Scrittura: dolce più del miele

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parola di dio

La prima cosa che ho fatto prima di preparare questo incontro sulla Parola di Dio è stato andare a cercare sul dizionario il significato di “gustare”. Ho trovato qualcosa di questo tipo: percepire il sapore di una cosa; ma anche: provare piacere, intimo godimento di qualche cosa.

Tra tutti i sensi, il gusto richiede non solo di guardare e sentire ciò che è fuori di noi, ma di introdurlo nel corpo, di farlo aderire il più possibile alla cavità orale, di distruggerlo mediante la masticazione e infine di discernerlo.

Ciò che è introdotto nella bocca viene innanzitutto guardato e annusato, ma poi lo si gusta e lo si giudica con il palato.

Il sapore dei cibi

Nessuno di noi memorizza il proprio apprendistato del gusto, ma esso è avvenuto ed è stato un processo lungo e complesso. Siamo entrati in un sistema gustativo attraverso i cibi della cucina familiare, soprattutto attraverso quella della madre e della nonna, e abbiamo imparato a identificare i sapori, a giudicarli buoni o cattivi (ecco dove nasce anche il giudizio morale!).

È così che abbiamo imparato a confrontare la cucina di casa con le altre, abbiamo dovuto discernere la misura del cibo e combattere bulimia o anoressia, patologie che si annidano nella nostra crescita e minacciano l’arte del gustare; e imparando i gusti elementari, abbiamo anche appreso il gusto di vivere, la capacità di gustare il mondo.

I cibi, con i loro sapori, plasmano il nostro gusto; la vita poi ce li fa interpretare in modo personalissimo, la storia e i legami affettivi vissuti li caricano di significati infiniti.

Bisogna porre poi l’attenzione su una verità elementare: tutta la nostra conoscenza si sviluppa a partire dai sensi, quella più elementare come quella più raffinata. Noi “sentiamo” attraverso i sensi, ma un’enorme carica simbolica viene a innestarsi sull’esercizio dei sensi. Ne sono prova le parole che usiamo: anche quando sono astratte, lasciano trasparire un’origine collocata nello spazio della sensibilità. “Sapienza” – per citare solo uno dei casi più evidenti, attinente al senso che ci interessa -non deriva forse dal verbo sapere, cioè “gustare”? Sì, la sapienza è un esercizio del gusto…Possiamo così passare, senza dicotomie troppo schematiche, a considerare il gusto inteso come “senso spirituale”.

C’è un’esperienza centrale della fede cristiana che va assolutamente menzionata a proposito del “gusto spirituale”: l’esperienza eucaristica. Al culmine della liturgia eucaristica si mangia pane e si beve vino. Questo è ciò che percepisce la nostra oralità, ma nella fede gustiamo il corpo di Cristo, ciò che ci inebria è il suo sangue.

Il gusto e lo spirito

In che senso possiamo invece gustare la Parola di Dio? Se scorriamo il testo biblico, notiamo che sono numerose le immagini che permettono di collegare il gusto con la Parola. Parlare della Parola dal punto di vista del gusto significa parlarne come di “cibo”, e quante volte la Scrittura e poi i Padri della Chiesa parlano della Parola in termini di cibo, non solo come qualcosa che nutre, ma anche che diletta il palato. Si tratta allora di capire qual è “l’organo di senso” che permette di percepire il gusto della Parola: forse il cuore?

Al profeta Ezechiele Dio consegna un libro da mangiare, dolcissimo alla bocca e al palato. Dio gli dice: «Mangia questo rotolo. Poi va’ e parla al popolo. […] Mangiai: era dolce come il miele» (Ez 3,1-3). Il profeta obbedisce e il testo aggiunge che, nonostante il contenuto terribile del rotolo, gli sembrò “dolce come il miele” (3,3). Il senso non è che il profeta era felice di annunciare “lamenti, pianti e guai” ma che accettò con tutto il suo essere la volontà di Dio, essendo la parola di Dio “più dolce del miele e di un favo stillante” (Sal 19,11; cf. Sal 119,103).

Il libro ingoiato è un’immagine forte per indicare che nella vocazione profetica la parola divina deve diventare carne della stessa carne di Ezechiele. Non è solo ingestione ma digestione. Dolce e amaro sono i due segni complementari della salvezza e del giudizio che la parola e l’opera divina comportano.

