Pentecoste, la fatica di cogliere il nuovo

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pentecoste atti

Nel capitolo 6 di Atti possiamo ammirare la prontezza con cui gli apostoli hanno saputo fronteggiare la sfida nuova che la crescita delle comunità stava presentando loro. Si sono riuniti, hanno ascoltato, pregato e operato un discernimento, che ha dato pace e sicurezza alle comunità.

Nei capitoli decimo e undicesimo, su cui vorremmo soffermarci, la domanda è più intrigante: è sufficiente per la Chiesa risolvere i problemi che man mano le si presentano? È forse la pastorale, l’arte di risolvere problemi concreti? Già questo sarebbe un buon risultato, ma sono convinto che la Chiesa sia molto di più, perché vive di una visione, di un sogno capace di rimetterla in cammino, dopo ogni caduta.

Il sogno della Chiesa, in realtà, non è neanche suo, è il sogno di Dio, a cui ci è donato partecipare. Il perseguire un sogno ci permette di passare da una pastorale “programmatica”, basata su progetti e documenti, ad una pastorale “paradigmatica”, ispirata ad una nuova visione della realtà, delle persone, della fede. Le parole sembrano difficili: lasciamoci allora istruire da questi due fondamentali capitoli di Atti, che raccomandano a tutti gli apostoli di non dimenticare mai la loro realtà di discepoli sempre “apprendisti”.

L’agire dello Spirito

Facciamo un passo indietro e ci chiediamo: di fronte all’imprevisto, al nuovo, al diverso, qual è la nostra reazione, come credenti e come Chiesa? Quale grado di apertura abbiamo nei confronti dell’azione dello Spirito Santo? Quante e quali resistenze gli poniamo?

La pandemia è un fatto che interroga, provoca, sconvolge, provoca resistenze… Ci sorregge una convinzione, espressa in varia forma da fonti autorevoli: «Ogni crisi nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore» (AL 232). «Non tutte le tempeste arrivano per distruggere la vita. Alcune arrivano per pulire il suo cammino» (Seneca). Siamo disposti a fermarci per ascoltare, riflettere, imparare, discernere?

Quanti slogan in questi giorni: “andrà tutto bene… niente sarà più come prima…”! Gli slogan non cambiano i nostri stili di vita, i nostri valori, le nostre priorità; solo il nostro impegno può far sì che, a dispetto di tanti proclami, non torniamo ad essere la “società di prima” e la “Chiesa di prima”. L’invito è chiederci non quali problemi la pandemia abbia suscitato, ma quali sogni abbia generato in noi! “Sogno una Chiesa…”. Quale Chiesa sogna Dio, nostro Padre? Come lo ha comunicato a Pietro e come lo comunica a noi?

Un autore molto conosciuto, Viktor Frankl, ha proposto un’interessante distinzione tra i diversi tipi di atteggiamenti di fronte alla crisi, e più in generale alla vita:

  • ci sono gli atteggiamenti creativi, dove noi siamo i protagonisti, decidiamo cosa donare e quando e come;
  • ci sono gli atteggiamenti esperienziali, in cui riconosciamo ciò che le esperienze di vita ci insegnano e ci arricchiscono;
  • ma la differenza tra le persone è data dagli atteggiamenti che assumiamo di fronte ad un destino che non possiamo cambiare, è data dalla “libera” accettazione di ciò che non abbiamo deciso, ci è capitato addosso, e noi lo accogliamo come portatore di un messaggio che avevamo dimenticato o non ancora compreso.

Con altre parole, possiamo affermare che esistono tre diversi modi di rispondere alle crisi.

