Le Lettere di Paolo

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Giuseppe De Virgilio, docente di Esegesi del NT e di Teologia Biblica presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce a Roma, offre al lettore un voluminoso dossier di introduzione alla personalità di Paolo e alle sue lettere. Pensato in funzione dell’insegnamento, esso costituisce in ogni caso per tutti i lettori una miniera di informazioni molto utili per accostare la figura dell’Apostolo, non sempre ben compresa, e alle sue lettere, non sempre spiegate adeguatamente nella liturgia.

Oggetto di tanti fraintendimenti e di sospetti, Paolo ha necessità di una presentazione equilibrata che presenti la ricchezza del suo apporto teologico e spirituale alla vita dei credenti e di ogni uomo che intenda riflettere onestamente sulle problematiche della vita umana.

Le fonti e la cronologia paolina

La parte prima del volume di De Virgilio è dedicato alla persona e all’opera di Paolo di Tarso (pp. 29-262).

Un primo capitolo accosta la problematica delle fonti e della cronologia paolina (pp. 29-64). Gli Atti e le Lettere presentano affinità e discordanze. L’autore fissa i dati principali della cronologia imperiale (menzione dell’etnarca Artea IV Filopatore, l’espulsione dei giudei da Roma ad opera dell’editto di Claudio nel 49 d.C. e la menzione del proconsole di Corinto Lucio Anneo Gallione tra il 51 e il 52 d.C.).

La cronologia paolina bassa (tradizionale) pone l’evento di Damasco nel 34-35 e l’esecuzione capitale a Roma nel 68. La redazione delle lettere avverrebbe tra il 51 e il 67. La cronologia alta parte dal 33 d.C. per l’evento di Damasco, per terminare nel 58 d.C.

De Virgilio annota la possibilità di avvalersi delle notizie presenti nelle Pastorali. Esse ricorderebbero due prigionie romane, tra le quali andrebbe fissato il viaggio in Spagna e poi a Efeso, in Macedonia, a Creta e a Nicopoli. Paolo avrebbe subito il martirio intorno al 67 d.C.

Nella sintesi di p. 56 lo studioso annota la scansione cronologica delle lettere, indicando con un punto interrogativo l’attribuzione a Paolo e la datazione delle lettere disputate: 2Ts (da Corinto nel 52?), Colossesi ed Efesini (nel 61-62 da Roma nella prima prigionia romana?), 1Timoteo dalla Macedonia (nel 64-65?), Tito da Nicopoli (nel 65-66?), 2Timoteo da Roma (nella seconda prigionia romana 66-67?).

Nella conclusione, egli afferma di propendere «tendenzialmente per adottare una cronologia “media”, accogliendo l’ipotesi di una seconda prigionia romana. In questo modo è possibile collocare anche le “lettere della prigionia [Flm, Fil, Col, Ef, ndr]” in un ragionevole e, per quanto possibile, coerente quadro biografico e cronologico» (p. 60).

Altrove nel volume egli accenna alla prima e alla seconda tradizione paolina, nel cui ambito sarebbero maturate Col, Ef e le Lettere Pastorali. Si tratta veramente di lettere “disputate” quanto all’autorialità e alla datazione. Questo non inficia la loro ispirazione e la loro canonicità.

Nella discussione sulla cronologia paolina l’autore si sofferma sulla nascita e crescita di Paolo, sulla sua educazione farisaica ed ellenistica, la sua condizione sociale e personale (celibe? sposato e vedovo? abbandonato dalla moglie?).

A Damasco avviene «un radicale capovolgimento dovuto all’incontro illuminante e trasformante con Cristo crocifisso e risorto (Fil 3,12). È unanimemente riconosciuto come questo evento abbia determinato un “nuovo inizio” della sua esistenza, al punto che tutto ciò che era prima un valore, per Paolo diventa una “spazzatura” (Fil 3,8)» (p. 39).

Inizia un processo di «interiorizzazione» e di «missione» del Vangelo generato dalla grazia di Cristo. Paolo inizia a reinterpretare la sua persona e a comprendere il suo futuro in chiave cristologica. De Virgilio annota che non si tratta di una vera e propria conversione, ma altrove usa questa terminologia tradizionale.

