Lettera a Filemone

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lettera a filemone

La Lettera a Filemone [= Fm] è la più breve fra quelle scritte dall’apostolo Paolo. Secondo l’interpretazione più diffusa ancora oggi, si tratterebbe di una lettera di raccomandazione scritta da Paolo all’amico cristiano Filemone abitante a Colosse a favore dello schiavo Onesimo, fuggitivo, che si è rifugiato da Paolo per avere un aiuto che lo sostenesse nella riconciliazione con il proprio padrone, al quale forse avrebbe arrecato anche un danno economico di natura non ben definita.

Che Fm fosse una lettera di raccomandazione a favore di uno schiavo fuggitivo era opinione anche di Antonio Pitta, professore ordinario di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense e invitato presso la Pontificia Università Gregoriana. Sfruttando la sua vasta conoscenza della letteratura e della teologia paoline, nel corso dello studio per la composizione del nuovo commento alla Lettera di Filemone egli ammette di essere giunto a conclusioni diverse dall’interpretazione condivisa dalla maggioranza degli interpreti.

Dopo la prefazione, le abbreviazioni e le sigle, nella Parte Prima o Sezione introduttiva (pp. 13-60) Pitta studia le questioni storiche e retoriche di Fm, nella Parte seconda (pp. 61-154) propone la traduzione e il commento alla lettera, mentre nella Parte Terza (pp. 155-168) ne espone il messaggio teologico. Tratta quindi, di seguito, le questioni di Fm e il canone, la storia dell’interpretazione e degli effetti, il lessico contenutistico e retorico della lettera (pp. 169-180). Chiudono il volume la bibliografia (ragionata e generale, pp. 181-200) e gli indici (autori, lessicale, delle citazioni bibliche ed extrabibliche, filologico, degli excursus, pp. 201-214).

Questioni storiche e retoriche

Data, luogo, scopo. La prima delle questioni storiche e retoriche di Fm riguarda la realtà, non fittizia, della lettera e la località e la data in cui fu composta. Paolo è prigioniero, agli arresti familiari.

A quel tempo il carcere non aveva compiti punitivi ma di custodia in attesa del giudizio. Paolo poteva avere contatti con visitatori e collaboratori, muoversi con una certa libertà. Causa della sua prigionia è la sua fede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo. Si discute fra una prigionia a Efeso, a Cesarea Marittima o a Roma. Pitta propende per quest’ultima ipotesi e data Fm tra la fine degli anni 50 e gli inizi degli anni 60 (58 – 62 d.C.), poco prima o dopo la Lettera ai Filippesi. La menzione di Timoteo nel prescritto di Fm 1 e in Fil 2,19-21 depone a favore dell’ipotesi romana. Secondo gli Atti degli Apostoli Paolo trascorre a Roma due anni di custodia libera, sorvegliato da un soldato di guardia (At 28,16).

Fm è una lettera individuale, ma non privata, e comunitaria-ecclesiale, ma non circolare. È rivolta a Filemone. Egli è stato generato alla fede da Paolo, gli è debitore dell’identità di credente (v. 19), ed è uno dei primi credenti in Cristo fuori della Palestina. È “fratello” nella fede di Paolo e nella sua casa ospita un’assemblea di discepoli di Gesù. Sono menzionati la sorella Apfia e Archippo, il commilitone di Paolo nella fede. L’assemblea assomiglia più a un’associazione cultuale volontaria che a una sinagoga o a una scuola filosofica.

Lo schiavo Onesimo non aveva assunto la fede del padrone, contro il principio secondo cui la religione del padrone di casa era seguita dalla famiglia. All’epoca della lettera non era cosa scontata (cf. anche 1Cor 7,1-40 che prevede il caso di una moglie credente e un marito pagano, e viceversa).

Onesimo è generato alla fede da Paolo in catene in carcere ed è rimandato dal suo padrone per una ragione tutt’altro che acquisita, nonostante la brevità della lettera.

La schiavitù. Pitta studia con ampiezza di dati il fenomeno della schiavitù nel mondo antico. Si distinguevano gli schiavi che dovevano lavorare nelle miniere e quelli che lavoravano in casa, con possibilità di ottenere dal padrone la manomissione che li faceva passare non allo stato libero, ma a quello di liberto. Lo schiavo riceveva una paga dal padrone (peculium). Attingendo a questo gruzzolo, il padrone poteva concedere la manomissione, che non poteva essere rifiutata dallo schiavo.