  1. Il modo dell’adattamento alla crisi cerca di ridurre i danni al minimo possibile; è una reazione di difesa, di salvaguardia delle nostre sicurezze: si spera di riprendere tutto come prima, al più presto, con le stesse motivazioni, anche se sarà inevitabile accettare qualche cambiamento esteriore e utile per non dover cambiare in profondità: si cambia ciò che serve per non cambiare sé stessi, le abitudini, le nostre priorità ed interessi. Si tratta di difendersi, di salvare il salvabile. È il modello delle Messe ad ogni costo, anche con il solo prete…
  2. Il modello della resilienza indica una capacità del sistema di affrontare i traumi, assorbire e superare le difficoltà e fragilità, senza soccombere. Questo processo richiede un supplemento di forza interiore e motivazione, come pure la mobilitazione di tante risorse: tenacia, determinazione, coraggio, fede. È il modello dei gesti eroici di questi tempi… Anche in questo caso si pensa che si tratta di una parentesi e si spera che si chiuda al più presto.
  3. Il terzo modello ricerca un cambiamento qualitativo, a partire da domande più interiori: che cosa abbiamo vissuto? Che cosa abbiamo imparato o possiamo imparare? Come affrontare la vulnerabilità, la debolezza, la fragilità divenute più coscienti?

Questo modello non si limita a reggere i colpi e a limitare i danni, ma si interroga come si possa crescere, grazie ad essi, nella ricerca dei messaggi che lo Spirito ci vuole offrire. Così è possibile abbandonare percorsi “sempre fatti”, per accogliere novità impreviste. «Questo tempo parla, ci parla. Questo tempo urla. Ci suggerisce di cambiare. La società che ci sta alle spalle non era la “migliore delle società possibili”… Bene, questo è il tempo per sognare qualcosa di nuovo… Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima».

atti pentecoste

Il brano, ben conosciuto, ma che vale sempre la pena rileggere con calma, ci assicura che Dio continua a inviarci angeli e messaggi. Tocca a noi, ora, come Pietro un tempo, metterci in ascolto, disposti alla conversione verso l’insolito, lo sconosciuto, il nuovo. Ci chiediamo: chi sono i pagani di cui Dio si serve per convertire noi e la Chiesa e convincerci ad annunciare il Vangelo in modo nuovo? Perché la sollecitazione alla Chiesa ad essere sé stessa viene sempre dal di fuori.

L’iniziativa è dello Spirito Santo (At 10,1- 8)

Non sorprende che l’iniziativa sia dello Spirito Santo. Noi stiamo bene nelle nostre consuetudini, nei nostri programmi: “Perché cambiare? Perché essere creativi?”.

Lo Spirito, nell’immagine di un angelo, inizia il viaggio pieno di curve: non va nella casa dove si trova Pietro; va da un “pagano”. L’intento è convertire Pietro, ma per riuscirci, lo Spirito ha bisogno dell’aiuto di una persona “distante, lontana, pagana”, ma più aperta all’ascolto.

Cornelio è il prototipo di colui a cui non affideremmo il Vangelo e con il quale Pietro non vorrebbe convivere: è un “pagano”, rappresentante di un esercito di oppressori, impuro per eccellenza. Eppure, di lui vengono descritte alcune qualità insospettate: è pio, cioè credente e si affida a Dio a modo suo; è saggio, perché nella sua condotta ricerca la volontà di Dio (timor di Dio); è una persona di preghiera e fa «molte elemosine al popolo». Preghiera ed elemosina nella vita quotidiana: è questo il vero tempio, il nuovo culto in spirito e verità (Gv 4,24). Più religioso di così! Ma noi potremmo dire: sì, ma non è dei nostri! Non frequenta, non viene in chiesa. E, dovremmo aggiungere: a volte, non glielo permettiamo!

Possiamo vedere in Cornelio l’immagine di tanti fratelli e sorelle che non vediamo più nelle nostre chiese, eppure manifestano un bisogno religioso, che spesso trovare le risposte in altri ambienti e in altre spiritualità. In Italia, il 90 % per cento della popolazione ha ricevuto il battesimo, ma solo il 20% partecipa regolarmente all’eucaristia domenicale e il 10% ai gruppi, movimenti e associazioni. Cosa pensare di tutti i cristiani “assenti”? Basta lamentarsi o chiudersi in una “minoranza resiliente” e rassegnata?

In questo periodo di “vuoto”, di “mancanza” di contatto personale, quale è stata la nostra reazione? Quale linguaggio abbiamo usato? Forse, ci siamo semplicemente limitati a “trasferire” il linguaggio dell’eucaristia dalle chiese alle case, attraverso gli strumenti audiovisivi. È stata una buona idea o abbiamo svuotato di senso questo linguaggio, di per sé basato sulla presenza e sull’incontro vivo? Sarebbe stato meglio accettare l’assenza, il vuoto, e cercare altre forme e modi di preghiera, realmente possibili nell’ambiente familiare?

