Lectio sul vangelo di Luca

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Il settantottenne monaco camaldolese, autore molto noto di vari volumi di lectio divina e di monografie patristiche, è stato docente per molti anni al Pontificio Istituto Orientale, al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, alla Pontificia Università Urbaniana e ha insegnato per trent’anni Esegesi dei Padri al Pontificio Istituto Biblico in qualità di professore invitato.

In questo volume raccoglie le sue preziose riflessioni bibliche sul Vangelo lucano apparse negli anni scorsi, dando loro una strutturazione definitiva e comodamente consultabile.

L’approccio di Gargano al testo biblico è quello tipico della lectio divina condivisa per molti anni con diversi gruppi a Camaldoli, a Roma e in varie località adatte a un accostamento tranquillo e orante ai testi.

Egli non si sofferma in analisi filologico-esegetiche, così come non correda le sue pagine con note scientifiche della bibliografia consultata (cf. la bibliografia selezionata a p. 535). Si è certi, però, che il pensiero che scaturisce dalla contemplazione orante di Gargano poggia con sicurezza sullo studio dei risultati ottenuti dall’esegesi più recente.

Il taglio particolare delle sue meditazioni è, inoltre, quello di poter vantare una conoscenza approfondita dei padri della Chiesa, con la loro ricchezza interpretativa fatta di aderenza al testo ma anche alla simbologia e ai richiami intertestuali, frutto non secondario della loro meditazione orante.

Solidità degli insegnamenti

L’autore distribuisce le sue riflessioni in 75 capitoli, senza preporre un’introduzione generale al Vangelo o indicare una strutturazione organica del testo. La traduzione seguita è quella della CEI 1974, cioè quella ufficiale sino al 2008. Resta, ad es., l’interrogativo di Maria riportato in Lc 1,34: “Come sarà possibile?”, tradotto ora meglio con “Come avverrà questo?”.

La traduzione delle varie pericopi, come pure quella dei vari versetti commentati, è riportata con un carattere tipografico diverso da quello impiegato nel commento.

Gargano non esita comunque a presentare nelle sue analisi (o a suggerire solamente) una traduzione alternativa quando questa gli risulta più appropriata (cf. ad es. Lc 1,35: “ciò che nascerà santamente”, visto l’originale greco di genere neutro).

In questa segnalazione ci soffermiamo in modo specifico sulle riflessioni dedicate da Gargano a Lc 1-2, il Vangelo dell’infanzia.

Lo studioso ricorda come, nei versetti introduttivi al Vangelo, oltre al suo metodo di lavoro, Luca riferisca il suo scopo ultimo: confermare la solidità degli insegnamento già ricevuti da Teòfilo nella catechesi. Luca non si limita quindi a riportare il kerygma o a esporre i fatti nella precisione dei loro elementi storici, ma è attento a evidenziarne il valore teologico. Questo è ottenuto con una fine tessitura di termini e di espressioni che collegano gli eventi evangelici con le persone, i detti e i fatti contenuti nei testi del Primo Testamento. La fitta rilettura intertestuale attuata da Luca mostra che Legge e Profezia trovano compimento in Gesù.

La Pasqua illumina il Natale

Assieme a Matteo, Luca premette al racconto ordinato della vita pubblica di Gesù, con i suoi insegnamenti e opere, due capitoli riguardanti l’infanzia di Gesù. Essi sono un vangelo in miniatura e Gargano sottolinea il legame che intercorre fra molti particolari riportati in Lc 1-2 e gli eventi della passione, morte e risurrezione di Gesù (le fasce che avvolgono Gesù, la spada che trafiggerà l’animo di Maria ecc.).

Luca rilegge l’intera vita di Gesù, e la sua infanzia, alla luce della Pasqua. Gesù appare quindi già fin dall’inizio il Figlio dell’Altissimo, il messia figlio di Davide, colui che, nato poverissimo a Betlemme, sarà immensamente più grande di Augusto, il sommo imperatore che ha ordinato il censimento mettendo in cammino Giuseppe e Maria incinta, gli ultimi della terra.

Luca ricorda lo sgomento di Maria alle parole dell’angelo che le annuncia una vocazione-missione da lei nemmeno lentamente immaginata, sebbene tutte le ragazze aspirassero a divenire la madre del messia davidico.

Gargano sottolinea lo stato di umiliazione a cui andava incontro Maria, ragazza madre che incorreva nella pena di morte in quanto promessa sposa che si era unita a un altro uomo in un ambito cittadino in cui poteva far sentire la sua invocazione di aiuto (cf. Lv 22,22-29).

Gargano suggerisce inoltre di interpretare l’autodesignazione di Maria quale “serva del Signore” alla luce della figura misteriosa del servo di YHWH riportata in Is 52,13–53,12.

Educata a una conoscenza profonda delle sacre Scritture, Maria percepisce e accoglie il disegno di Dio su di lei e ne partecipa la gioia alla sua parente Elisabetta al termine del suo viaggio quale arca dell’alleanza evangelizzatrice.

La periferia della disprezzata Galilea semipagana va al centro di Israele, la Giudea, con il suo monte Sion e il tempio.