Platone consigliava di non avere relazione amichevoli con gli schiavi, mentre per Aristotele lo schiavo era «un oggetto di proprietà animato e ogni servitore è come uno strumento che ha precedenza sugli strumenti». La schiavitù era secondo lui un elemento di origine naturale.

Con l’avvento della repubblica romana e del principato, la schiavitù non è più trattata nell’ambito della natura, ma in quello del diritto e quindi del sistema giuridico romano.

Erano previste varie forme per la manomissione dello schiavo. Una volta manomesso, lo schiavo diventava non cittadino libero ma un liberto ed entrava nel nuovo sistema civile del patronato e del clientelato, con cui continuava a dipendere dal padrone. Gli era concesso il matrimonio e i figli generati nascevano finalmente liberi. Leggi ad hoc furono emanate per scongiurare abusi sia da parte dei padroni che degli schiavi.

La fuga degli schiavi era considerato un crimine sociale in quanto grave danno economico per i padroni. C’era una fitta serie di ricerca degli schiavi fuggitivi, comprendente la polizia municipale, il messo del magistrato, il banditore delle taglie e i cercatori di schiavi (fugitivarii). Se catturati, i fuggitivi venivano severamente puniti ma non uccisi. Segnalati come tali, potevano essere svenduti a prezzo minore e, se avessero attentato all’incolumità dello stato, dovevano essere puniti con la crocifissione.

La Lex Fabia de plagiariis puniva con una multa di 50.000 sesterzi coloro che avessero trattenuto uno schiavo senza il permesso del padrone o ne avessero favorito la fuga. Difficile, se non impossibile – annota Pitta –, immaginare che uno schiavo, come Onesimo, sia fuggito dal padrone per chiedere asilo nel centro dell’impero presso un anziano, cittadino romano, e per di più, agli arresti familiari come Paolo.

Lo stoicismo – come testimonia la lettera 47 di Seneca a Lucilio – vede negli schiavi degli esseri umani da trattare con rispetto. Epitteto invita a seguire più le leggi divine che non quelle umane. Zeus è padre di tutti gli uomini.

Lo stoicismo condivide col cristianesimo primitivo un vasto patrimonio culturale: l’uguaglianza nella condizione umana e la fraternità generata dalla paternità divina. Pertanto, anche se non sono in grado di contestare l’istituzione della schiavitù, con ragioni diverse Seneca ed Epitteto sottolineano l’uguaglianza e la paternità divina per relativizzare la condizione umana della schiavitù.

A differenza del diritto romano, l’Antico Testamento prevedeva la liberazione degli schiavi al settimo anno e il ritorno alle proprie proprietà nel giubileo. Dt 23,16-17 prevede l’accoglienza e la protezione per lo schiavo fuggitivo: «Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che, dopo essergli sfuggito, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te, in mezzo ai tuoi, nel luogo che avrà scelto, in quella città che gli parrà meglio. Non l’opprimerai». Siracide raccomanda di non maltrattare lo schiavo che lavora bene, ma di punire chi lavora male (cf. Sir 33,25-33). Non sembra che a Qumran ci fossero schiavi. Ispirato dall’AT e dallo stoicismo, Filone d’Alessandria considera la schiavitù contraria alla persona e alla natura umana e afferma che è legittimo ospitare uno schiavo fuggitivo. Flavio Giuseppe cerca di mediare la normativa sulla schiavitù.

Gesù narra varie parabole dove sono presenti gli schiavi, ma non attua una riflessione sul problema della schiavitù presente nelle grandi città dell’impero e si dedica invece ai poveri del paese. Gesù non ha avuto opportunità di confrontarsi sul fenomeno altrettanto diffuso della schiavitù. «Questa sembra più un dato acquisito, che si riflette in alcuni detti e parabole, ma non una condizione umana da ripensare» (p. 33). Il servizio per Dio e per il prossimo valgono per Gesù più di qualsiasi altra forma di schiavitù (cf. Mammona ecc.).

Anche Paolo non tratta della schiavitù per speculazione, né per riflessione sistematica, ma in modo occasionale e per affrontare situazioni contingenti. Ne tratta in 1Cor 7,20-24 (dove Pitta interpreta il v. 21 come un invito allo schiavo a far uso della libertà e non della schiavitù) e in Gal 3,23-28. Qui le coppie antinomiche di carattere etnico (giudeo-greco), civile (schiavo-libero) e sessuale (maschio e femmina) sono viste come inesistenti (più che abrogate) al livello profondo, identitario dell’essere credente, dell’essere uno in Cristo a causa della fede.