Egli presenta poi dettagliatamente i tre viaggi missionari e, infine, l’arresto a Gerusalemme, la prigionia a Cesarea Marittima e il viaggio a Roma con il suo apostolato svolto nella capitale. Stando ad Atti, la vita di Paolo terminerebbe alla fine del biennio di detenzione, con la condanna alla decapitazione sotto Nerone, intorno al 63 d.C.

La personalità di Paolo tra identità e missione

Il secondo capitolo del libro è dedicato alla personalità di Paolo: identità e missione (pp. 65-102). Si analizzano i rapporti di Paolo con il fariseismo, con Gesù Cristo, con la missione del Vangelo, con la Chiesa e con la solidarietà.

Si tratteggiano dapprima i rapporti di Paolo con il fariseismo, al quale lo lega il ricorso all’autorità delle Scritture, la concezione apocalittica della storia e il primato della Torah e la sua incidenza nella vita dei credenti.

Circa i rapporti con Gesù Cristo si annota che probabilmente 2Cor 5,15-16 non è una prova che Paolo abbia conosciuto fisicamente Gesù. Più che autobiografici, i rapporti di Paolo con Gesù sono biblico-teologici. Tra Paolo e Gesù c’è continuità e discontinuità Nell’epistolario sono presenti diversi elementi della vita di Gesù, del suo insegnamento, della sua personalità. La tradizione su Gesù è stata recepita e rielaborata alla luce dell’evento di Damasco (cf. Gal 1,1-17 e Fil 3,3-17).

1Tm 1,13 e 1,15-16, dove Paolo è descritto come bestemmiatore, persecutore, violento, il primo dei peccatori, sono rappresentativi della tradizione paolina (cf. p. 79).

Rm 7,7-25 non è da considerare in rapporto all’evento di Damasco.

L’incontro di Damasco non è una semplice «conversione» ma una «vocazione all’apostolato» che Paolo riceve per «rivelazione» di Dio. Paolo è reso creatura nuova ed egli collega tale incontro al suo essere apostolo e alla natura profetica del suo apostolato. Damasco comporta una nuova comprensione della Legge in rapporto ai gentilì. Il modello della «conversione» inizia a essere elaborato all’interno della tradizione paolina e verosimilmente anche nei racconti lucani.

L’evento di Damasco appare a molti come il «centro propulsivo» della teologia paolina; la sua portata esistenziale e spirituale assume conseguenze ermeneutiche per lo sviluppo del pensiero teologico dell’Apostolo.

L’evento di Damasco ha una natura biografico-esistenziale, una di natura teologica e una terza di natura parenetica. Trasformato dalla rivelazione di Cristo, Paolo rielabora la sua teologia e si presenta ai credenti come «modello» di vita da imitare.

Le conseguenze missionarie dell’evento di Damasco nell’esistenza di Paolo sono evidenti. Si concretizzano nella missione ai gentili in modo quasi esclusivo, là dove non è arrivato ancora l’annuncio evangelico. Paolo compie viaggi verso occidente, costituisce comunità cristiane stabili sul piano spirituale e istituzionale-organizzativo. Paolo è convinto della necessità di predicare il Vangelo per la salvezza di tutte le genti. Dall’esclusivismo giudaico si passa all’universalismo cristiano. La predicazione evangelica ha una forte connotazione escatologica.

Circa il rapporto con la Chiesa, De Virgilio annota che l’incontro di Paolo con Cristo è mediato dalla Chiesa, rappresentata dai credenti delle comunità di Gerusalemme, Damasco e Antiochia.

Gli elementi di dipendenza paolina dalla Chiesa primitiva sono la dipendenza dalla tradizione della cena del Signore e del kerygma pasquale, le due citazione aramaiche Marana Thà e Abbà, le confessioni di fede e le espressioni omologiche di provenienza liturgico-battesimale, i frammenti innici prepaolini, alcuni schemi parenetici e forme esortative (cataloghi domestici, liste di vizi e di virtù, esortazioni a specifiche categoria sociali).

