8 fa emergere la costituzione dei “Sette” quali nuovi responsabili accanto ai Dodici. Da un problema e da un bisogno concreto nasce un ministero che non distolga i Dodici dall’impegno principale della preghiera e della predicazione del vangelo, realtà essenziali per la sussistenza della Chiesa in obbedienza al comando del Risorto. Il ministero dei Dodici non può correre questo rischio.

La struttura dei Sette è legata agli ellenisti (cioè giudeo-cristiani grecofoni), ma è a vantaggio di tutta la Chiesa. Un problema contingente dà origine a un’istituzione stabile generata da una situazione problematica nuova. Si intravede già un nesso con la problematica che anche la Chiesa di oggi deve affrontare.

Nella sezione si stagliano la figura di Stefano, il primo dei “Sette”, e la sua opera. Stefano imita lo stile di Gesù e pronuncia un discorso con molte novità (Mosè come profeta rigettato, relativizzazione del tempio). La persecuzione cresce e si aprono spazi nuovi all’annuncio. Con Stefano prosegue lo sviluppo della Chiesa primitiva.

Filippo è “il secondo dei Sette” e non serve alle mense, bensì evangelizza una città della Samaria, amministrando anche dei battesimi. Pietro e Giovanni intervengono a supervisionare la sua attività e lo Spirito Santo agisce con la sua “trascendenza”. Filippo battezza l’eunuco etiope ed emerge il suo ruolo nell’evangelizzazione quale figura singola.

La lettura sintetica della sezione sottolinea la figura dei “Sette”, quella di Filippo e quella dei “dispersi”. Personalmente preferisco la traduzione “disseminati” (da diaspeirō, At 8,1.4 e 11,19), con esito positivo, a differenza dei “dispersi” seguaci di Teuda e di Giuda il Galileo, “dissolti” (da dialyō, At 5,36) i primi, e “dispersi” da diaskorpizō (At 5,37) i secondi, finiti nel nulla.

La componente giudeo-cristiana grecofona viene avvertita come un pericolo dalle autorità gerosolimitane, che invece lasciano tranquilli i Dodici e la componente giudeocristiana ebreofona/aramaicofona. La “dispersione” dovuta alla persecuzione – migliore a mio avviso la traduzione “disseminazione” – presenta una sola Chiesa di credenti con culture diverse al suo interno. Viene creato un nuovo ministero, entrano in scena nuove personalità capaci e forti e il tesoriere etiope rappresenta un incentivo alla diffusione della gioia e del vangelo.

Cambiamenti e nuove prospettive (At 9–12)

Nella lettura continua della sezione di At 9–12 emerge, nella parte iniziale, la narrazione di come il Signore risorto introduca Saulo nella Chiesa, tramite l’opera attiva e concreta di Ananìa, un pio giudeocristiano della comunità di Damasco. Gesù risorto si rivela a Saulo e lo guida al battesimo. Si narrano le prime collaborazioni di Saulo alla missione della comunità cristiana di Damasco e di Gerusalemme.

Con At 10 si presenta a tutto tondo la figura di Pietro in missione fuori Gerusalemme: egli evangelizza e compie prodigi a Lidda e a Giaffa. A Cesarea Marittima battezza il pagano Cornelio, centurione romano ma pio simpatizzante del giudaismo.

Questo allargamento ai pagani è ispirato a Pietro da una visione celeste, alla quale egli obbedisce, seppur dopo un’iniziale riluttanza. Dio non fa preferenza di persone e a coloro che ricevono l’effusione dello Spirito non può essere impedito da un testimone umano di ricevere il battesimo. Pietro sarà chiamato a difendere, di fronte all’assemblea ecclesiale di Gerusalemme, questa apertura ai pagani.

Evento di grande importanza è, inoltre, quello della fondazione della Chiesa di Antiochia di Siria. Discepoli di Gesù grecofoni provenienti da isole e luoghi diversi annunciano il vangelo non solo ai giudei ma anche ai “greci puri”, pagani. L’opera di questi “laici” sprovvisti di un mandato ufficiale è di enorme valore.