Paolo non giustifica la schiavitù come condizione naturale e invita a non farsi schiavi degli esseri umani, poiché si è stati «acquistati da Cristo» (cf. 1Cor 7,23). A livello sociale ed ecclesiale, le distinzioni sociali sono accettate come dato di fatto della società e possono essere utili a livello ecclesiale (cf 1Cor 12,13). È «decisamente nuovo che qualsiasi distinzione sociale, etnica e persino sessuale non esista fra quanti condividono la stessa fede e la consequenziale fratellanza» (p. 37). Anche in Col 3,11 viene ribadita la novità assoluta dell’evangelo di Paolo riguardante tali negazioni, in vista dell’unità formata da Cristo in tutti e da tutti in Cristo. «Tale novità risulta ancora di più se posta a confronto con le differenze razziali, sociali e sessuali sostenute sia nell’ambiente greco, sia nel giudaismo successivo» (ivi; cf. l’assioma delle differenze attribuito da Diogene Laerzio a Talete o a Socrate e la benedizione riportata in Berakot 6,23 della Tosefta). «Si vede bene che il pensiero di Paolo sulla schiavitù sia tutt’altro che garantista e limitato a conservare uno status quo che non esisteva nelle sue comunità» (ivi).

Le tradizioni paoline successive trattano delle relazioni tra schiavi e padroni nei Codici domestici o Haustafeln (cf. la prima tradizione paolina in Col 2,18–4,1 ed Ef 5,21–6,9). Pur raccomandando giustizia e rispetto verso gli schiavi, essi si soffermano maggiormente sui doveri di obbedienza leale e di onore dovuti da questi verso i loro padroni (cf. la seconda tradizione paolina nelle Lettere Pastorali: 1Tm 6,1-2a; Tt 2,9-10). «Nel nuovo contesto urbano dove il movimento cristiano comprende soprattutto schiavi e liberti, diventa naturale che il codice domestico si sposti sempre di più sul versante degli schiavi finendo con dimenticare i doveri dei padroni» (p. 40).

Secondo Pitta, la traiettoria su Paolo e la schiavitù è estremamente innovativa. Centro della fede è uno che ha svuotato se stesso morendo sulla croce, che diventava centro propulsivo del movimento cristiano e che non poteva non coinvolgere soprattutto gli schiavi, fra i quali Onesimo, diventato fratello amato in Cristo (Fm 16).

Occasione della lettera. Circa l’occasione della lettera – che, secondo Pitta, appare come la seconda parte di un romanzo di cui si è persa la prima –, va notato che Onesimo non appare uno schiavo fuggitivo e che Filemone lo abbia maltrattato. Onesimo non confessa da pentito alcuna offesa.

Paolo non può chiedere la manomissione di uno schiavo fuggitivo, che equivarrebbe a premiare uno schiavo per un abuso compiuto, creando un precedente pericoloso per tutti i padroni divenuti credenti. Non pare neanche che Onesimo sia inviato da Archippo e sia uno schiavo errante (erro) alla ricerca di un amico del padrone per perorare la sua causa. Non sembra attendibile neppure l’ipotesi che Onesimo sia inviato dalla Chiesa di Pergamo. Non pare condivisibile neppure l’idea che Onesimo sia fratello di sangue di Filemone e che Paolo debba mediare un conflitto ecclesiale fra fratelli. “Fratello” ha sempre nella lettera un significato metaforico.

Onesimo non appare neppure come uno schiavo inviato da Filemone a Paolo per un periodo di apprendistato in vista del servizio di evangelizzazione. Paolo genera Onesimo alla fede in carcere e non aveva la fede in precedenza. Neppure va pensato che Filemone abbia inviato Onesimo da Paolo per tentare una sorta di patronato su Paolo, che avrebbe rifiutato con diplomazia rispedendo Onesimo al mittente.

Secondo Pitta, la quasi scomparsa della schiavitù al mondo d’oggi (benché ne esistano di varie forme) invita a leggere con maggior disincanto la Lettera a Filemone e a evitare diverse strumentalizzazioni.