Tra Gesù e Paolo si interpone ineludibilmente la primitiva comunità cristiana, in cui il messaggio di Gesù riceve dopo la sua risurrezione un nuovo taglio, con spostamenti di accento e addirittura di contenuti parzialmente nuovi (cf. p. 90).

Circa le peculiarità delle Chiese paoline, va annotato il fatto che Paolo indirizza le sue lettere prevalentemente a comunità da lui fondate. Si tratta di piccole comunità domestiche dislocate nelle città imperiali, non regolate da una Chiesa centrale. Ci si raduna per la preghiera, la condivisione del Vangelo, la frazione del pane e la carità operosa. Si tratta di poche decine di persone, per lo più di estrazione medio-bassa. Tipico delle comunità paoline è la dialettica fra unità del corpo e pluralità delle membra, la dialettica tra carismi e ministeri e la tensione missionaria e solidaristica.

De Virgilio annota come Paolo coltivi la solidarietà fra le Chiese, specie con quella di Gerusalemme. Egli denota la colletta a suo favore con il linguaggio della parentela, con termini che evocano teologia e liturgia (unità-comunione, amore, servizio-ministero, reciprocità e collaborazione fraterna). Paolo esorta all’uguaglianza, all’accoglienza, all’ospitalità.

Quattro forme solidali esprimono una sintesi teologica ed etica: la preghiera come sostegno morale e spirituale, alla quale Paolo esorta molto spesso; la cena del Signore; la pratica dell’ospitalità e il dovere del sostentamento; la contribuzione in favore delle comunità bisognose (collette).

In conclusione, De Virgilio ricorda come Paolo esprima un’umanità pienamente inserita nella temperie culturale e sociale del suo ambiente. Egli è un uomo appartenente a tre mondi culturali, con la biografia segnata dall’evento di Damasco.

La trasformazione cristologica lascia intatto il suo temperamento fatto di intelligenza, di generosità, di ardore e di tenerezza. È un uomo tutto d’un pezzo. La sua esistenza appassionata di «apostolo» del Vangelo si forgia nel corso della missione a tendenza universale, privilegiando gli ambienti urbani. Forte nella sua debolezza, Paolo non teme le fatiche apostoliche e gli avversari. È un uomo ricco di memoria e di speranza, aperto al confronto e al dialogo con la fermezza dottrinale che si coniuga alla paternità spirituale.

Paolo è un maestro di vita spirituale. L’essenza della sua vita è centrata sul mistero pasquale del Signore. Paolo si lascia trasfigurare da esso e cerca di configurare se stesso all’immagine del Figlio. Il suo essere «nuova creatura» è pensabile solo nella prospettiva della comunione ecclesiale e della speranza escatologica.

La dimensione spirituale di Paolo presenta tre caratteristiche: il dono della comunione personale ed ecclesiale; l’azione dello Spirito Santo, riversato nel cuore dei credenti, che attua l’azione di Cristo nella storia e dona la libertà; la chiamata alla santità, che nasce dall’ascolto della predicazione, si attiva nel mistero battesimale e si alimenta nella comunione eucaristica.

La sua interpretazione della storia è sempre in tensione verso la sua realizzazione che avverrà con la venuta finale del Cristo glorioso, dal cui amore niente può separare il credente.

L’opera letteraria

Il capitolo terzo del volume è dedicato all’opera letteraria di Paolo (pp. 103-146). Le tredici lettere di Paolo hanno una finalità missionaria e pastorale. Esse mantengono i rapporti con le comunità fondate nel corso dell’attività apostolica missionaria e sono tese a risolvere problemi, riflettere sui motivi dello stile di vita cristiano, prendere decisioni in situazioni contingenti, rendere più efficace la testimonianza del Vangelo nel contesto ecclesiale e civile. Esse venivano scambiate e trasmesse tra le comunità. Verso la fine del I sec. le lettere paoline sono conosciute (cf. 2Pt 3,15-16). La loro conservazione e la loro raccolta in un corpus nel corso del II sec. testimonia il graduale riconoscimento della loro autorità permanente. Esse testimoniano l’ambito del «paolinismo». Gli oppositori di Paolo sono i più diversi e difficilmente identificabili. Spesso sono giudei non credenti o credenti di origine giudaica.