Giovanni, il contemplativo dell’Apocalisse, farà la stessa esperienza, ma per lui la Parola si rivelerà amara nello stomaco (cfr. Ap 10,9-10). Il testo parla di un angelo che compare sulla scena dotato di forza e caratterizzato da simboli tipici delle teofanie: nella sua mano sta un piccolo libro (in greco: biblarídion), intorno al quale si concentra tutta la visione. C’è un ordine impartito dalla voce celeste che ripropone lo stesso gesto simbolico narrato da Ezechiele, al momento della sua vocazione.

Mangiare il rotolo scritto significa, da parte del profeta, assimilare il messaggio divino ed essere in grado di trasmetterlo ad altri. Ma fra il modello e la versione apocalittica c’è un’importante differenza: mentre Ezechiele menzionava solo la dolcezza del libro, Giovanni presenta una contrapposizione, aggiungendo anche l’impressione di amarezza. Il contrasto è fra la bocca e il ventre; quindi in una successione cronologica: dapprima sembra dolce, ma poi si rivela amaro. Dolce, perché il popolo di Dio rimane protetto e la salvezza è vicina; amaro, perché la salvezza passa attraverso la tribolazione.

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Come accennavo, anche il salmista canta: «Quale dolcezza al mio palato le tue promesse, Signore, più che miele nella mia bocca» (Sal119,103). “Mangiare le parole” è più che ascoltarle e accoglierle: è addirittura – secondo gli antichi monaci – “ruminarle”, riprendere la Parola mangiata e rimasticarla, fino a fare corpo con essa. Così, in un meraviglioso metabolismo, la Parola ci plasma, ci forma, fornendoci il cibo per sostenere la nostra ricerca di senso. Sta scritto infatti: «L’uomo non vive di solo pane, ma vive di ciò che esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3; cfr. Mt 4,4). E al credente è chiesto di imparare a «gustare la buona parola di Dio» (cfr. Eb 6, 5).

La tradizione spirituale si è servita, non a caso, anche dell’immagine dell’ape, anch’essa presente in alcune pagine bibliche. L’ape bottinatrice succhia il nettare dei fiori usando la lingua che ha la forma di una proboscide. Il nettare finisce nella sacca melaria, che si trova subito dopo la bocca.

Essa poi porta il nettare all’ingresso dell’arnia dove altre api continuano a trasformarlo per poi metterlo nelle apposite cellette.  Con la temperatura alla quale viene mantenuto e con la ventilazione fanno in modo che la parte dell’acqua evapori, facendo diventare uno sciroppo denso, dolce e più conservabile.

La formica e l’ape

Il libro dei Proverbi, che fa parte di quella corrente che viene normalmente definita “letteratura sapienziale”, una serie di testi biblici ai quali appartengono anche i libri di Giobbe, Qoèlet, Siracide e Sapienza, loda il lavoro dell’ape. Essa, infatti, appare come il simbolo dell’operosità, del lavoro instancabile, dello zelo: Va’ verso l’ape e osserva come è laboriosa, e quanto nobile è l’opera che essa compie. / Re e semplici cittadini, per la loro salute, usano i suoi prodotti; / è ricercata e famosa presso tutti; / benché debole sotto l’aspetto della forza, si distingue per aver onorato la sapienza (Pr 6,8 LXX).

La formica e l’ape, per la loro laboriosità, sono un ammonimento efficace per indurre il pigro a uscire dalla sua pigrizia, se non vuole cadere nella miseria, la quale si presenterà come un bisognoso che si impone con tutto il peso delle sue necessità.

La miseria, infatti, porta indigenza e guai. La considerazione che il sapiente sottopone al pigro, nella sua semplicità, contiene un profondo insegnamento: la formica e l’ape, sprovviste di ragione, fanno tutto per istinto naturale; l’uomo, invece, animale ragionevole, dovrebbe compiere tutte le sue azioni per convinzione cosciente e riflessiva. L’uomo però si è dimenticato della sua natura, agendo secondo la quale resterebbe di gran lunga superiore all’esempio di qualsiasi animale.