Lettera di supplica. La lettera di Filemone appare a Pitta come una lettera di supplica (cf. vv. 9-10) a favore di un collaboratore. Per un momento Onesimo è stato separato da Filemone che lo ha inviato da Paolo per aiutarlo nelle sue necessità. In questo frangente Onesimo si converte ed è generato alla fede da Paolo. Quest’ultimo sa che non può trattenere per molto Onesimo per non essere accusato di plagio o di appropriazione indebita.

Paolo rimanda Onesimo da Filemone, con una lettera da leggere in assemblea. Paolo spera di raggiungere presto Filemone quanto prima, dopo essere stato liberato, di essere ospitato in casa sua e di riprendere la missione con la collaborazione di Onesimo ora “fratello in Cristo”. Secondo Pitta, Paolo scrive a Filemone per supplicarlo affinché riaccolga Onesimo come fratello e non più come schiavo e lo metta a disposizione come “collaboratore” nell’evangelizzazione.

Disposizione retorica epistolare

Servendosi delle risorse dell’epistolografia e della retorica, Pitta intravede in Fm questo schema: 1. Prescritto (vv. 1-3); 2 Ringraziamento/esordio (vv. 4-9); 3. Corpo epistolare (vv. 10-20): A) tesi (v. 10); probationes (vv. 11-18): a) vv. 11-12 L’utilità di Onesimo; b) vv.13-14 il servizio nelle catene per il vangelo; c) vv. 15-18: la fratellanza in Cristo, oltre la schiavitù; B) Perorazione (vv. 19-20); 4. Poscritto con esortazioni finali (vv. 21-25).

In Fm sono presenti i motivi tipici dell’epistolografia antica: le istanze della presenza nell’assenza (apusia/parusia), l’oralità (l’homilia), la filofronesi o relazione amicale. Termini propri dell’oralità presenti sono ekklēsia, euaggelion, parrhēsia come diritto di parola. Nonostante la prigionia di Paolo, la parola di Dio non è incatenata. Ci sono anche i fenomeni della paronomasia (cf. ad esempio l’assonanza tra achrēston (inutile) ed euchrēston (utile). Il motivo dell’amicizia o filofronesi accomuna gran parte dell’epistolografia antica e traspare qui dalla fraternità condivisa tra gli interlocutori della lettera e, in particolare, tra Paolo e Filemone. Filemone non è solo il padrone di Onesimo, ma è “fratello amato” chiamato a condividere la stessa fratellanza elettiva e amorevole con il suo schiavo (v. 16). L’ideale della koinōnia, propria dell’amicizia nel mondo antico, si concretizza nella relazione tra Filemone e Paolo: una comunione radicata nella condivisione della fede e dell’amore in Cristo. Nell’interlocuzione, si passa poi dalla relazione “io-tu”, che attraversa la lettera, alla richiesta di pregare per Paolo rivolta al “voi” della chiesa domestica di Filemone (v. 22). La Lettera è personale, ma non privata: rivolta in prima istanza a Filemone, coinvolge i credenti che formano l’assemblea domestica di Filemone per condividerne la fede e l’agape.

La Lettera a Filemone non è, quindi, per Pitta una lettera di raccomandazione per uno schiavo fugitivus o errante (erro), ma una lettera di supplica (vv. 9-10). Lo PsudoLibanio definisce così la lettera paraklētikē: «La lettera di supplica è quella con cui facciamo richiesta a qualcuno a causa di qualcosa di importante».

La tesi della lettera è riportata nel v. 10: «Ti supplico per mio figlio, che ho generato nelle catene, Onesimo». Scrive Pitta: «Quanto più conta per Paolo è che, nonostante la sua situazione di prigionia in cui si trova, Onesimo sia stato generato alla fede in Cristo. Consequenziale è la domanda o la supplica accorata con cui chiede a Filemone di riaccogliere Onesimo come fratello amato in Cristo e di metterglielo a disposizione affinché possa servire al posto suo nelle catene per il vangelo. Ottenere la collaborazione di Onesimo è quello che si attende dopo che Filemone avrà ascoltato la lettera con l’assemblea che si raduna in casa sua: da questo punto di vista la supplica di Paolo sembra finalizzata alla scelta deliberativa di Filemone per Onesimo» (pp. 54-55).

