La «retorica» paolina

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Negli ultimi anni si è venuto progressivamente imponendo con grande vigore lo studio delle lettere paoline che tenga conto della loro impostazione retorico-pragmatica. Non è più sufficiente solo una puntuale analisi storico-teologico-filologica dei loro contenuti, ma è necessario comprendere sempre meglio l’intento comunicativo di Paolo nella scrizione delle sue lettere.

Stefano Romanello, seguendo le intuizioni di Jean-Noël Aletti, persegue da anni questa linea interpretativa nel suo insegnamento presso la Facoltà Teologica del Triveneto (sede di Udine), nella FTIS a Milano, nella FTER a Bologna e presso l’ISSR di Udine.

Lo studioso raccoglie nel suo volume cinque studi già pubblicati in riviste e volumi di carattere scientifico, preceduti da un saggio inedito che fornisce il titolo dell’intera opera. In essa si studia la retorica paolina, tesa a persuadere per edificare, con una profonda dimensione performativa che connette retorica e logos teologico (e cristologico in primis).

I saggi esaminano dapprima 1Cor 1,10–3,23, evidenziando una necessaria correlazione ermeneutica che coinvolge testo, evento e lettore. Si analizza quindi l’utilità dei carismi, studiando il significato dell’espressione pros ton sympheron di 1Cor 12,7, spesso inteso come utilità «comune» (Romanello segue invece l’interpretazione di A. Vanhoye). Il terzo saggio studia la retorica e l’ermeneutica presente in Gal 4,21–5,1 annotando la necessità di conoscere l’interpretazione scritturistica giudaica tipica del midrash. La dimensione pragmatica dell’epistolario paolino è illustrata inoltre attraverso l’esempio di Fil 1,27–2,4, testo fortemente segnato dal pathos e dall’ethos. La lettera a Filemone offre, infine, lo spunto per offrire un esempio di discernimento richiesto da Paolo ai suoi destinatari tra le consuetudini sociali e la novità cristiana.

La retorica paolina

Dopo la fondazione delle varie comunità cristiane, Paolo continua la relazione con esse tramite le lettere con le quali approfondisce il suo messaggio e tenta di convincere i destinatari ad accogliere le sue spiegazioni dell’evento cristologico e delle sue conseguenze nella vita concreta quotidiana. Intende «edificare» nella fede continuando o costruendo – nel caso della comunità di Roma – una relazione profonda con le comunità.

Egli argomenta per ristabilire una sintonia tra sé e i suoi destinatari, facendo sì che l’opera di Dio si attui anche attraverso le strategie argomentative adottate dall’apostolo per una comunicazione che fosse efficace e incisiva. Le strategie comunicative sono a servizio del contenuto teologico e soprattutto cristologico presente nelle lettere.

La retorica era stata studiata in rapporto alla composizione dei discorsi tenuti in pubblico, e in particolar modo in tribunale, per renderli persuasivi.

Nelle argomentazioni non sono importanti solo la coerenza intrinseca del proprio ragionamento (logos), ma anche la coerenza morale dell’autore (ethos), nonché le passioni da suscitare nell’uditorio (pathos). La retorica mira a una piena adesione dell’interlocutore al punto di vista dell’autore del discorso.

Secondo Aristotele, il modello tipico di organizzazione del discorso prevedeva: un prooimion/exordium (introduzione all’argomento e captatio benevolentiae dell’uditorio, attraverso l’ethos e il pathos); seguiva la diēgēsis/narratio (narrazione dei fatti su cui verterà la successiva deliberazione), la prothesis/propositio (nucleo tematico da suffragare mediante la successiva prova), la pistis/argumentatio (attraverso l’addurre delle prove alla propria tesi – confirmatio – o la contestazione della tesi dell’avversario – confutatio); l’epilogos/peroratio (ricapitolazione dei punti trattati e ultimi appelli agli interlocutori). Un’eventuale sezione parentetica rispetto allo schema era possibile e definita come parekbasis/digressio.