La Chiesa non potrà essere soddisfatta, se con l’aiuto della televisione e della radio potrà un giorno raggiungere anche l’angolo più remoto della terra, perché l’eucaristia è mangiare insieme, è abbracciarsi, è chiedere perdono, è ospitalità mutua. Solo nella presenza “carnale” c’è vera eucaristia. La Chiesa avrà sempre bisogno di missionari e missionarie in carne e ossa, più che di reti televisive!

L’angelo del Signore raggiunge Cornelio, per dirgli che le sue preghiere sono risultate gradite a Dio e sono state esaudite. A quest’uomo viene conferita una missione: mandare a prendere Simone e accoglierlo nella sua casa, che a sua volta ha ricevuto una missione e ancora non lo sa. Si delinea all’orizzonte una delle tante situazioni in cui Pietro, ormai “presbitero”, sarà condotto dove non voleva andare (Gv 21,18). Se guardiamo alla nostra storia, possiamo riconoscere con molta gratitudine come a volte siamo stati aiutati nella nostra fede dai lontani, dagli atei, dai non frequentanti. Certo non da tutti, né automaticamente, ma da coloro che, pur dichiarandosi senza fede, in realtà ci hanno dato una forte testimonianza di fraternità, di giustizia, di rispetto. Cornelio, prontamente, esegue la sua missione: invia due servi e un soldato a prendere Pietro a Joppe, senza farsi problemi di invitare nella sua casa un “nemico”.

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Le resistenze a Dio… in nome di Dio! (At 10,9-16)

Lo Spirito si rende presente anche nel cuore di Pietro e gli parla in una visione. Mentre è in preghiera, Pietro avverte la fame e non riesce ad andare avanti: nell’attesa, viene rapito in “estasi”, va fuori di sé. Nella visione, si squarcia il cielo e scende un vaso pieno di tutto ciò c’è al mondo.

Al termine del racconto, il vaso è assunto in cielo. È tutta la creazione che scende dal cielo, da Dio come offerta all’uomo, perché l’uomo ne viva, senza fare troppe divisioni e distinzioni. È poi tutta la creazione che ritorna al cielo grazie all’uomo che fa eucaristia e lo offre a Dio, arricchita del suo lavoro.

La riluttanza di Pietro a “mangiare” ciò che Dio gli propone è comprensibile e ragionevole: «non ho mai fatto questo e mai lo farò!». Per tre volte, la voce ripete l’invito, tanto è ostinato Pietro e irremovibile nelle sue convinzioni «in nome della fede dei padri». Nel frattempo, arrivano i tre inviati con il loro messaggio e Pietro li accoglie nella sua casa.

Quanto è importante “aver fame”, perché questa fame è lo spazio in cui Dio può entrare per aiutarci a cambiare mentalità. L’estasi è l’essere tirato fuori da sé, dalla propria cultura, dal proprio mondo religioso, dai nostri principi irrinunciabili. Quando noi ci apriamo agli ultimi, agli scarti, ai lontani, siamo simili a Gesù, di cui si diceva “è fuori di sé” (Mc 3,21).

Vediamo anticipata in Pietro, l’estasi che papa Francesco sogna per la Chiesa del XXI secolo (EG 47-48). Nell’estasi, Dio mostra a Pietro le sue vere intenzioni: nella metafora degli alimenti che sono tutti buoni e mangiabili, è chiaro l’invito ad accogliere tutti gli uomini come fratelli, senza esclusioni per pregiudizi, etichette e separazioni. Cosa estremamente difficile per chi, in nome dell’Alleanza di Dio con Abramo, Isacco e Giacobbe, aveva eretto un sistema religioso di elezione e di separazione! Si affaccia il tema della “nuova” alleanza con tutta l’umanità, perché Dio Padre la ama al punto da donare il suo unico Figlio (Gv 3,16).