De Virgilio analizza a lungo il genere e il formulario epistolare. Le lettere di Paolo sono di un tipo misto fra le lettere private e le epistole a carattere tematico, ufficiale e pubblico. Paolo si serve di segretari e di collaboratori, in quello che pare un laboratorio epistolare. Essi compaiono spesso nell’intestazione e nei saluti finali.

Il formulario epistolare comprende l’intestazione, il corpo della lettera e la conclusione. Negli ultimi anni si è applicato allo studio delle lettere paoline l’approccio retorico riservato ai discorsi. Si deve mantenere grande cautela nell’applicare pedissequamente il canovaccio retorico a quello epistolare. Paolo scrive con libertà, fondendo i generi. Il genere giudiziario, quello deliberativo e quello epidittico si differenziano per uditorio, metodo, tempo, oggetto e argomento. L’ideazione del discorso comprende l’inventio, la dispositio, l’elocutio, l’actio e la memoria. La dispositio comprende exordium, narratio (preceduta o seguita dalla propositio, cioè la tesi che si vuole dimostrare), argumentatio, peroratio, con la possibilità della digressio.

Il «vangelo epistolare» è una forma singolare di mediazione comunicativa delle prime comunità ecclesiali e, anche se Paolo non ha ricevuto una formazione ellenistica di livello accademico, non ignora i procedimenti retorici, anche se non fonda su di essi la propria efficacia evangelizzatrice.

Circa la lingua e lo stile, si nota la lingua corrente della koinè, con semitismi, termini usati una volta sola nel NT, neologismi (verbi composti con syn-), parole greche prive di corrispondente ebraico. Lo stile evidenzia una personalità vulcanica, dal temperamento caldo e poliforme. L’intreccio epistolare e il suo dinamismo retorico-argomentativo sono caratterizzati dalla personale e concreta esperienza spirituale incentrata sul «paradosso cristologico».

Paolo non è un teologo di professione, ma tesse relazioni con le comunità e i loro problemi concreti. Il tenore delle lettere non è mai accademico, ma pragmatico, pastorale, ricco del patrimonio liturgico della prima Chiesa. Riflessione teologica e prassi comunitaria si illuminano a vicenda.

La singolarità dello stile paolino è confermata dalla varietà dei modelli e delle forme letterarie impiegate da Paolo. I registri argomentativi («inventario delle prove») sono ampi, tesi alla soluzione dei problemi e alla persuasione dei suoi destinatari. Citando l’esegeta A. Pitta, De Virgilio cita tra le prove esterne il paradosso cristologico, teologico, autobiografico e antropologico. L’azione di Cristo e di Dio sono paradossali e si riflettono sulla vita di Paolo e dell’uomo in genere.

L’autoelogio e l’apologia non mirano alla celebrazione di sé, ma a sottolineare l’azione di Cristo nella debolezza dell’Apostolo e di ogni credente. Paolo si serve anche del «criterio per la differenza» o diaphoraloghia e dello stile della diatriba che vivacizza il dialogo. Tra le prove esterne spicca l’impiego della Scrittura tramite citazioni dirette, citazioni indirette, allusioni ed echi o riverberazioni del linguaggio biblico. Nelle lettere sono presenti la tradizione dei detti di Gesù, le confessioni di fede, le formule liturgiche, gli inni e i brani catechetici.

Circa l’autenticità, l’unità e integrità delle lettere, De Virgilio assume come sempre una posizione equilibrata e prudente. Riconosce che molti considerano autentiche (cioè autoriali di Paolo) sette lettere (1Ts, 1-2Cor, Gal, Rm, Fil, Fm), mentre altre sono «discusse» (le «deuteropaoline» 2Ts, Col ed Ef, opera della prima tradizione paolina) o attribuite a una fase posteriore, opera della seconda tradizione paolina (le «tritopaoline», cioè le Lettere Pastorali: 1-2Tm, Tt). Le lettere sono indirizzate a una comunità, tranne le Pastorali, indirizzate alle persone specifiche dei due principali collaboratori di Paolo. La tradizione paolina ha raccolto e attualizzato il patrimonio paolino, fatto anche di insegnamenti e di ricordi personali.