Sembra che l’esito della supplica sia stato positivo, in quanto la Lettera ai Colossesi si chiude con la notizia che Paolo (o chi per lui, nella memoria della tradizione) sta per inviare Tìchico alla volta di Colosse (Col 4,7-8). Quindi si aggiunge: «Con lui verrà Onesimo, il fedele e amato fratello che è dei vostri: essi vi informeranno su tutte le cose di qui» (Col 4,19). «Se non si tratta di una omonimia – scrive sempre Pitta –, lo schiavo richiesto con supplica accorata a Filemone è lo stesso Onesimo che, in seguito, è diventato collaboratore di Paolo per la evangelizzazione. Inoltre, se i copisti hanno trascritto la lettera dalla seconda metà del secolo I in poi, vuol dire che meritava di essere consegnata ai posteri. L’uso liturgico della lettera nelle Chiese delle origini, tra il secolo II e il IV d.C., conferma l’esigenza di trasmetterla alle generazioni successive dell’era cristiana» (p. 55).

Il criterio degli effetti rende altamente probabile l’esito positivo di una lettera così legata alla situazione e, nello stesso tempo, capace di coinvolgere qualsiasi condizione umana di schiavitù. Se, pur essendo legata alla situazione concreta di uno schiavo sotto il principato, la lettera ha riscontrato consenso fra le Chiese che l’hanno utilizzata nella liturgia e nella catechesi antica, vuol dire che esprime la novità assoluta dell’evangelo in situazione (e non della situazione), capace di porre al centro delle relazioni l’essere di ognuno nella carne o nell’umanità e nel Signore (ivi).

Estetica. A livello estetico della lettera Pitta annota la frequente menzione di Christos confessato più come Signore che come Messia. L’essere “in Cristo” o “nel Signore” è l’ambito e la relazione dominante che accomuna tutti gli interlocutori di Fm. Nella lettera Paolo si concentra non sulla giustificazione, ma sull’essere in Cristo o sulla partecipazione dei credenti alla sua morte e risurrezione.

Un altro tratto estetico di Fm è incentrato sulla nuova familia Dei e le nuove relazioni domestiche tra i credenti. Paternità, figliolanza e fraternità sono i tre vettori relazionali che la lettera veicola. Sulla paternità di Dio si fonda la paternità di Paolo che ha generato alla fede Onesimo. Il tutto inquadrato in una fratellanza che include uomini e donne, schiavi e liberi, giudei e greci. «Filemone era e resta padrone di Onesimo – annota lo studioso –, ma gli è diventato fratello amato. Onesimo era e resta schiavo di Filemone, ma può servire al posto suo nelle catene per l’evangelo di Paolo. Paolo era e resta padre di Onesimo, ma gli è diventato fratello nella fede.

Contro la tendenza a concepire il movimento protocristiano come una semplice corrente spirituale, che non toccherebbe nulla della struttura patriarcale e schiavista dell’epoca antica, la lettera a Filemone esprime relazioni profonde che relativizzano una struttura familiare consolidata per i secoli e la ricompongono dal di dentro per la bontà e la bellezza di essere in Cristo» (p. 57).

Nella lettera, inoltre, la parrhēsia compare come diritto di parola. Paolo non vi ricorre qui – e questo non per negarne l’importanza – ma la ripensa nello statuto dell’amore o dell’agape e dell’essere in Cristo. «Poiché Onesimo non ha diritto di parola in assemblea, come tutti gli schiavi del mondo antico, Paolo presta la voce alla sua condizione umana. Soltanto l’amore, quando è vero, crea uguaglianza e si esprime nella parresia che non millanta, non offende, né cade nella tracotanza» (ivi). Nella lettera Paolo esprime un amore viscerale che, dalla propria interiorità, è capace di considerare l’altro come fratello amato.

Pitta ricorda come sarebbe «anacronistico pensare che sotto il principato romano l’uguaglianza nella fede sia capace di abolire la disuguaglianza sociale fra padrone e schiavo. Prima del 70 d.C. il movimento protocristiano era troppo germinale per avanzare la pretesa. Tuttavia, quanto più cresce l’uguaglianza nella fede, tanto più è destinata a decrescere la disuguaglianza sociale, altrimenti la prima rischia di ridursi alla sfera dell’intimismo, e la seconda resta immutata nei secoli» (p. 58).

Con Fm il movimento protocristiano pone, nuovamente, al centro della propria identità la persona umana, soprattutto quando si tratta di uno schiavo che non ha diritto di parola nell’assemblea civile. Quanto è negato a qualsiasi schiavo nella polis, gli è donato nella sua chiesa domestica.

