Siamo la religione del sacrificio?

di: Roberto Mela

religione del sacrificio?

A cura di Brunetto Salvarani, teologo, che ha preparato anche una bella introduzione al tema (pp. 5-14), vengono pubblicati in questo volume i tre contributi apportati il 17 novembre 2018 al convegno svoltosi nel Teatro Fondazione San Carlo di Modena come secondo appuntamento in memoria del compianto biblista don Pietro Lombardini. Ne riferirò unendo i risultati delle ricerche degli specialisti a considerazioni personali totalmente in linea col loro pensiero derivanti dal mio lavoro di esegeta.

Molti in questi anni hanno espresso il loro profondo disagio per la sovraesposizione del termine “sacrificio” all’interno della teologia, della liturgia e della spiritualità cristiana. Un biblista (“L’interpretazione sacrificale della morte di Gesù”, pp. 15-50), un liturgista (“Il sacrificio del kippur e la cena del Signore”, pp. 51-82) e un filosofo (“Dal sacrificio alla misericordia”, pp. 83-110) hanno riflettuto su questo tema cruciale, con esiti davvero positivi che vanno recepiti e tradotti nella pratica liturgica e nella riflessione circa una sana soteriologia cristiana.

Se, con sacrificio in senso rituale, si intende una serie di riti che comprendono l’offerta, in modo cruento e no, di una vittima in onore del dio per placare la sua ira e ottenere una grazia, la riconciliazione, la remissione delle colpe, si deve dire che la presenza del tema è molto diversificata nella Bibbia.

Se nell’AT vengono descritti una molteplicità di riti sacrificali in ordine alla remissione dei peccati e alla pacificazione, culminanti col grande sacrifico compiuto nello Yom Kippur in vista dell’espiazione dei peccati, nel NT le cose cambiano radicalmente.

Nei soli due passi in cui Gesù menziona i sacrifici, egli li rigetta, a vantaggio della misericordia (Mt 9,13; 12,7). Gesù afferma con nettezza di preferire la misericordia ai sacrifici e, in effetti, la vita cristiana non li prevede più. Non si tratta più di sacrum facere per Dio tramite la distruzione della vittima. Il cristiano non ha un rapporto col Sacro ma col Santo. Dio è il Totalmente Altro e, nel contempo, il Dio dell’alleanza con Israele e con la Chiesa. È innegabile che lungo la storia si è sovraccaricata l’esperienza oblativa di Gesù che dona generosamente la propria vita in solidarietà redentrice inquadrandola nella categoria cultuale di “sacrificio” che non le si addice.

La redenzione avviene nel sangue di Gesù, simbolo di vita donata e “sparsa”, soprattutto nell’amore che esso esprime. Raffigurare la parola, la vita e la morte di Gesù come un sacrificio è fuorviante in quanto la sua vita è donata per noi, per i nostri peccati, per allontanarli dall’uomo. La vita di Gesù è dono fatto da lui stesso pro nobis e non pro Deo!

Se Rm 3,25, attraverso l’immagine del propiziatorio, rimanda alla celebrazione dello Yom Kippur, in primo piano sta però il sangue di espiazione (offerta da Dio, non dall’uomo), la vita donata per amore che riscatta il male e non la vittima immolata a Dio che rappresenti o sostituisca le persone e i loro peccati, come avveniva col capro espiatorio (e con la sua uccisione).

cristianesimo e sacrificioTranne che nella lettera agli Ebrei, dove viene presentato Gesù come sacerdote sui generis che offre se stesso come espressione di un sacerdozio esistenziale e non cultuale e in cui viene ricordata l’offerta generosa che egli fa della sua vita e del suo corpo come solidarietà misericordiosa e redentrice, nel resto del NT non c’è alcuna sovraesposizione del tema e del lessico del sacrificio, imperante invece in una certa soteriologia e nei testi liturgici.

Le parole di Gesù sul pane e sul vino rimandano a un dono generoso, non a un’offerta sacrificale a Dio tramite gli uomini.