La Chiesa di Gerusalemme invia Bàrnaba a supervisionare la nuova realtà e l’uomo buono e pieno di Spirito non può che rallegrarsi e sostenere la nuova situazione che si è venuta a creare. Bàrnaba recupera provvidenzialmente Saulo e lo coinvolge nella predicazione della Chiesa antiochena.

Ad Antiochia si utilizza per la prima volta il nome “cristiani” e la comunità invia a Gerusalemme aiuti per i credenti che patiscono la carestia. Questi vengono accolti a Gerusalemme anche dagli “anziani”, nuova struttura menzionata per la prima volta accanto a quella degli apostoli.

I cambiamenti che avvengono in città riguardano la persecuzione “politica” di Erode e la morte di Giacomo (il Maggiore). La sua morte non porta alla sua sostituzione, perché l’insieme delle dodici tribù di Israele ha ricevuto lo Spirito Santo e la struttura dei Dodici creata da Gesù era già stata preservata. Non c’è bisogno di un reintegro.

Pietro instaura un nuovo rapporto con Gerusalemme: lascia la città, e se ne va “verso un altro luogo” (Antiochia?). La comunità si trova affidata alla guida di Giacomo, «il fratello del Signore». Erode muore a Cesarea Marittima e compaiono nuovi scenari e nuovi personaggi.

La lettura sintetica di At 6–8 sottolinea la presenza delle premesse a futuri allargamenti. Essi sono costituiti dall’inserimento di Saulo nella missione della Chiesa, il ruolo di Pietro al di fuori della Chiesa di Gerusalemme, la scoperta ad Antiochia di un’identità specifica dei “cristiani” e i cambiamenti a Gerusalemme (Giacomo, “il fratello del Signore”, quale nuova guida della comunità).

La nuova missione antiochena e Gerusalemme (At 13,1–15,35)

At 13,1–15,35 è la quinta e ultima sezione dell’opera lucana analizzata da Manicardi. La lettura continua della narrazione fa emergere la missione dei carismatici della Chiesa di Antiochia. Si descrive un’abbondanza di carismi presenti nella comunità e la costituzione di un nuovo tipo di missionari. Saulo/Paolo e Bàrnaba sono inviati e supportati da una Chiesa specifica. Viene evangelizzata l’isola di Cipro, patria del generoso levita Bàrnaba, che ha avuto il grande merito di aver “recuperato” Saulo/Paolo nel pieno della missione della Chiesa intrapresa da Antiochia di Siria.

Ad Antiochia di Pisìdia si attua l’inizio di un più deciso orientamento verso i pagani. Paolo pronuncia un importante discorso che, supportato da citazioni bibliche, spiega l’orientamento ai pagani dopo il rifiuto dell’annuncio evangelico da parte dei giudei. La parola di Dio è per tutti.

A Iconio si registra un successo fra i giudei e greci, ma anche l’opposizione delle istituzioni. I missionari si vengono a trovare nell’ambiente completamente pagano di Listra e, durante il loro ritorno ad Antiochia di Siria, creano dei responsabili locali delle comunità visitate, denominati “anziani/presbyteroi”.

Le novità caratteristiche della missione antiochena sono il fatto che Bàrnaba e Saulo rappresentano un nuovo tipo di ministero missionario, basato su carismi personali. Sono qualificati come “profeti e maestri”. Alla base del loro ministero si combinano le doti spirituali, l’indicazione dello Spirito e l’imposizione delle mani da parte di tutta la comunità.

Di fronte ai missionari c’è un uditorio che mostra sensibilità e culture diverse. Bàrnaba e Saulo/Paolo maturano un orientamento teologico drasticamente innovativo. Si rivolgono direttamente ai pagani, attuando una vera e propria fondazione biblica (cf. At 13,47). I missionari incontrano situazioni e personaggi positivi e favorevoli, ma anche figure ambigue e ostili.