Retorica ed epistolografia

Nello studio delle lettere paoline si cercò inizialmente di applicare ad esse lo schema dei discorsi di genere deliberativo, epidittico e forense. Il genere letterario deliberativo concerne il futuro; quello giudiziario/forense è teso a formulare giudizi su eventi passati; quello epidittico è imperniato sulla lode o il biasimo di atteggiamenti e di persone.

È evidente, però, che le lettere hanno un genere letterario proprio che non può essere violentato e costretto sul letto di Procuste della retorica tipica dei discorsi. Paolo ha avuto una formazione elementare e non accademica all’arte retorica e lo dimostra nelle lettere, anche se talvolta egli si schermisce dicendo di essere un uomo di linguaggio dimesso ed estraneo agli artifici della retorica.

Le dinamiche epistolari sono diverse da quelle dei discorsi, ma non è scorretto integrare l’approccio retorico alle lettere, componendolo con cautela con quello tipico dell’epistolografia.

Nelle lettere paoline risulta molto importante definire la tesi propugnata da Paolo e le argomentazioni – soprattutto bibliche ma non escludenti quelle legate al pathos e all’ethos – mediante le quali Paolo vuole convincere i destinatari a mutare opinione e ad assumere la proposta del mittente.

Lo studio della retorica presente nelle lettere paoline non intende soppiantare gli approcci classici alle stesse (metodo storico-critico, filologico ecc.), ma mira ad aiutare a conoscere a fondo i testi che sono sempre culturalmente contrassegnati e che quindi vanno studiati anche assieme alle argomentazioni scritturistiche poste in essere e al retroterra ermeneutico giudaico presente anche in Paolo (ad es. il midrash). Se questi filoni interpretativi guardano dietro il testo, lo studio retorico intende rapportarsi al testo come a un insieme organico che, come tale, si sporge avanti a sé, per comunicare efficacemente al lettore un ben preciso contenuto.

La retorica è una tappa del processo esegetico sulle lettere paoline, però appare come la tappa decisiva, in quanto permette di illustrarne l’intento comunicativo che ne ha governato la scrittura (oltre che alla sua raccolta canonica).

I cinque studi presenti nel volume intendono cogliere la dimensione performativa delle lettere paoline, ossia l’effetto che esse intendono conseguire verso i propri destinatari.

I destinatari storici sono interpellati da Paolo a riconfigurare il proprio vissuto sulla base della parola che egli ripropone loro. Ma lo sono anche i «lettori attuali – aggiunge Romanello – ai quali le lettere sono rivolte in un insieme canonico che, già dal suo costituirsi, palesa la coscienze (sic) della rilevanza delle lettere oltre le circostanze e i destinatari storici che ne hanno provocato la stesura» (p. 12).

Persuadere per edificare

Paolo intende persuadere gli interlocutori per edificare ulteriormente la solidità della loro fede nell’evento cristologico e nelle sue conseguenze pratiche. Le lettere prevedono un accordo preliminare tra autore e interlocutore. Le comunità destinatarie riconoscono l’autorità apostolica di Paolo che le ha fondate e che quindi ha la possibilità di costruire le proprie argomentazioni.

Un rilievo particolare assume in prima battuta la captatio benevolentiae che mira ad attrarre il destinatario verso un atteggiamento cordiale di accoglienza.

L’apostrofe diretta e di tono forte intende invece decostruire il pensiero dei destinatari, ma senza originare un rigetto o una chiusura. La decostruzione avviene in maniera più indiretta, spesso con percorsi argomentativi spiazzanti (cf. 1Cor 3,1-4) e in dissonanza con le obiezioni che potevano essere sollevate (cf. 1Cor 12,31, che invita a cercare i carismi più grandi e poi propone invece l’agape, che carisma non è, ma una «via»).

Le digressioni possono essere opportune.

La reticenza e gli anacoluti creano da parte loro attese e interrogativi nell’interlocutore, che è coinvolto nel formulare ipotesi per esplicitare il non-detto.

I destinatari delle lettere paoline sono molto coinvolti da Paolo in un processo di cooperazione interpretativa delle missive loro rivolte. Va ricordato che esse venivano lette pubblicamente in assemblea e debitamente spiegate. In tal modo si comprende come anche le lettere potessero assumere il tenore di un discorso, da elaborare anche a livello retorico.