Non ha senso di parlare di un “sacrificio” per la vita, l’opera e la morte di Gesù Cristo, quando quello avveniva dopo che la vittima era stata uccisa e distrutta… Nella donazione generosa di Gesù c’è innegabilmente un tasso di onerosità e di dono di sé che può rimandare a una sofferenza e a una pesantezza del cammino. Anche in questo caso, però, ciò che è in primo piano non è il sacrificio come privazione – come ben sottolinea il filosofo Mancini –, ma l’offerta di vita, di relazione, di amore.

È innegabile la tragicità degli esiti dell’interpretazione vittimale giuridico-forense-sostitutiva che dell’opera redentrice di Gesù è stata vissuta nella storia a partire da sant’Anselmo d’Aosta. Un’eredità dai risvolti negativi pesantissimi e stravolgenti la sana e corretta soteriologia cristiana ispirata ai testi evangelici e non alla filosofia e a una teoria giuridica di taglio penale e sostitutivo.

Il disagio si fa palpabile in molti celebranti e non quando, nella celebrazione eucaristica, si fa menzione delle parole di Gesù sul pane e sul vino con l’aggiunta arbitraria del sintagma in sacrificio, non presente nei testi biblici. L’eucaristia ha finito per assumere in sé come una componente prioritaria il connotato sacrificale assente nei vangeli e in 1Corinzi. Si chiede inoltre a Dio Padre di guardare alla vittima che lui stesso ha preparato per la Chiesa… Ma Dio ha mandato nel mondo il Cristo come vittima sacrificale? Lui stesso ha vissuto la propria vita dandogli questo significato?

Che fare?, si domanda il filosofo Mancini. Occorre risanare un ambiente ormai infestato da termini usurati, sbagliati, negativi, privativi. Egli suggerisce di usare preferibilmente le parole pazienza, passione come appassionamento alla vita, al bene degli altri. «Pazienza e passione sono le parole che rendono giustizia all’esperienza del patire e dell’amare nella condizione umana senza riproporre il lessico del sacrificio» (p. 108).

Si può usare anche il termine rinuncia, che però non è sinonimo di sacrificio in quanto mortificazione, ma nel senso di rinuncia come liberazione. «Rinuncia non alle persone, alla comunione, ma rinuncia a ciò che ci opprime e ci impedisce di essere liberi» (ivi).

Mancini propone, infine, di impiegare il termine e la via della misericordia come quella esplicitamente prevista da Gesù negli unici due passi in cui egli parla di sacrificio, citando la volontà di Dio espressa dal profeta in Os 6,6: «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13; 12,7, con i paralleli Mc 2,17 e Lc 5,32).

Il volumetto tocca un problema cruciale, un punto delicatissimo del linguaggio della teologia cristiana, della sua soteriologia e della sua liturgia: esso non deve appiattirsi sulla terminologia sacrificale tipica delle altre religioni (visto che il cristianesimo non lo è, fra l’altro!), ma mantenere intatto il profilo del dono d’amore positivo, anche se oneroso, che Gesù fa di sé con amore. Un dono positivo per la vita, un dono liberante, ricco di misericordia.

Il dono che Gesù fa di se stesso non è privativo, castrante, rinunciatario, ma positivo e liberante. E il Padre non aspetta nessuna vittima preparata da lui – in verità sono la violenza e il peccato dell’uomo che hanno fatto di Gesù una vittima –, ma condivide con gioia, nello Spirito, il dono generoso che Gesù fa di sé. Di fatto questo dono prende la piega della violenza e della morte crudele non per un disegno originario del Padre bisognoso di essere placato con l’offerta di una vittima divina sostitutiva in risarcimento di un’offesa ricevuta a livello divino, ma solo per l’ottusità totale dell’uomo alla voce amorosa del Dio dell’Alleanza.

Dal sacro tremendum et fascinosum passiamo definitivamente al Santo. Al Dio d’amore dell’alleanza, che sta da sempre dalla parte dell’uomo e sigilla il suo patto con la vita donata liberamente e per amore (= il “sangue”) dal suo Figlio Unigenito. Il suo dono generoso rivela il cuore generoso e ricco di misericordia di Colui che lo ha inviato nel mondo.

ROBERTO MANCINI – ENRICO MAZZA – GIUSEPPE PULCINELLI, Il cristianesimo e l’idea di sacrificio. A cura di BRUNETTO SALVARANI (Lapislazzuli s.n.), EDB, Bologna 2019, pp. 116, € 12,00.

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