Pietro rimane attonito, perplesso, perso: parola di Dio o tentazione del nemico, che lo invita a tradire la Torah? L’invito della visione va contro le prescrizioni del codice di santità che preserva la purezza del popolo eletto. Difficile trovare la risposta. Quando un orizzonte nuovo si apre, non può non provocare le nostre più profonde resistenze, le nostre paure. Obbedire o disobbedire a questa Parola? Dov’è il passaggio, l’esodo, la conversione adatti per me, per noi? Per comprendere la perplessità di Pietro, proviamo a chiederci: i fratelli terzomondiali che approdano alle nostre spiagge, non potrebbe averceli mandati Dio? Sono qui alla nostra porta perché ci convertiamo a loro? Perché non ci chiediamo: chi sono? da dove vengono? Cosa desiderano? Di che cosa hanno bisogno? Più che fare giudizi di valore su di loro, dovremmo ascoltarli e ospitarli. Per la nostra crescita.

Pietro “esce” per incontrare Cornelio (At 10,17-33)

Pietro, comunque, si alza, risorge dal suo sepolcro fatto di prescrizioni e tradizioni e si mette in cammino. Esce con loro. Era proprio questo che l’angelo voleva: che uscisse con loro. Voleva che diventasse compagno di quelli che lui escludeva e che portasse con sé alcuni fratelli di Joppe. Come all’indomani della resurrezione (Gv 21,3), Pietro prende l’iniziativa di rimettere la Chiesa in cammino.

Pietro non comprende il significato della visione, né perché lo Spirito lo abbia indotto ad entrare nella casa di Cornelio, meno ancora la missione che lo aspetta, eppure si fida e va. Nell’incontro dei due mondi, quello giudeo e quello pagano, preparato con cura, Dio manifesta la sua sollecitudine: il Dio invisibile si rivela con «eventi e parole intimamente connessi tra loro» (Dei Verbum 2). Spetta a noi cogliere costantemente il nesso tra la parola di Dio e gli eventi della storia dell’uomo, perché in essi si coglie la volontà e l’azione di Dio. Non solo la Parola, non solo la storia; ma Parola e storia uniti insieme.

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L’incontro nella fraternità tra due mondi diversi in tutto è il vero messaggio. Nella sua vicenda terrena, Gesù si è scontrato più volte con la mentalità del “gruppo chiuso”: «abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva» (Mc 9, 38). Pensiamo, per un momento, a come abbiamo reagito in questi giorni alla liberazione di Silvia Romano: perché è stata liberata, perché abbiamo pagato un riscatto se si è convertita alla fede islamica? Non è più dei nostri, è una “neo-terrorista”… Tra le religioni, orami ci sono due mila anni di divisioni, di separazioni. L’altro è spesso un nemico. O almeno un concorrente.

Nell’incontro con Cornelio, il messaggio della visione diventa chiaro per Pietro: Dio non vuole che noi dividiamo l’umanità in puri e impuri, in profani o in eletti, in praticanti o atei, perché siamo tutti figli amati e Dio non fa distinzione di persone. In Cristo, cadono tutte le barriere religiose, culturali e razziali tra le persone (Gal 3,28), perché Dio realmente è Padre di tutti (Ef 2,14-20).

Pietro può finalmente comprendere e annunciare il Vangelo della fraternità, il mistero di Dio nascosto nei secoli e rivelato sulla croce, quando Gesù ha abbattuto ogni inimicizia fra gli uomini e ha fatto di tutti i popoli uno solo, un popolo di fratelli. È la cosa più difficile da capire, perché noi, come Caino, Giuseppe, Giona… vorremmo essere i preferiti.

Il “peccato” di Pietro (At 10,34-48)

Pietro non può fare altro che raccontare la storia di Gesù, ed è ciò che i presenti vogliono ascoltare, perché la fede è adesione ad una persona precisa, che qui viene presentata in modo sintetico nella sua capacità di vincere il male facendo il bene. Mentre Pietro ancora sta parlando, lo Spirito si effonde su Cornelio e sui suoi familiari. Dio non nega a nessuno il suo Spirito: vuol comunicarsi a ogni persona. Si conclude con il sigillo dello Spirito l’incontro tra Cornelio e Pietro, che poi lo battezza, perché Cornelio è convinto di aver incontrato nel Vangelo la risposta alle sue domande. L’annuncio di Pietro incontra in lui un terreno già preparato dallo Spirito, attraverso i desideri di vita, amore, fraternità.