Dall’immagine della formica e dell’ape di Pr 6,6-11, la tradizione spirituale ha raccolto due momenti importanti nella pratica della lectio divina:

  1. La prima fase è quella della raccolta diligente. L’ape raccoglie innanzitutto il nettare dai fiori. Tale atteggiamento è espresso attraverso la parola greca syn-ágo, che vuol dire “condurre insieme”, “raccogliere”, “mettere insieme”. Diversi autori spirituali ricordano che la prima cosa da fare nella meditazione è la raccolta, attraverso la frase che colpisce di più, insistendo su una parola chiave, che rimanda ad altre parole, ad altre immagini e ad altri passi della Scrittura. Chi ha più familiarità con la Scrittura, ovviamente, ha maggiori possibilità di “raccolta”. Ognuno raccoglie la manna secondo le proprie possibilità, e secondo le capacità di assimilazione. Questa è la prima fase della meditatio, cioè la raccolta: agire come l’ape.
  2. La seconda fase era indicata dagli antichi col verbo meletao, che vuol dire alla lettera “fare il miele”. Cioè, fuor di metafora, avere cura di applicarsi, esercitarsi, riflettere, trarre considerazioni, ecc. La stessa fase viene chiamata in lingua latina ruminatio. In pratica, “raccolti” i ricordi, cioè le parole della Bibbia, viene il momento di chiudersi nella propria cella, come fa l’ape, per elaborare tutto ciò che si è raccolto.

Guigo il certosino ha applicato questa immagine alla lectio divina: “La lettura cerca la dolcezza ineffabile della vita beata; la meditazione la trova; la preghiera la chiede; la contemplazione la gusta. La lettura porta il nutrimento alla bocca, la meditazione lo mastica e lo trita; la preghiera lo assapora e la contemplazione è questo sapore medesimo che riempie di gioia e che ricrea. La lettura rimane nella scorza, la meditazione penetra nella polpa, la preghiera è nella richiesta piena di desiderio, la contemplazione è nel godimento della dolcezza raggiunta” (Guigo II Certosino, La scala 2-3).

Il sapore della lettura

I Padri della Chiesa gli fanno eco: “La tua lettura avvenga nella quiete, lontano da tutto, libero dall’eccessiva preoccupazione del corpo e dal tumulto degli affari, affinché produca nella tua anima quel dolce gusto, per mezzo della deliziosa comprensione che trascende i sensi e che l’anima sente in se stessa quando vi persevera (…). Sii fedele alla lettura, nella quiete, per essere sospinto nello stupore, in ogni tempo” (Isacco di Ninive, Discorsi ascetici I,4).

“Quando i Testamenti di Dio cominciano a risuonare nell’orecchio del cuore, lo spirito di chi ascolta, toccato (compunctus) nel più vivo dell’amore, si commuove sino alle lacrime. È così che le parole della sacra Scrittura diventano gustose nel cuore di chi legge” (Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele I,10,39). “In effetti Dio onnipotente tende, per così dire, la mano verso la bocca del nostro cuore ogni volta che ci apre l’intelligenza e pone il cibo della sacra Parola nei nostri sensi. Ci nutre quando, distribuendoci il cibo della sacra Scrittura, ce ne rivela il senso e riempie i nostri pensieri della sua dolcezza” (Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele I,10,5).

Commenta Jean Leclercq, benedettino francese, studioso della storia della cultura monastica alto-medievale e attento esegeta di testi liturgici: “Questa ripetuta masticazione delle parole divine è richiamata dal tema della nutrizione spirituale: i termini si ispirano allora all’azione del mangiare e del digerire, in particolare a quella forma di digestione propria dei ruminanti: così la lettura e la meditazione sono talvolta designate con la parola ruminatio. Meditare significa aderire strettamente alla frase che si ripete, pesarne tutte le parole per giungere alla pienezza del loro senso: significa assimilare il contenuto di un testo per mezzo di una specie di masticazione che ne fa gustare il sapore”.

La tradizione rabbinica ci informa poi che era una pratica ebraica quella di usare il miele in una cerimonia speciale, il primo giorno di scuola. Al bambino veniva mostrata una lavagnetta su cui erano scritti, con le lettere dell’alfabeto, insieme a due versetti della Scrittura, Lv 1,1 e Dt 33,4, la frase: «La Torah sarà la mia chiamata».