Il tenore delle lettere paoline non è né didascalico, né ingiuntivo. Certo, non mancano gli imperativi apostolici, ma posti dopo un percorso argomentativo, i cui costitutivi e le cui ragioni vengono esposti in modo che i destinatari ne divengano partecipi.

Annota Romanello: «L’apostolo così continua a edificare le sue comunità appellandosi e mirando a formare la libertà dei suoi membri. Libertà interpellata innanzitutto a decodificare i costitutivi delle argomentazioni loro proposte, e così facendo a rapportare ad esse i propri vissuti, immaginando i percorsi vitali che così vengono suggeriti» (p. 14).

L’esegesi paolina non può quindi esimersi, secondo l’autore, dall’onorare la dinamica comunicativa e performativa dell’epistolario di Paolo indirizzato agli interlocutori originali e ai lettori odierni.

Retorica e logos teologico

All’interno di un dialogo effettivo con le proprie comunità, Paolo articola dei contenuti teologici, che variano in funzione degli scopi persuasivi che di volta in volta egli persegue. Le forti affermazioni polemiche contro la legge ebraica presenti in Galati sono, ad esempio, quasi totalmente assenti in 1Corinzi.

La teologia di Paolo non va colta «de-retorizzando» ossia filtrandone le idee dalle sue espressioni letterali ma neppure pensando a un utilizzo «(neo)-sofistico» della retorica, in cui i contenuti sarebbero interamente finalizzati e subordinati dagli scopi.

Anche se in 1Cor il tema della Legge è quasi assente perché irrilevante agli argomenti affrontati nella lettera, «la sua presenza in 1Cor 15,56 si può comprendere solo come espressione di una convinzione teologica ben presente in Paolo, non legata alla contingenza di tale argomentazione ma richiamata da tematiche teologiche affini» (p. 17).

Paolo non usa quindi la retorica in modo sofistico. Tra i destinatari e Paolo c’è infatti un accordo preliminare costituito dalla fede nel Cristo crocifisso e risorto, a sua volta colto come compimento del progetto salvifico divino attestato nelle Scritture (cf. il kērygma di 1Cor 15,3-5). «La persuasione perseguita dall’apostolo non può pertanto essere una tattica spregiudicata volta all’adesione di punti di vista soggettivi e mutevoli – scrive Romanello –. Potrà invece risultare credibile solo se riuscirà a far cogliere le conseguenze della comune fede nella loro esistenza, se li porrà efficacemente di fronte al progetto di Dio manifestatosi in Cristo per coglierne tutte le implicazioni. L’accordo preliminare tra Paolo e le sue comunità si gioca a tale livello, e le tesi in seguito argomentate saranno necessariamente declinazioni dello stesso» (p. 17).

In Fil 1,27–2,4, ad esempio, si accentuano i legami tra Paolo e la comunità, sino a esortarla a rendere piena la sua gioia. Nella sottolineatura della reciprocità si comprende anche l’ampio ricorso alle dinamiche etiche e patiche. «Ma tutto questo è fondato sulla comune adesione al vangelo, e conduce necessariamente al confronto con lo stile di spoliazione obbedienziale di Cristo» (p. 18). Tale stile è incluso tra gli argomenti definiti da Aristotele come atechnoi, come tali non confutabili e obbliganti la direzione del discorso successivo.

Il logos

L’accordo preliminare tra Paolo e le comunità si avvale certamente delle dinamiche di ethos e di pathos, ma non solo di esse. Secondo Romanello, la retorica paolina «necessita di un logos che declini in maniera ragionevolmente coerente e consequenziale le implicazioni del fattore che fonda la comunione tra apostolo e comunità, ossia l’evento cristologico» (p. 18). Il logos non è esercizio intellettuale disinvolto, diretto da tesi occasionali ed eventualmente tra loro contrastanti. Il logos è legato a una rivelazione da cui dipende per esplicitarne le attinenze ai vari vissuti comunitari.