A Gerusalemme la Chiesa approva le scelte dei missionari antiocheni. Venutasi a creare ad Antiochia una tensione causata da personaggi giudeocristiani giudaizzanti provenienti da Gerusalemme – privi di autorizzazione formale – che richiedevano ai nuovi credenti anche la circoncisione, si ricorre a Gerusalemme. Si raduna tutta l’assemblea dei discepoli, conosciuta come “Assemblea/Concilio di Gerusalemme”. L’impatto della missione antiochena tra i discepoli di Gerusalemme è piena di ammirazione per la fecondità dell’apostolato dei missionari, chiaramente sostenuti dalla forza divina dello Spirito.

Pietro pronuncia un discorso illustrativo della sua opera. All’esperienza di Pietro a Cesarea si aggiunge quella dei missionari antiocheni. Giacomo interviene con autorevolezza, appoggiando la scelta dei missionari, integrando le citazioni bibliche di Pietro con una profetica tratta da Amos circa la tenda caduta – la dinastia davidica – da ricostruire a favore di tutti i popoli.

Viene raggiunta una soluzione sinodale positiva – che non richiede la circoncisione ai nuovi convertiti dal paganesimo –, con una decisione finale che contiene anche quattro condizioni per una serena convivenza e commensalità fra giudeocristiani ed etnicocristiani. La decisione viene messa per iscritto e fatta diffondere. Si è coscienti di operare sotto l’azione della forza dall’alto, quella dello Spirito.

La lettura sintetica di At 13–15 sottolinea le novità a proposito del ministero, un nuovo orientamento teologico riguardo alla missione, l’allargamento dell’uditorio, l’opposizione sempre più “istituzionale”, il rischio di lotte di parte e, infine, un’assemblea “plurale” quale nuovo strumento per maturare la comunione.

Le forze di una Chiesa missionaria e “in uscita”

Dopo la lettura continua di At 1–15 e l’analisi sintetica delle sue cinque sezioni (pp. 9-192), Manicardi propone un capitolo riguardante le forze presenti in una Chiesa missionaria e “in uscita” (pp. 193-232). Sono elementi preziosi per attuare un collegamento fecondo con la vita della Chiesa odierna, la Chiesa del terzo millennio.

Le forze “dall’alto” sono, innanzitutto, l’interpretazione delle Scritture da parte dei “testimoni”. Iniziata con l’opera del Risorto la sera di Pasqua nel Cenacolo, questa attività è – per Manicardi – fondamentale nella vita della Chiesa e nei vari passaggi che le novità delle situazioni e dei problemi presentano e che richiedono intelligenza delle situazioni, confronto con le Scritture, dialogo sinodale e apertura di cuore a tutte le culture.

Seconda forza dall’alto è l’intervento diretto dello Spirito Santo in varie situazioni. L’intervento di Dio è completato dall’opera intelligente e dal discernimento attuato dai testimoni umani. Lo Spirito Santo è sempre presente nella predicazione dei testimoni, che non si affidano evidentemente solo alle proprie forze.

L’articolazione del ministero conosce uno sviluppo storico. Si parte dal mantenimento dei ministeri ricevuti da Gesù di Nazaret (i “Dodici”), si procede con lo sviluppo e la diversificazione dei ministeri (i “Sette”, i predicatori singoli, gli “anziani” ecc.), con la presenza di protagonisti “minori” (Ananìa, Bàrnaba, Àgabo).

L’amicizia contribuisce alla fecondità della missione: l’espansione della Chiesa è legata anche a manifestazioni “naturali” di solidarietà, amicizia, stima e relazioni coltivate.

Nella Chiesa esistono dinamiche di condivisione e di testimonianza. Ci sono responsabilità dei singoli ma anche risvolti comunitari, così come, dalla condivisione dell’impegno personale, si fa ricorso a strutture sinodali.

Spinte storiche all’approfondimento dell’identità della Chiesa sono date dalla persecuzione quale fattore di espansione e di identità della Chiesa, così come dall’emergere di nuove presenze, nuove culture e nuovi dibattiti.