Elisabetta dichiara beata Maria perché ha creduto e ha detto di sì al progetto di Dio (senso causativo dell’hoti) ma forse anche perché si è tuffata nel piano di Dio credendo che (hoti dichiarativo) le parole di Dio si sarebbero compiute in ogni caso. In risposta, Maria se ne esce con il Magnificat, un grido di esultanza per l’opera di Dio che ribalta le sorti dei poveri e degli umiliati (quale è lei per prima…) innalzandoli alla sua vicinanza.

Pane, Luce e Redenzione

Giuseppe, Maria e Gesù sono circondati da personaggi che appartengono al mondo “lontano” da Dio (i disprezzati pastori) o da anawim, i “poveri” di Dio animati dalla preghiera, aperti alla fede, alla provvidenza di Dio e all’azione dello Spirito Santo (Simeone e Anna). Essi anticipano le persone che accoglieranno Gesù, la sua predicazione e la sua opera di salvezza.

Simeone e Anna incarnano la Legge e la Profezia, persone anziane che intravedono con fede orante il compimento del progetto di salvezza di Dio per Israele in quel bambino che entra nel tempio, vera gloria del tempio (e suo compimento di funzione) e gloria del popolo di Israele. Quel bambino è luce di Israele e dei popoli, redenzione – attesa anche a livello politico – di Israele e di Gerusalemme.

Gargano propone vari spunti interpretativi degli eventi che circondano la nascita di Gesù. Betlemme è la “casa del pane” che, oltre alla discendenza davidica di Gesù, fa pensare a Gesù quale pane di vita.

Lo studioso non impone di accettare l’ipotesi della nascita di Gesù in una grotta o in una stalla, ma ricorda la possibilità della sua nascita a Betlemme in un luogo molto precario, data la mancanza di posto per loro nell’albergo (cioè il caravanserraglio che svolgeva questa funzione per animali e persone). (Oggi sono possibili anche altre interpretazioni: i parenti offrono come sistemazione il ripostiglio degli attrezzi e degli animali quale parte più riservata e adatta della casa per una partoriente, non essendoci più posto nell’“alloggio” – così la traduzione CEI 2008 –, l’ambiente principale e unico dove vive e dorme la famiglia).

Secondo Gargano, la mangiatoia può essere identificata con una delle bisacce che pendevano a fianco dell’asino, nelle quali veniva riposto il cibo per le persone, il necessario per vivere e per lavorare e che veniva usato come recipiente, da legare al collo dell’animale, in cui riporre la biada per il suo nutrimento. Alla sua nascita, Gesù è posto nella mangiatoia, facendosi cibo di vita per gli uomini.

Le fasce che avvolgono il neonato Gesù annunciano le fasce della sua sepoltura e, nelle icone bizantine, Maria le contempla pensosa e orante, ritratta in posizione isolata.

La spada che trapasserà l’anima di Maria profetizzata dall’anziano Simeone è quella della parola che trafigge ognuno che la ascolta. Il Verbo fatto carne è un fuoco che brucia mettendo in luce i pensieri di molti cuori, ma anche una spada che trafigge fino all’anima.

Maria partecipa intimamente alla persona e al compito di Gesù, ascoltando, custodendo, ruminando o “macerando” la parola di Dio e tutto quello che viene detto a riguardo del figlio suo Gesù. Ella è un modello insuperabile dell’atteggiamento da assumere nella lettura orante del Vangelo, quella suggerita nella lectio divina di Gargano.

Tenerezza e misericordia

Luca è stato definito da Dante come lo scriba mansuetudinis Christi. Nel suo Vangelo, infatti, Gesù si dimostra essere in modo del tutto particolare la trasparenza della misericordia del Padre che accoglie il figlio che ritorna dopo essersi perduto, la pecorella smarrita, i pubblicani e i peccatori, gli ultimi e gli esclusi, come i goim, i pagani.

Annota Gargano: «Leggere il Vangelo di Luca significa allora osservare il mistero di Dio rivelato in Gesù dalla parte della misericordia, della tenerezza, dell’accoglienza, della comprensione, del perdono. La misericordia però procede sempre insieme con la giustizia, perché i due pilastri della rivelazione ebraico-cristiana sono la giustizia e la misericordia, nonostante che a quest’ultima spetti il primato, perché, se la giustizia di Dio grida per mille generazioni, la sua misericordia dura per l’eternità» (p. 61).

Pur tenendo presente che la traduzione ufficiale della CEI del 2008 differisce in più punti da quella precedente del 1974 e che le interpretazioni proposte da Gargano sono sempre integrabili con altre, il lettore troverà grande nutrimento nelle parole sapienziali del monaco camaldolese che, oltre alle principali linee teologico-esegetiche del testo biblico, suggerisce numerosi spunti attualizzanti di vita spirituale molto stimolanti per il vissuto personale, ecclesiale e sociale.

  • INNOCENZO GARGANO, Lectio divina sul Vangelo di Luca (Lettura pastorale della Bibbia), EDB, Bologna 2021, pp. 544, € 45,00, ISBN 9788810211441.
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