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L’insegnante leggeva poi queste parole al bambino e il bambino le ripeteva. Questa lavagna veniva coperta di miele, che il bambino subito leccava, in ricordo di Ezechiele che dopo aver mangiato il rotolo disse: «Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele» (Ez 3,3). Dopo questa cerimonia, al bambino venivano dati dei dolci da mangiare, con su scritti versi biblici tratti dalla Torah.

Il miele, poi, in numerosi passi, indica o simboleggia spesso abbondanza e prosperità. Nei primi cinque libri della Bibbia si parla ripetutamente della “terra promessa” come di “terra dove scorrono latte e miele” (cf. Es 3,8; 33,3; Nm 13,27; 14,8; 16,13-14; Dt 6,3; 11,9; 26,9; 26,15; Gs 5,6).

Gustare la Parola

Ma come può il credente oggi gustare la Parola di Dio? Provo a dare qualche suggerimento.

  • Primo: percepire che “le pagine bibliche parlano di me”, cioè mi svelano, sono uno specchio. Il punto in cui noi faremo il giro di boa sarà quando, leggendo questa pagina evangelica, non diremo dice così e così, ma parla di noi! Dice qualcosa che noi viviamo, anzi ci spiega cosa ci sta succedendo. Perché spesso siamo confusi, non sappiamo chi siamo, abbiamo mille tensioni. Mentre le pagine della Scrittura con la loro ricchezza di umanità e anche con le figure che presentano chiariscono. “Riconosco qualcosa di me nel giovane ricco, in Pietro, in Davide”.
  • Secondo: “questa pagina parla a me”. Sentire l’appello che viene rivolto a me adesso da questa pagina. E questa parola mi parla, mi interpella, mi chiama, mi sgrida, mi consola, mi conforta.
  • Terzo: “Questa pagina mi invita a rispondere”: la preghiera. Rispondere con dialogo che è preghiera. Perché colui che mi parla in questa pagina, è colui al quale io posso parlare familiarmente. La Dei Verbum ci chiede questo: che si arrivi a pregare con la Scrittura.

C’è un proverbio tedesco che dice: “il buon vino loda sé stesso”. Non c’è bisogno di fare troppa pubblicità a qualcosa che appena si gusta fa sentire la propria qualità. Per la buona novella del vangelo, o per il messaggio cristiano vale lo stesso: se una è di una certa qualità, se è un vero messaggio di vita ed è attuale, bisogna prima di tutto farlo gustare, non fare pubblicità.

Sappiamo bene poi che ognuno di noi ha i suoi piatti preferiti, i suoi gusti. Credo che lo stesso discorso si possa fare con la Parola di Dio. Ci sono pagine a cui siamo particolarmente affezionati e che volentieri riascoltiamo.

C’è per esempio una parola evangelica che a me personalmente dice molto. È la frase ripetuta tre volte in Mt 6,6: “Il Padre vostro che vede nel segreto, vi ricompenserà”. Questa è una sintesi di spiritualità biblica straordinaria che ricorda che tutto dobbiamo fare di fronte al Padre e basta. È una frase che ha un potere liberante straordinario. È molto bello anche il brano di Emmaus, perché è un brano sintetico di tutto il cammino cristiano: dalla non conoscenza e dalla confusione alla progressiva chiarezza e all’Eucarestia.

La Bibbia è ricca, non possiamo ridurla; però pagina chiama pagina e quindi dovrei menzionarne molte altre. Cercate la vostra pagina biblica! Cercate il vostro salmo! Quello che vi parla di più, quello che vi fotografa meglio!

In ultimo vorrei ricordare che c’è nella terra del nostro pellegrinaggio un “luogo” dove la parola di Dio risuona con efficacia eccezionale, uno dei ristoranti più deliziosi: la sacra liturgia. Essa è veramente un ininterrotto dialogo tra la Parola e l’uomo, chiamato a essere una eco di questa stessa divina Parola.

Celebrare la Parola

La sacra liturgia, perciò, si nutre abbondantemente alla mensa della parola di Dio: prende dalla Bibbia le sue letture, canta i salmi, si ispira alla Scrittura nel comporre inni, preghiere, esclamazioni e invocazioni. Nel suo concreto svolgimento manifesta una struttura dialogica che esprime la vita stessa della Chiesa.