La retorica paolina fa percepire come le singole lettere non abbiano la pretesa di dire tutto il dicibile attorno ai temi teologici evidenziati, ma ricerchino ciò che è rilevante per le comunità, nelle singolari circostanze nelle quali esse sono loro indirizzate. Questo non autorizza a concludere che esse veicolino un pensiero frammentario e incoerente. Esse sono espressione di una coerenza che deriva dall’evento di cui sono, nella forma dell’argomentazione, singolare attestazione.

Lo studioso ricorda che le lettere paoline cercano un’efficace comunicazione con i destinatari e sono un mezzo performativo verso i loro vissuti. Postulano quindi una «referenza a valle» e non si possono comprendere senza il riferimento ai loro destinatari.

L’epistolario paolino postula tuttavia, allo stesso tempo, una «referenza a monte», «ossia all’evento cristologico di cui sono attestazione, la quale è prioritaria e fonda la precedente» (p. 18).

L’autore è convinto che l’esegesi paolina sia interpellata a far emergere tali referenze avvalendosi delle strumentazioni retoriche. Emergerà in tal modo la bellezza e l’attualità della teologia paolina e del suo metodo.

La teologia paolina

La teologia di Paolo è legata, da una parte, al vissuto dei destinatari: prende sul serio lo spessore antropologico ivi emergente, con le sue domande, le sue fatiche, le sue cadute, ma, «al contempo, pure le realizzazioni, seppur prolettiche e imparziali (sic), dell’opera efficace di Dio in mezzo a essi, nonché le tensioni positive al suo implemento nella storia e al suo compimento nell’eschaton» (p. 19).

La teologia di Paolo emergerà però anche nel suo «legame costitutivo con l’evento cristologico, culmine dell’opera di Dio, da cui la vita delle comunità, nonché la testimonianza stessa dell’apostolo, è generata ed è dipendente» (ivi).

Nel suo essere attestazione di tale evento, la testimonianza dell’apostolo ne diventa essa stessa parte, “linguaggio” che rende attuale il “mondo” che rappresenta per il fatto stesso di nominarlo. La portata scandalosa della “croce” di Cristo e, al contempo, la sua efficacia salvifica, si perpetua nella “parola” che la annuncia e nella scrittura che ne rilancia l’annuncio (cf. ivi).

La teologia paolina assume, inoltre, una forza sconvolgente e decostruttiva anche verso i valori e le consuetudini sociali. Si capisce perciò come debba essere supportata da varie strategie persuasive che non sono arbitrarie, ma legate a un senso ad esse precedente e costitutivo.

L’argomento scritturistico rimane di portata probativa massima, con diversi esempi. Si confronti Gal 4,21–5,1, oggetto del terzo saggio di Romanello, in cui le metodiche di lettura ebraiche pongono la questione della reciproca interrelazione interpretativa tra evento cristologico e storia della salvezza attestata dalla Scrittura.

I cc. 2 e 5 del volume, dedicati a 1Cor 12,7 e alla Lettera a Filemone (che si rapporta con il fenomeno pervasivo della schiavitù), mettono in luce la forza probativa delle considerazioni sulla correlazione tra i diversi appartenenti alla comunità credente, di natura necessariamente solidale e fraterna.

L’autore conclude l’introduzione al volume con queste parole: «Nel loro insieme i contributi qui raccolti illustrano bene la funzionalità della retorica all’elaborazione di un pensiero teologico robusto e coerente nelle sue strutture di fondo» (p. 19).

L’opera di Romanello si conclude con la bibliografia generale (pp. 139-149), l’indice degli autori citati (pp. 151-153) e quello dei passi biblici (pp. 155-160).

Il volume, di taglio tecnico e destinato a persone formate a livello accademico, fornisce ai lettori un frutto maturo dell’esegesi paolina odierna, di cui Stefano Romanello è uno degli esponenti più preparati.

Stefano Romanello, Una parola che edifica (cf. 2Cor 12,19). Saggi sulla dimensione retorico-pragmatica delle lettere paoline («Biblica» 10), Glossa, Milano 2021, pp. 164, € 19,00.

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