Pietro riconosce che la sua prima preoccupazione consisteva nell’impedire un modo nuovo, diverso di seguire Gesù. È la tentazione del “letto di Procuste”: nel seguire Cristo, dovremmo essere tutti uguali, tutti della stessa misura. Ora Pietro comprende che non può opporsi all’azione dello Spirito, che, al contrario, ama la diversità di riti, di forme, di modi. La mediazione dei discepoli è importante, ma lo Spirito agisce con sovrana libertà e usa tanti strumenti, spesso a noi sconosciuti.

Dopo il battesimo, Pietro si siede a tavola con la famiglia di Cornelio. Sì, Pietro deve mangiare con Cornelio, perché, nella visione, la voce aveva ordinato: “mangia!”. Non è una questione di cortesia, di buona educazione. È una questione teologica: come Gesù risorto ha mangiato con loro peccatori, traditori, nemici, Pietro “deve” mangiare con Cornelio. Altrimenti non si è fratelli. Il problema è quello di mangiare insieme, «la fraternità è mangiare insieme: non mangiare l’altro, ma mangiare con l’altro» (Silvano Fausti). Così la fraternità proclamata diventa realtà. È la riconciliazione tra diversi operata dallo Spirito nell’eucaristia.

Le resistenze della comunità di Gerusalemme (At 11,1-18)

La vicenda non finisce qui. La Chiesa di Gerusalemme rimane scandalizzata e contesta Pietro di essere entrato dai pagani e aver mangiato con loro, in altre parole gli rimprovera di essere diventato amico dei peccatori, impuro con gli impuri.

Pietro si difende raccontando, per la terza volta, la visione di Cornelio, l’incontro con lui e la discesa dello Spirito su tutti i familiari. Pietro è convinto che Dio stesso ha condotto tutta la storia, scandalizzando i credenti per aprirli ai fratelli e conclude dicendo: «Chi ero io per impedire Dio?».

L’atteggiamento della comunità di Gerusalemme fa riflettere: quante volte, anche noi ascoltiamo per contestare, per contraddire, per ribattere argomento su argomento?

Il dibattito si concentra su di un punto controverso: la circoncisione. La circoncisione è il segno della differenza ed è una differenza incancellabile, perché scritta nella carne. Non si coglie più che la circoncisione desiderata da Dio è quella del cuore. Il punto contestato a Pietro è di essere entrato nella casa di quelli che hanno il prepuzio, di quelli che sono diversi da noi, hanno altri costumi, altre regole. “Noi abbiamo questa regola voluta da Dio nell’alleanza e non possiamo andare d’accordo con chi non la segue”.

A volte, noi facciamo delle nostre leggi qualcosa di più importante dello Spirito Santo e della volontà di Dio e in base a queste stabiliamo con chi essere in comunione e chi ospitare o no.

Alla notizia che il papa, attraverso il cardinale Krajewski, ha inviato aiuti per sostenere un gruppo di transessuali di Torvaianica, vittime dell’emergenza coronavirus, molti hanno gridato allo scandalo. A questi, ha risposto Marco Tarquinio: «Se scandalo davvero c’è stato per un soccorso cristianamente portato a chi era in drammatica difficoltà, è stato certamente uno scandalo benedetto… come insegna il papa e come, prima di lui, mi aveva francescanamente raccomandato mia nonna, anch’io sto imparando a “non scegliermi” il povero più gradito e simpatico lungo il cammino e a non distogliere lo sguardo quando un altro o un’altra mi tendono la mano. Ma persino io, ormai, ho capito che sono proprio quelle povere mani tese che ci salvano, che ci impediscono di cadere e di perderci. Tutte, di chiunque siano. Dio usa anche quelle mani e ama farci di queste sorprese: spesso difficili, a volte scandalose, ma sempre buone».

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Gesù che si è fatto fratello di tutti, riconoscendo in ogni uomo il volto del Padre, è il Figlio, prototipo di ciascuno di noi e noi tutti siamo stati creati in lui per essere come lui in comunione tra di noi e con il Padre: «una cosa sola» (Gv 17,11). Pietro si lascia educare dallo Spirito perché la sua prerogativa di primogenito non sia di esclusione, quanto di accoglienza dell’altro.