Si discute sull’unità di 2Cor e Fil, ma sembra non ci siano motivi sufficienti per negare l’unità delle lettere. Le lettere sono integre e dal testo canonico non sembrano comparire divisioni o interpolazioni. L’analisi di De Virgilio nel corso del suo volume si basa sull’unità finale del testo canonico come è presente nelle ultime edizioni critiche del Nuovo Testamento.

Circa la successione e la datazione delle lettere, De Virgilio propone la seguente scansione (cf. pp. 56-57): 1Ts da Corinto (51 d.C.); 2Ts da Corinto (52?); 1Cor da Efeso (53); 2Cor da Filippi (54-55); Gal da Corinto o da Efeso (55-56), Rm da Corinto (57), Fm da Roma (61-62), Fil da Roma (61-62), Col da Roma (61-62?, prima prigionia romana), Ef da Roma (61-62?); 1Tm dalla Macedonia (64-65?); Tt da Nicopoli (65-66?); 2Tm da Roma (66-67? seconda prigionia romana).

Circa la trasmissione testuale, si ricorda un ampio numero di testimoni diretti, il papiro 46 del 200 d.C. circa, testimoni papiracei del II sec. e la presenza in forma organica nei codici unciali completi del sec. IV (codice Sinaitico, codice Vaticano).

La singolarità letteraria di Paolo va collocata all’interno della sua missione con un genere unico, frutto di dialogo reale, vivo e appassionato con i destinatari, che nasce dall’incontro di Paolo con Gesù Cristo e dalla missione a lui affidata dalla Chiesa. La relazione circolare tra Paolo, i suoi collaboratori e le comunità testimonia il dinamismo ecclesiale e missionario dell’Apostolo. Nell’attualizzare il messaggio di Paolo sono coinvolte le comunità destinatarie ma anche ogni lettore che si sente coinvolto nell’avventura del Vangelo che anima l’esistenza del credente.

Il pensiero teologico. Paolo e la sua interpretazione della storia

Il capitolo quarto dell’opera di De Virgilio è dedicato alla teologia paolina (pp. 147-212). Egli rammenta la sua connotazione «epistolare», ricerca il suo «centro vitale» e studia il rapporto con la tradizione paolina.

Fondamento della teologia di Paolo è il suo itinerario spirituale: Gesù Cristo, centro e ispiratore della vita spirituale; il dono della comunione (koinōnia); nel dinamismo (dynamis) dello Spirito; la chiamata (klēsis) alla santità.

L’autore articola la teologia paolina in sette temi: 1) il progetto di Dio; 2) il Vangelo; 3) la fede; 4) la giustificazione; 5) la Chiesa; 6) l’etica; 7) l’escatologia.

In conclusione (cf. pp. 208-209), De Virgilio annota che il messaggio teologico di Paolo conferma il ruolo di primo piano da lui ricoperto nella vita della Chiesa primitiva. Egli è stato il primo scrittore del NT, colui che è riuscito a elaborare e a tradurre l’annuncio cristiano facendo sintesi tra il giudaismo palestinese e le istanze del mondo culturale etnico. La natura composita dell’epistolario incarna e fotografa lo sviluppo iniziale del fenomeno cristiano e la sua rapida evoluzione ecclesiale e ministeriale.

Prima della narrazione, tipica dei Vangeli, Paolo con i suoi collaboratori raccoglie, costruisce, tematizza e comunica ai suoi destinatari le principali categorie teologiche che costituiscono l’identità dei credenti in Cristo. «L’ossatura teologica del Nuovo Testamento è costituita dal genio di Paolo e dalla realtà dinamica delle sue comunità. All’Apostolo […] sopravvive il suo insegnamento autorevole, con conseguenze vitali per il progresso dell’evangelizzazione (cf. Fil 1,25)» (J. Gnilka, cit. a p. 209).

Il capitolo quinto del volume è dedicato all’interpretazione data a Paolo nel corso della storia (pp. 213-262). Dopo aver rammentato il canone paolino e la sua formazione, egli ricorda la testimonianza di 2Pt 3,15-16 e l’archivio epistolare paolino.