Postfazione. E adesso?

Nella Postfazione (pp. 233-282), Manicardi ripercorre dapprima le tappe decisive nel racconto della Chiesa delle origini: l’avvio della Chiesa; la vita ordinaria della prima Chiesa a Gerusalemme; la presenza crescente di discepoli di lingua greca nella prima comunità; gli avvenimenti forieri di ulteriori prospettive e sviluppi; le missioni della Chiesa d’Antiochia e l’accettazione di Gerusalemme.

In un secondo momento, egli ricorda i riferimenti essenziali nello sviluppo della Chiesa primitiva. Li individua nel necessario rivestimento dello Spirito Santo, nella costituzione di testimoni responsabili della comprensione delle Scritture e nel discernimento delle circostanze storiche.

E adesso? si domanda l’autore nel suo sforzo di attualizzazione di ciò che ha riscontrato in At 1–15 come necessario anche per la vita ecclesiale odierna.

Con grande insistenza l’autore sottolinea come la Bibbia debba essere al centro della Chiesa quale forza per i testimoni di oggi. Ricorda gli insegnamenti conciliari della Dei Verbum, che indica la Scrittura come anima della teologia e centro della vita spirituale dei cristiani, che devono conoscerla e leggerla con grande assiduità.

Un secondo elemento da tener presente è quello dello sviluppo dei ministeri: un cantiere dilatato dai testimoni. È rinato il diaconato e, nel campo dei ministeri, sono necessarie anche una coraggiosa apertura di fronte a nuove situazioni e la valorizzazione del ruolo della donna.

Di fronte a novità storiche rilevanti, quali quelle della globalizzazione e della presenza di una multiculturalità diffusa (insieme a un esplicito rifiuto dell’annuncio evangelico o a una indifferenza nei suoi confronti), è necessaria un’uscita missionaria da confermare. I tempi e i momenti (con i risultati) della missione sono riservati a Dio, ma la missione in uscita è compito dei testimoni, anche nelle regioni di antica cristianità, ormai sparita.

La comunione rende credibile la Chiesa, ma l’elemento essenziale resta per Manicardi la proclamazione della parola di Dio a tutti i popoli.

Un atteggiamento pari a quello di Abramo deve caratterizzare anche la Chiesa odierna: “Va’ dove ti indicherò… Partì senza sapere…”. Una “fecondità verginale” sostiene la Chiesa aperta allo Spirito (il paragone è tra la nascita della Chiesa e l’annuncio dell’angelo a Maria in Lc 1, con l’incarnazione di Gesù, Figlio dell’Altissimo).

Occorre creare dei ponti culturali (cf. il discorso di Paolo all’Areopago in At 17, seguito, secondo Manicardi, non da un fallimento ma dall’inizio dell’affermazione del vangelo), con una nuova apertura all’universalità, come quella testimoniata da Atti. Occorre puntare anche sul dialogo a livello culturale e sulla condivisione di valori comuni.

Il “gusto sinodale” deve fungere da catalizzatore molto utile. La permanenza dello scopo ultimo della missione della Chiesa è, per l’autore, fondamentale: la predicazione del vangelo.

Lo studioso ricorda alcune espressioni di papa Francesco sulla Chiesa “in uscita”. Una Chiesa rinchiusa in sé stessa si ammala. Il suo scopo è quello di essere lievito in mezzo ai popoli con l’annuncio liberante della parola di Dio, fattasi carne in Gesù di Nazaret.

Testo avvincente e stimolante, scritto con chiarezza invidiabile, con pochissime note a piè di pagina. Non c’è la bibliografia. Volume utile per un largo pubblico, perché la vita ecclesiale descritta in Atti possa fecondare con il suo stile il cammino missionario e sinodale della Chiesa del terzo millennio.

  • ERMENEGILDO MANICARDI, Missione e Chiesa in uscita. Atti 1,1–15,35 (Studi biblici), EDB, Bologna 2023, pp. 288, € 25,00, ISBN 9788810410509.
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