Nell’antichità sono apparse molte lettere di padroni o loro amici agli schiavi. Su questo tema Pitta annota con finezza a mo’ di valutazione complessiva di Fm: «La Lettera a Filemone si distingue con assoluta bellezza perché, senza alcuna pretesa di sovvertire la struttura familiare e civile dell’impero, la relativizza in nome di relazioni umane che inducono a guardare l’altro non come schiavo, né come semplice “diletto”, ma in quanto “fratello amato” nell’umanità e nel Signore. Considerare lo schiavo non soltanto come fratello, ma come fratello amato e figlio generato alla fede, rimane l’irriducibile novità dell’evangelo di Paolo. Se poi è vero che, come sosteneva M. Lutero quando introduceva la lettera nel 1527, ‘Denn wir sind alle seine Onesimi, / so wir es glauben’, ognuno di noi è Onesimo, bisognoso di esser redento da qualsiasi forma di schiavitù. La potenza dell’evangelo attraversa le lettere di Paolo e confluisce dove ogni espressione di schiavitù esige di essere redenta per diventare libertà nel servizio» (pp. 58-59).

Il messaggio della lettera

Nel Signore Gesù Cristo. Nel tratteggiare il messaggio della Lettera a Filemone (pp. 157-168) Pitta sottolinea la centralità del Signore Gesù Cristo quale personaggio principale. Paolo è in prigione per la fede nel Signore Gesù Cristo. Le formule “in Cristo”, “in Cristo Gesù” e “nel Signore” sono la spina dorsale della lettera da cui si muovono tutte le relazioni umane. L’essere in Cristo avviene tramite la fede in lui, specialmente nella sua morte e risurrezione.

Paolo allude anche alla predicazione di Cristo, morto e risorto per tutti. Le «catene dell’evangelo» (v. 13) alludono alle catene subite per l’evangelo, cioè per Cristo. Essere «prigioniero di Cristo Gesù» (vv. 1.9) è servirlo nelle catene per l’evangelo (v. 13). Frutto di tale servizio è la conversione di Onesimo, generato da Paolo alla fede mentre è in carcere, anziano.

La croce di Cristo campeggia come paradosso nella lettera (prospettiva per uno schiavo che l’ha vista imporre ai suoi avi e per Paolo che l’attende da prigioniero). La croce è compromettente per Paolo, per Onesimo e per Filemone stesso.

Fm, composta molto probabilmente nella prigionia romana tra il 58 e il 62 d.C., costituisce per Pitta – insieme alla Lettera ai Filippesi – una sorta di testamento consegnato ai posteri. Paolo non sarà graziato come spera (v. 22). L’evangelo però è che il Signore Gesù Cristo continua a diffondersi con coloro che sono generati per la fede in lui (cf. p. 160).

La chiesa domestica. Parte del contenuto del messaggio di Fm è il tema della chiesa domestica che si raduna in casa di Filemone, nuova familia Dei, dove vige l’amore e la libertà di parola. Essa è fatta di persone concrete, che si rapportano ad altri discepoli di Gesù menzionati per nome: Timoteo, Filemone, Apfia, Archippo, Onesimo, Aristarco, Marco, Dema. Luca. Anche in Fm si riflette una chiesa domestica dove la diaconia o la ministerialità per l’evangelo (v. 13) occupa uno spazio centrale.

Tutti gli interlocutori della lettera condividono il servizio per l’evangelo. Si insiste sulla condivisione ministeriale sottolineando alcuni termini: collaboratore, commilitone, compagno d’armi. I termini greci composti con la preposizione syn- (= “con”) sottolineano la compartecipazione fra le persone che condividono la stessa fede, l’unico amore e la stessa lotta per l’evangelo. I ruoli non sono svolti nell’anonimato ma sono rapportati a persone in carne ed ossa. «Sin dall’inizio, il movimento cristiano ha posto al centro delle relazioni umane non i ruoli, né i ministeri in quanto tali, ma le persone con i loro nomi che svolgono diversi ministeri ecclesiali» (p. 162).

L’umanità dello schiavo. La compartecipazione della fede crea nuove relazioni umane che caratterizzano i credenti. L’umanità dello schiavo è un tema centrale di Fm. Paolo connette strettamente le espressioni “nella carne” e “nel Signore”. Questo per evidenziare che Filemone riottiene per sempre il suo schiavo non più come tale, ma molto di più, come fratello amato.