Egli delinea quindi le tappe e i protagonisti dell’interpretazione di Paolo nella storia. Lo studioso analizza dapprima le posizioni dei padri apostolici e degli apologisti (sec. I-II d.C.) e poi il canone paolino e il dibattito tra paolinismo e antipaolinismo (sec. II-IV d.C.). Successivamente vengono studiate le seguenti tappe: la riscoperta e la valorizzazione di Paolo nei padri della Chiesa; l’interpretazione di Paolo nel Medioevo e nella Riforma luterana; la rilettura paolina nell’epoca moderna e illuministica; l’idealismo, la teologia liberale e la scuola religionista, l’interpretazione di Paolo nel Novecento; la presenza di Paolo nella cultura e nel pensiero contemporaneo; Paolo nell’arte e nella letteratura (iconografia, arte narrativa, musicale e cinematografica).

L’epistolario paolino

Nella Parte Seconda della sua opera (pp. 263-614), De Virgilio presenta ciascuna lettera dell’epistolario paolino secondo l’ordine cronologico da lui individuato: Le Lettere ai Tessalonicesi e le Lettere ai Corinzi; Lettera ai Galati e Lettera ai Romani; Lettera a Filemone e Lettera ai Filippesi, Lettera ai Colossesi e Lettera agli Efesini, Lettere Pastorali: 1Timoteo, Tito, 2Timoteo. Delle sette lettere autentiche egli offre il contesto storico-ecclesiale, la disposizione e il genere, l’intreccio argomentativo e il profilo contenutistico, il messaggio e una conclusione. Chiude una rassegna bibliografica.

Circa Col ed Ef, a queste tematiche egli premette una nota sul cuore della tradizione paolina, una sulla prassi della pseudepigrafia nel NT e alcuni aspetti letterari.

Riguardo alle Lettere Pastorali, De Virgilio premette delle annotazioni circa il dibattito storico-critico, i destinatari delle lettere (Timoteo e Tito) alcuni aspetti letterari, il messaggio teologico con prospettive unitarie e una discussione circa la paternità paolina, la composizione e la datazione. L’autore annota che un numero sempre maggiore di studiosi opta per la natura pseudepigrafica del Corpus pastorale, per ragioni di tipo cronologico, letterario e teologico. Ci sono difficoltà a inserire la composizione delle lettere nella biografia di Paolo. A livello letterario si trovano molte differenze rispetto al resto dell’epistolario paolino. A livello teologico si notano sviluppi di tipo cristologico, ecclesiologico, escatologico, ministeriale. Sono presenti i temi di ortodossia/eterodossia e di struttura della Chiesa. De Virgilio, come sempre, lascia aperta la ricerca sulla paternità paolina di questi scritti.

Chiudono il volume tredici Appendici (pp. 615-682) e l’Indice dei nomi (pp. 683-700).

Le Appendici sono così titolate: Cronologia I sec. a.C. – II d-C.; Schema riassuntivo dei setti temi teologici; I collaboratori dell’apostolo Paolo; I codici domestici nell’epistolario e nel Nuovo Testamento; Efesini – Colossesi: tabella dei parallelismi lessicali e tematici; Liste di virtù e di doveri nelle Lettere Pastorali; Confronto con i requisiti dell’uomo adatto al governo; La heterodidaskalia nelle Lettere Pastorali; Elenco citazioni dell’Antico Testamento nelle Lettere Paoline; Il Canone Muratoriano; Apocrifi e leggende successive; Sul martirio di Paolo; Elementi iconografici della raffigurazione di Paolo.

Volume di studio e di consultazione, l’opera di De Virgilio offre una mole impressionante di dati e di dialogo scientifico con gli specialisti del settore. Lo studioso opera scelte prudenti, lasciando sempre spazio aperto a nuovi risultati della ricerca biblico-letteraria.

  • GIUSEPPE DE VIRGILIO, Paolo di Tarso e il suo epistolario. Introduzione storico-letteraria e teologica (Sussidi di Teologia), Edizioni Santa Croce, Roma 2021, pp. 700, € 50,00, ISBN 9788883339790.
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