Dio cittadino – Città di Dio

di: Mauro Pesce

Il credere o è ospitale o non è credere. L’ospitalità fa parte strutturalmente del credere. Ospitare gli altri in sé è l’essenza stessa del credere in Dio, non una conseguenza etica più o meno necessaria. Se non si ospitano gli altri in se stessi, non si crede.

Il Dio ebraico, il Dio che la Bibbia ebraica ci presenta nei primi 11 capitoli del libro della Genesi, è un Dio universale che si occupa di tutti i popoli della terra e li guida perché eseguano il compito che egli ha assegnato loro sulla terra e nell’universo che ha creato. Tutti gli esseri umani sono ugualmente conviventi sulla terra di Dio.

Credere in Dio significa, quindi, sapere di essere connaturalmente consanguinei di ogni uomo a partire dal “prossimo”, dal marito, dall’amico, fino ad ogni altro essere umano di qualsiasi parte della terra. Io non esisto senza di lui, e lui senza me.

Si rovescia il messaggio

Ma c’è un’altra forma di credere ed è la fede nel Dio cittadino. Ogni città, ogni popolo ha un suo Dio e una sua religione. Credere in Dio è allora credere nel Dio che protegge la mia città, contro la città degli altri, che a sua volta è protetta da Dèi che ci sono nemici.

La contrapposizione delle religioni deriva dall’aver sostituito al Dio universale della Bibbia ebraica il Dio cittadino, che esclude. Dio protegge me e minaccia gli altri. Questo credere nel Dio cittadino crea l’identità (noi siamo cristiani, italiani, gli altri sono africani, musulmani), l’identità che si contrappone ad altre identità fondate su altri credi. Il credere diventa strutturalmente inimicizia. La religione si manifesta così come forma di difesa dalla minaccia degli altri.

Molte, moltissime volte i cristiani hanno trasformato il Dio universale della Bibbia in un Dio cittadino identitario e ostile agli altri.

Ma, se Dio è colui che guida ogni singolo essere umano, ogni singolo gruppo umano, ogni popolo, credere in Dio implica un atteggiamento esistenziale per il quale io istintivamente, necessariamente mi identifico con gli altri. Loro sono me, e io sono loro. L’essere umani è per eccellenza, strutturalmente, identificarsi e confondersi, mescolarsi entrarsi dentro a vicenda. Si trova se stessi mutandosi nell’altro.

Provate a leggere i vangeli con attenzione e vedrete che l’atteggiamento più intimo che definisce Gesù è di essere spinto ad identificarsi con l’interlocutore concreto che ha di fronte, per capire in quale situazione si trova e proporre, in quella situazione, un’alternativa di vita che lo salvi dal pericolo che lo minaccia. La fede necessariamente porta al desiderio non solo di identificarsi con gli altri, ma anche al bisogno di contribuire al miglioramento e alla salvezza di chi è – con noi – un “con-umano” sulla terra.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi