I settanta volti della Torah

di: Roberto Mela

Bibbia letta da rabbino

Il rabbino Cipriani pubblica gli studi compiuti in qualità di guida delle comunità ebraiche di Marsiglia e di Montpellier, nonché della comunità virtuale italiana Etz Haim (Albero di vita). Egli commenta 75 brevi pericopi selezionate all’interno delle grosse divisioni del Pentateuco (chiamate ciascuna sdirà o parashà) lette nella liturgia settimanale sinagogale.

La cultura e la religiosità ebraica è una cultura del commento. Ogni parola del Pentateuco può essere suscettibile di settanta interpretazioni, quante le scintille che un martello suscita colpendo una roccia.

Ascoltare e aggiungere

La mentalità dell’ebreo e dello studioso è guidata da una principio ermeneutico generale sempre valido: andare “oltre il versetto”, “ascoltare/leggere” e “aggiungere”. «I saggi ci ricordano – afferma infatti Cipriani – che uno dei modi di acquisire la Torà è infatti shomea umossif, «ascoltare e aggiungere» (Mishnà Avot 6,5).

Bibbia letta da un rabbinoL’approccio ebraico alla Torah è quello di individuare la volontà di Dio sul suo popolo, ma la sua “teologia” tende immediatamente verso un’antropologia. Nel testo sacro si cerca sempre l’insegnamento dato da Dio per il miglioramento dell’uomo. Mi ha colpito infatti immediatamente il taglio estremamente pedagogico con il quale il rabbino si avvicina ai testi, con spiccato senso psicologico nell’esaminare il comportamento dei vari personaggi biblici.

A un lettore cristiano salta subito agli occhi la diversità di approccio ermeneutico adottato. Molta attenzione è data allo scavo pedagogico, psicologico e teologico del testo. Non essendoci un centro ermeneutico cristologico, il significato del brano va ricercato nell’ambito della Torah e della ricca tradizione ermeneutica ebraica e non altrove, senza paura di “aggiungere” un’interpretazione nuova.

Caino non sembra essere giunto all’accettazione di se stesso e tenta forse di parlare al fratello Abele, senza riuscire a comunicare la tristezza che ha in sé. Sara vuole “scacciare via” Agar, ma in modo più soft Abramo la “invia”, liberandola in tal modo dalla schiavitù.

Personaggi della Torah

In Dio, che l’autore esprime con il termine un po’ astratto e impersonale di “Trascendenza”, esiste il polo della severità e quello della misericordia. Dio li equilibra in sé, ma facendo prevalere la misericordia. Anche l’uomo deve far prevalere la misericordia sulla giustizia, pena di non poter vivere sulla terra in un modo umano.

I personaggi della Torah sono moto attenti a far progredire il progetto di Dio su Israele, a essere fonte di benedizione per tutti, non lontani dalle proprie radici.

Isacco esce in campagna non tanto per svagarsi, ma per “meditare” (Gen 24,63). È un meditativo che tende a escludersi dalla realtà fino a sembrare quasi un “extraterrestre” (così Cipriani).

Ismaele non “gioca” con Isacco o non lo “perseguita”, ma “isaccheggia”, tenta di imitarlo, di sostituirsi a lui e Sara non può accettare che diventi l’erede del progetto divino. Sia Isacco che Ismaele devono quasi morire per arrivare alla pienezza della loro identità (Isacco sul Moria, Ismaele nel suo andare a est, in Seir = Edom). Isacco resta traumatizzato dalla religione (= coltello) e di lui non si dice neppure che torni indietro dal monte Moria.

«Il mondo descritto dall’Esodo, in cui il debole viene misericordiosamente estratto dalle grinfie della belva che lo divora, non descrive forse la realtà, ma la direzione verso cui essa dovrebbe tendere. Per questo la Trascendenza, che interviene per orientare eticamente la storia, si esprime in tutta la sua inconoscibile profondità con l’appellativo Yhwh, forma che comprende tutti i tempi del verbo essere, esprimendo la facoltà di trasformazione di ciò che è in ciò che dovrà essere» (p. 132).

Il libro dell’Esodo è il libro fondamentale della Torah e Genesi è una sua introduzione. Secondo Rashi, la Torah doveva cominciare con Es 12,2. Il libro racconta l’infanzia del popolo ebraico e la difficile libertà che dovrà acquisire per forgiarsi un nome nuovo, portatore di responsabilità per sé e per l’umanità intera. La Torah vuole insegnarci il ruolo dell’uomo nella creazione, che è solo il punto di partenza e il contesto necessario. Il soggetto principale del libro dell’Esodo e, nello stesso tempo, il fondamento dell’ebraismo è l’acquisizione della responsabilità umana.

Tempo ed etica

Il senso della Torah va cercato nella capacità umana di investire il tempo di una dignità etica. La Torah dai grandi segni dell’Esodo si sposta alla capacità dell’uomo di lavorare alla costruzione di se stesso e del proprio mondo attraverso lo studio e l’interiorizzazione lenta e graduale della Legge. Il Decalogo propone delle leggi, ma soprattutto dei principi da tener presenti; le persone però vanno accolte nel loro contesto vitale, e non applicando materialmente i principi puri e duri.

La legge protegge i principi e occorre leggere i principi dietro la forma esteriore delle regole. La trasformazione umana è la pietra angolare dell’ebraismo rabbinico. La legge ebraica è un percorso di lavoro su di sé che, giorno dopo giorno, trasforma l’individuo. È questo il più grande dei miracoli.

La costruzione del Mishkan da parte di Mosè evoca la costruzione dell’essere umano, che è la vera sede della trascendenza. «L’ebraismo è ogni giorno una nuova partenza su un antico cammino» (Abraham Yehoshua Heschel). Il culto viene dopo che un popolo possiede già un sistema giuridico vitale, dopo che i principi sociali e legislativi importanti siano stati evidenziati. Nell’ebraismo il sacro viene vissuto nell’ambito di una relazione amorosa fra Israele e la Trascendenza.

Bibbia letta da rabbino

Il libro del Levitico, con leggi circa gli “avvicinamenti” (qorbanot) educa a offrire e a condividere, superando il senso della proprietà e di percepire di avere, oltre i diritti, anche il dovere della responsabilità e della solidarietà nel quotidiano.

Nel Levitico non ci sono “maledizioni” ma l’esposizione delle “conseguenze” a cui si va incontro se si violano gli accordi. Vengono ricordate perché non accadano. Lv è un intreccio costante tra la legge rituale e la legge morale, ossia il modo in cui la società deve proteggere i deboli ed essere costruita sull’empatia per l’altro. La «Torà è data all’uomo e non agli angeli in quanto regola di vita che deve agire nel mondo materiale, e per evitare che l’uomo si chiuda in un universo ideale di spiritualità che faccia astrazione del benessere fisico» (p. 195). Tutte le mitzwot, le responsabilità ebraiche, sono un modo quindi di mostrare la propria presenza davanti alla Trascendenza.

Le due terre

L’ebreo ha due terre: la terra di Israele e la Torah. La terra di Israele è importante, ma comunque H. Heine ricorda che la Torah è una «patria portatile». Per Cipriani, l’ebreo ha bisogno delle due terre, e non deve amputare la Torah come fanno i sionisti laici.

Tutte le regole sul kasher e altro sono indicazioni per disciplinare il modo di gestire gli istinti nel quotidiano, in modo che non si sia in preda all’impulso incontrollato. «Solo il vivere all’interno della legge permette, dal punto di vista ebraico, lo sviluppo del rigore etico» (p. 190).

Il perdono è previsto nella religiosità ebraica, ma deve essere chiaro che passa attraverso la giusta assunzione della responsabilità della colpa dal parte del reo, dello scorrere di un tempo sufficiente per scontare le “conseguenze” del male commesso e per la conversione e il miglioramento di sé.

Due volte viene citato l’apostolo Paolo. Due forti stoccate riguardo al suo atteggiamento verso la legge. «Spesso, invece – afferma Cipriani –, dal momento in cui Paolo di Tarso decise che non era più necessario mantenere l’etica in esercizio attraverso la legge, si tende a considerare che l’etica e la morale siano innate, o possano essere assorbite per osmosi» (p. 191).

Il giudizio non mi sembra del tutto corretto. Certo l’asserzione di Rm 10,4 è decisa (nella sua ambivalenza di Cristo in quanto “la fine” o “il fine” della legge), ma si ricordi anche, fra gli altri passi, Rm 3,31; 8,1-4; 13,10; 1Cor 9,19-20. È innegabile comunque che Paolo distingua leggi cerimoniali, Legge come sistema giuridico e Legge come Scrittura profetica. Fatta salva la fede in Cristo come essenziale per la salvezza, altri aspetti possono essere preservati come diritto nazionale.

Il rituale è per l’ebraismo pedagogia dell’etica, insegnamento della morale. Tutto questo è assolutamente indipendente da quello che pensiamo o crediamo a livello prettamente religioso, afferma Cipriani. Ecco perché l’ebraismo è qualcosa di diverso da una religione nel senso corrente del termine. E i dettagli sono importanti perché gli ideali, anche i più grandi, vengono a cadere quando non sono sostenuti da un esercizio e da una pratica costanti. «In esse vivrà» [= nelle leggi] significa per il rabbino Cipriani costellare la propria vita di questi segni, e usarli come trampolino per una presa di coscienza spirituale costante.

Circa il Decalogo lo studioso afferma: «Dovendo riassumere l’essenza del Decalogo sulla base della prima e dell’ultima Parola, potremmo dire che l’uomo deve riconoscere di non avere sovranità sulle cose. Quando sceglie di agire per migliorare la sua condizione, cosa che ha facoltà di fare, deve poterlo fare senza forzare la realtà in nessun modo suscettibile di portare soprusi sui propri simili» (p. 158).

Termini ebraici

Dopo la lista dei principali commentatori della Torà citati (pp. 273-274), segue il Glossario dei termini ebraici citati (269-271).

Si noti: a p. 47 r 12 le consonanti della parola ebraica vanno invertite; p. 94 -13 leggi Esàv; p. 95 r 5 leggi Esàv; p. 175 r -6 leggi rapporto; p. 199 r -13 leggi disponibilità; p. 233 r 13 leggi delle Tsitsit; p. 236 r -4 leggi profeta Shemuel; p. 250 r 19 leggi talmudica; p. 269 r 21 leggi etica; p. 270 r. 1 leggi affisso; p. 273 r 3 togliere i tre punti; p. 274 ultima integra con “autore di”.

Libro davvero interessante – anche se talvolta impegnativo da seguire per un sistema di traslitterazione moderna un po’ straniante e diversa da quella scientifica, tanto da rendere qualche volta difficile intuire la radice di provenienza delle parole –, in quanto porta alla luce un’interpretazione biblica complementare a quella cristiana. Spesso le gutturali aleph e ain non sono espresse graficamente e le lettere b e w sono traslitterate allo stesso modo (v). Esàv è un po’ straniante e anche leggermente “extraterrestre”…

L’interpretazione di Cipriani, come tutta quella ebraica, è ricca di spunti e di introspezioni letterarie, teologiche, filologiche, mistiche ed etiche. Si concentra molto sul testo. Il lavoro del rabbino è prezioso anche per le traduzioni personali del testo, a cui il lettore cristiano che non conosce l’ebraico non è sempre preparato. In questo, il libro è molto arricchente.

HAIM FABRIZIO CIPRIANI, I settanta volti. Leggiamo la Bibbia ebraica con un rabbino. Prefazione del card. Gianfranco Ravasi (Bibbia per te 35), Ed. Messaggero, Padova 2019, pp. 280, € 18,00, ISBN 978-88-250-4797-4.

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