Gesù, il carpentiere ebreo che legge il Salmo 118

di: Mauro Pesce

Secondo il Vangelo di Marco (6,3) Gesù era un carpentiere (in greco: tektôn) o figlio di un carpentiere, come Matteo corregge (13,55). Ma la cosa non cambia, perché i figli facevano quasi sempre il mestiere del padre. Si è pensato perciò che prima di unirsi a Giovanni Battista Gesù avesse costruito case nella vicina città di Sefforis che il re Erode Antipa stava ricostruendo in stile ellenistico-romano.

I carpentieri (tektones) erano di diverso tipo, dai più umili fino ai grandi architetti. Spesso si riunivano in associazioni professionali, come anche i pescatori della Galilea. E perciò Gesù potrebbe avere una certa affinità sociale con i suoi discepoli più vicini Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni che facevano parte di associazioni di pescatori. Grazie ai papiri documentari e alle iscrizioni e bassorilievi, conosciamo le abitudini dei carpentieri e gli strumenti che usavano per lavorare la pietra e il legno.

Tracce di questo mestiere potrebbero essere rimaste nel linguaggio e nell’immaginario di Gesù, attento – a volte – alla costruzione delle case (la casa costruita sulla sabbia o sulla roccia, Mt 7,24-26). Ma c’è una frase di Gesù in cui sembra che la sua esperienza di costruttore di case lo abbia reso particolarmente attento ad un passo del Salmo 118. Come ogni ebreo fedele alla tradizione ebraica, Gesù conosceva bene questo salmo che si recitava, tra l’altro, a Pasqua in un clima di grande esaltazione di speranze di liberazione messianica di Israele.  La frase di Gesù di cui parlo venne ripetuta a lungo dai suoi discepoli e arrivò fino all’autore del vangelo di Marco, che la collocò alla fine della parabola dei vignaioli. Gesù dice dunque:

Non avete forse letto questa Scrittura: «La pietra che i costruttori
hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è
stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri»? (Mc 12,10).

Questa frase non faceva parte della parabola originale. È estranea allo scenario del racconto. La parabola parla di una vigna, mentre il salmo sposta l’accento su pietre e costruttori. Per capire, quindi, il significato della frase occorre svincolarla dal contesto di Marco e rimetterla nel posto che occupava nella vita di Gesù.

Come ha scritto Joel Marcus, cui dobbiamo il commento oggi più importante del vangelo di Marco: «Il salmo nel suo contesto originale parla di Israele vinto dalle nazioni ostili che lo circondano, e tuttavia vincitore su di esse grazie al potere di Dio. Israele o il suo re davidico può quindi essere stato originalmente la pietra disprezzata dai costruttori».

Quando cantava questa parte del salmo, Gesù sapeva bene di cosa stava parlando. Quante volte il carpentiere Gesù si sarà trovato di fronte al problema della scelta di massi di pietra adatti alla fondazione di un edificio! Il carpentiere scarta una pietra perché non la ritiene sufficientemente sicura per tenere saldo l’edificio e poi scopre che invece era adatta a reggere una costruzione molto più grande. Gesù costruisce case nella città che il re Erode Antipa vuole adatta alla romanizzazione della terra di Israele e, mentre lavora e sceglie le pietre per le costruzioni, sogna momento in cui il Dio di Israele verrà ad instaurare il grande regno universale, il quinto regno predetto dal Libro di Daniele. Fra gli ebrei, un’interpretazione messianica di questo passo esisteva: «Una pietra d’angolo disprezzata dai costruttori tu l’hai esaltata come pietra di base su tutte le nazioni, l’hai coronata di gloria chiamandola splendore di tutte le nazioni» (da un manoscritto della Genizah della Sinagoga del Cairo).

I romani hanno scartato Israele considerandolo un piccolo paese inerme, ma Dio costruirà su di esso la grande casa che accoglierà tutti i popoli nel regno di Dio che non avrà mai fine, come promette il libro di Daniele. Israele è la pietra angolare su cui Dio costruirà il suo regno al posto di quello dei gentili. Così canta, uscendo dall’ultima cena, il carpentiere ebreo, l’ebreo Gesù.

Come abbiamo scritto altrove (A. Destro – M. Pesce, La morte di Gesù, Milano, 2014, 74-76), per comprendere il significato delle parole di Gesù bisogna ricollocarle nel loro contesto giudaico. Marco le ha tolte dai luoghi in cui giacevano e le ha riutilizzate per costruire un altro discorso, in cui hanno assunto un senso diverso. Scriveva, nell’Impero romano, anche per un pubblico di non giudei. Voleva mostrare che Gesù era stato rifiutato dalle autorità giudaiche, ma che senza dubbio era stato riabilitato da Dio. Gesù invece parlava del dominio degli altri popoli che sarebbe stato rovesciato con l’avvento della sovranità divina, che avrebbe assegnato a Israele la sua funzione di guida.

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