«Pietro racconta cosa era successo, come era stato proprio lo Spirito a spingerlo… E nel narrare questi fatti alla folla che lo critica, l’Apostolo rasserena tutti con questa affermazione: “Se dunque Dio ha dato loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?”. Una bella parola per i vescovi, per i sacerdoti e anche per i cristiani. Ma chi siamo noi per chiudere porte? Nella Chiesa antica, persino oggi, c’è il ministero dell’ostiario. E cosa faceva l’ostiario? Apriva la porta, riceveva la gente, la faceva passare. Mai è stato il ministero di quello che chiude la porta, mai».

Oggi, purtroppo, a motivo della pandemia, abbiamo bisogno del ministero dell’ostiario anche per selezionare le persone, per contarle ed eventualmente impedire loro di entrare nelle nostre chiese. Un’immagine purtroppo significativa di altri atteggiamenti di chiusura presenti nella nostra Chiesa.

Riflessioni conclusive

Alcune riflessioni su questo brano che così chiaramente illumina il momento ecclesiale che stiamo vivendo.

  • Alla vigilia della festa di Pentecoste, ci è più facile comprendere l’importanza di affidarci allo Spirito e lasciargli l’iniziativa: «Lo Spirito Santo è la presenza viva di Dio nella Chiesa. È quello che fa andare la Chiesa, quello che fa camminare la Chiesa. Sempre più, oltre i limiti, più avanti… E noi cristiani dobbiamo chiedere al Signore la grazia della docilità allo Spirito Santo, che ci parla nel cuore, ci parla nelle circostanze della vita, ci parla nella vita ecclesiale, nelle comunità cristiane, ci parla sempre… Ricordiamo sempre la domanda di Pietro: “Chi sono io per porre impedimenti allo Spirito Santo? Chi sono io per cambiare il ministero dell’ostiario nella Chiesa che, invece di aprire, chiude le porte? Chi sono io per dire fino a qui e non di più? Chi sono io per ingabbiare lo Spirito Santo?”».

La conversione più radicale e necessaria è distogliere l’attenzione dalla Chiesa per porla tutta nell’azione dello Spirito, il vero e unico protagonista. Finché ci affanniamo a pensare cosa deve fare la Chiesa, siamo sempre noi al centro di programmi, intenzioni, elogi. In realtà, è lo Spirito che ci anticipa, che muove i cuori all’incontro e noi siamo i “testimoni qualificati” della sua azione e delle grandi opere che Dio compie nella vita delle persone. Da qui la gioia.

  • Riconosciamo che, ormai da diversi secoli abbiamo cristallizzato la sequela di Cristo in un’unica maniera, quella monacale e poi sacerdotale. Abbiamo perduto lungo il cammino il valore dei laici, delle famiglie, dell’impegno secolare nel mondo.

I “buoni cristiani” sono considerati tali a partire da due criteri discriminanti: la frequentazione assidua della Messa e appartenenza ad associazioni di fedeli (AC, IM, ecc…). Tutti gli altri aspetti – la preghiera personale, la lettura della Bibbia, le opere di carità, l’impegno sociale… – vengono definiti “pietà popolare”, o interessi personali, spesso vissuti in gruppi e associazioni di riferimento, al di fuori delle parrocchie. Abbiamo così ridotto il credere all’andare a Messa, come una questione individuale, senza più il senso di appartenere ad una comunità.

Il termine “fedele” è stato sostituito con “praticante” e la Chiesa è diventata un “distributore di servizi”, nei grandi passaggi della vita segnati dal battesimo, dal matrimonio e dal funerale. Come ritrovare il senso della spiritualità laicale (LG 31) e del sacerdozio comune dei battezzati (SC)? Si tratta di riconoscere che i laici hanno modalità proprie, forme e criteri propri e autonomi nel vivere la fede incarnata.