Come, infatti, nel Primo Testamento l’assemblea di JHWH è chiamata in primo luogo per ascoltare Dio che parla: «Ascoltate oggi la sua voce» (Sal 94,4), così l’assemblea liturgica, il vero popolo di Dio, viene radunato anzitutto per ascoltare la Parola, Cristo Signore, e per unirsi a Lui, guidata dal suo Spirito, nella lode e nella supplica al Padre.

Nella liturgia appare con evidenza privilegiata che il destinatario della Parola non è l’individuo che si isola, ma il popolo dei redenti che si raduna; che il suo esito naturale non è il compiacimento della dotta speculazione, ma è l’energia trasformante dei sacramenti e la vita palpitante dello Spirito che inabita i cuori.

Perciò la parola della Scrittura, quando risuona nelle celebrazioni liturgiche, costituisce uno dei modi della reale, misteriosa, indefettibile immanenza di Cristo tra i suoi, come ci insegna il Concilio Vaticano II: «Egli è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (Sacrosanctum Concilium, 7).

Dobbiamo ammettere che la nostra vita è lontana dal potersi dire nutrita dalla Parola. Ci regoliamo, anche nel bene, sulla base di alcune buone abitudini, di alcuni principi di buon senso, ci riferiamo a un contesto tradizionale di credenze religiose e di norme morali ricevute. Nei momenti migliori, sentiamo un po’ di più che Dio è qualcosa per noi, che Gesù rappresenta un ideale e un aiuto. Al di là di questo però sperimentiamo di solito ben poco come la parola di Dio possa divenire il nostro vero cibo quotidiano.

Ci sembra che la parola di Dio e la cronaca quotidiana costituiscano come due mondi separati. La nostra vita potrebbe riempirsi di luce al contatto prolungato e attento con la Parola, e noi invece la trascorriamo in una penombra pigra e rassegnata.

Perché non scuoterci, darci da fare affinché i tesori che abbiamo tra le mani siano resi produttivi? La prima cosa che la parola di Dio ci chiede è un lento cammino di acclimatamento con un nuovo modo di pensare e di vivere. È proprio questa Parola a dirci che le vie di Dio sono misteriose e che l’operosità dell’uomo, se vuole unirsi all’efficacia dell’azione di Dio, deve compiere una profonda conversione nei criteri e nei metodi.

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Non abbiamo parlato molto delle api. Chiudo allora con queste parole di un monaco ortodosso, Padre Paisios del Monte Athos (1924-1994), canonizzato dal Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico nel 2015, che hanno molto da dire ad alcuni nostri atteggiamenti attualmente dominanti: “Alcune persone mi dicono che sono scandalizzate dalle tante cose sbagliate che vedono nella Chiesa. Io rispondo loro che se chiedi a una mosca ‘Ci sono fiori da queste parti?’, ti dirà ‘Non ho idea di cosa sia un fiore, ma laggiù, in quel mucchio di immondizia, puoi trovare tutta la sporcizia che vuoi!’. E inizierà a farti la lista delle cose sporche che si è messo a fare ultimamente…

Ora, se tu chiedi a un’ape ‘Hai visto per caso cose sporche da queste parti?’, ti risponderà ‘Cose sporche? No, non ne ho viste. Qui è pieno di fiori profumatissimi!’. E inizierà a farti l’elenco dei fiori del giardino o del prato… Vedi, la mosca conosce solo dove si trovano le cose sporche, mentre l’ape sa dove si trova un bell’iris o un bel giacinto…

Ho capito che certe persone assomigliano all’ape mellifera e altre alla mosca. Quelle che assomigliano alla mosca cercano il male in ogni circostanza e ne sono preoccupate. Non vedono del buono da nessuna parte. Ma quelle che assomigliano all’ape vedono solo del buono in tutto ciò che vedono. Lo stupido pensa stupidamente e fa tutto in maniera sbagliata, mentre chi ha buoni pensieri, non importa cosa veda, non importa cosa tu gli dica, custodisce un pensiero positivo e buono” (tratto da Consigli Spirituali, vol. 3, Buoni e cattivi pensieri).

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