La “carne” in questione rinvia a un’umanità che non è superata, né tanto meno negata dall’essere “nel Signore”, ma è ripensata alla radice proprio per l’essere “in Cristo” o “nel Signore”. «Se la spina dorsale della lettera è l’essere in Cristo, non è per separare l’ambito dell’umanità da quello religioso dell’appartenenza al Signore, bensì perché la prima umanità che impone di ripensare le relazioni interpersonali è di Cristo» (p. 163). Paolo non considera Onesimo soltanto a partire dalla sua condizione di schiavo, bensì dall’essere in Cristo o nel Signore.

Il primo movimento cristiano non ha la forza di ribaltare dall’esterno la struttura civile imperiale basata sulla schiavitù. Fm ha tuttavia un’enorme importanza per l’impatto su Filemone e su ogni chiesa domestica. Annota Pitta: «Passare dal considerare Onesimo non più come schiavo, ma come fratello amato o come la parte più intima di un cittadino romano, come Paolo, innesta una trasformazione antropologica dall’interno per l’essere “in Cristo” e non dall’esterno per conquista sociale o politica» (p. 164).

La mimesi e il non detto. La fede si trasmette per mimesi, attraverso la generazione, e non per comando. Questo è un altro grande messaggio di Fm. Paolo non usa la sua autorità, ma l’ardua via dell’amore che obbliga non per comando ma per relazionalità.

«Le relazioni umane fondate sull’amore producono una genitorialità interiore, ma reale. Paolo non ha generato Onesimo alla fede in Cristo per la sua autorità apostolica, ma a causa della relazione intima o per la connaturalità che li ha legati, nonostante la condizione di prigionia in cui si trova Paolo (p. 165).

La mimesi umana scaturisce dalla natura o dalla physis e non dall’autorità di una persona sull’altra, come quella di un padrone per il suo schiavo. Perché una persona imiti l’altra non basta però la connaturalità fra le persone, ma una frequentazione costante affinché si realizzi la mimesi umana, seguendo un processo analogo a quello della mimesi artistica. Senza la physis o la naturale condizione relazionale, non si innesta alcuna mimesi umana. E per inverso – annota sempre Pitta –, senza la “tecnica” che affina le relazioni, si cade nel naturalismo e in forme di infantilismo relazionale.

In Fm non si conoscono molti particolari su Onesimo, sul motivo del suo arrivo da Paolo, e altre realtà che restano nel non detto. Paolo chiede procedendo per allusioni, affidando a Onesimo di riferire il resto mentre verrà letta la lettera in assemblea.

In definitiva, Pitta annota che il fatto che «Paolo non contesti il sistema sociale schiavista del suo tempo appartiene alla contingenza storica delle sue lettere e del suo pensiero. Quanto però non rientra nella contingenza, ma esprime la novità più urgente dell’evangelo, è che padrone e schiavo condividano la fratellanza dettata dall’essere in Cristo. E tale assunto non rientra nella sovrapposizione, né tantomeno nella sostituzione della fratellanza sul regime sociale patriarcale antico, bensì appartiene alla comunione della fede (v. 6) che condividono tutti gli interlocutori della lettera, compreso Onesimo» (p. 168).

Il biblista conclude il suo commentario con queste parole: «La perenne attualità della lettera a Filemone si trova non nella garanzia dello status quo di chi è credente schiavo e libero, bensì nella novità assoluta dell’essere in Cristo che innalza l’umanità di ognuno al livello più alto della fratellanza condivisa, con tutti i rischi che la comunione della fede comporta» (ivi).

Il commentario scientifico di Antonio Pitta alla Lettera a Filemone si pone come ottimo punto di riferimento per l’interpretazione più corretta dell’intento generale dello scritto, che modifica decisamente quella tradizionale. La ricchezza dello studio – a livello filologico, teologico ed ermeneutico – colloca degnamente il volume nella collana di appartenenza e fa onore a tutta l’esegesi italiana.

  • Lettera a Filemone. Nuova versione, introduzione e commento di ANTONIO PITTA (I Libri Biblici – Nuovo Testamento 14), Edizioni Paoline, Milano 2021, pp. 224, € 34,00, ISBN 9788831554084.
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