  • Nei Vangeli troviamo che il messaggio di Gesù è rivolto a tutti: “Siate luce e sale della terra” (Mt 5-7); «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28, 19-20). Ad alcuni, poi, ha chiesto di seguirlo per le strade del mondo, altri li ha invitati a ritornare nelle proprie case. Si tratta di due modalità diverse, ma non nel valore. Nella logica di “uno-pochi-tutti”,

Gesù ha voluto accanto pochi testimoni nei momenti più significativi, ma a rappresentare il mondo. Sono state molte le persone, che pur non appartenendo alla cerchia ristretta, sono stati protagonisti di un incontro personale che ancora oggi è per noi esemplare: la samaritana, Nicodemo, Zaccheo… Non esiste un’unica maniera di aderire a Gesù o di essere alla sua sequela.

L’essere rimandati a casa, non è un rifiuto, un disprezzo, un non aver bisogno, ma un’altra forma di sequela, un altro itinerario spirituale, il cui elemento centrale è la vita ordinaria e l’incarnazione nella storia e nelle realtà quotidiane. È al contrario, la genesi di una nuova fraternità senza titoli, senza discriminazione, attorno a Gesù, al Padre, al regno.

  • Se usciamo dal criterio della “pratica”, per cui si può essere fedele anche se non si è praticante, potremo rivalutare il battesimo, senza dimenticare l’eucaristia, perché il battesimo incorpora a Cristo. Per papa Francesco, nella pastorale ordinaria vanno inclusi «anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al culto» (EG 14).

Secondo LG 14, non si salva chi, pur essendo battezzato, non persevera nella carità e rimane nella Chiesa solo con il corpo ma non con il cuore. Per il concilio praticare un poco o molto non è una questione; è il comportamento, l’agire che conta. O come direbbe sant’Ignazio, ciò che salva è «cercare e trovare Dio in ogni cosa».

Se esistono «diversi modi» di esprimere «una fede cattolica intensa e sincera» (EG 14), la Chiesa deve fare attenzione a non diventare una “dogana pastorale”, bloccando l’accesso a certi sacramenti o riti a chi non è assiduo frequentatore della comunità.

Ancor più, si tratta, per i presbiteri, diventare competenti in modi di seguire Gesù, in linguaggi e riti, in cammini di spiritualità, per accompagnare fratelli e sorelle con esigenze diverse, senza ingabbiarli in strutture e criteri rigidi. Papa Francesco ha espresso questa realtà con la bellissima immagine del “poliedro” (EG 236). Non dimentichiamo che già nei vangeli chi voleva essere guarito o ascoltato da Gesù, ha dovuto gridare, salire sul tetto, intrufolarsi nella folla, superando la barriera degli “amici” che attorniavano e proteggevano Gesù.

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Tocca a noi convertirci, cambiare, uscire, in atteggiamento di ascolto di chi desidera raccontarci il suo modo di essere credente nella vita familiare, cittadina, sociale, professionale… Molte vite sono apostoliche, pur restando secolarizzate, perché ispirate alle beatitudini.

EG 49: «Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo… Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37)».

  • Le resistenze di Pietro sono un monito per la Chiesa: esistono ed esisteranno sempre, ma vanno superate. Guai a noi se ci chiudiamo nelle nostre idee teologiche, nei nostri riti e nelle nostre norme invece di essere come Paolo che si è fatto “tutto a tutti”. Per grazia, le sorprese di Dio non mancano. A noi il compito di rispondere con fiducia e creatività.

Per essere una Chiesa nuova, è necessario rinnovare continuamente il sogno che ci anima e ci ispira, con la preghiera: «Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10,34-35).

Non siamo soli a sognare, né i primi: «Sogno cristiani che amano i non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni. Questo è il vero cristiano. Sogno cristiani che non si ritengono tali perché vanno a Messa tutte le domeniche (cosa ottima), ma cristiani che sanno nutrire la propria spiritualità con momenti di riflessione sulla Parola, con attimi di silenzio, momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore, momenti di preghiera in famiglia, un caffè offerto con gentilezza. Non cristiani “devoti” (in modo individualistico, intimistico, astratto, ideologico), ma credenti che credono in Dio per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita nella buona e nella cattiva sorte. Non comunità chiuse, ripiegate su sé stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia. Non una Chiesa che va in Chiesa, ma una Chiesa che va a tutti».

Senza un sogno che ci orienti, regole e prescrizioni diventano presto una gabbia, una dogana. Sarebbe la “Chiesa di prima” nella “società di prima”. Non è questo che Gesù vuole da noi, qui e ora.

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