Salmo 35: Il canto di un cuore amaro

di: Giovanni Giavini
Chi era il suo autore?

Domanda: chi parla in questo Salmo? Certamente un ebreo prima di Cristo anche se già quasi un suo discepolo; è soprattutto un uomo amareggiato, deluso, sconcertato, assetato di giustizia; non riesce a parlare se non a fiotti senza troppa logica, la sua preghiera ne risulta parecchio disordinata, benché comprensibile e molto vicina a quella di chi deve affrontare la vita con gioie e dolori in alternanza e a sorpresa. Non è esperienza più o meno di tutti noi mortali?

Proviamo a scavare in questo Salmo, pur dandogli un certo ordine a nostro servizio, e semplificandolo anche perché un po’ lungo.

Il Salmo si apre con l’invito a Dio a prendere le armi, come quelle di 2000 e oltre anni fa: scudo, corazza, lancia. Contro certi nemici di un suo servo maltrattato. Costui, innominato e quasi, direbbe Pirandello, un signor “uno nessuno e centomila”, ha amici amati e ora feroci: «Senza motivo mi hanno teso una rete, mi hanno scavato una fossa… Sorgevano testimoni violenti… mi rendevano male per bene… Essi godono della mia caduta, si radunano contro di me per colpirmi di sorpresa… contro di me digrignano i denti… parlano di pace e tramano inganni e dicono: Bene, i nostri occhi hanno visto e l’abbiamo divorato»!

Un amico vero e deluso

Che cosa invece aveva fatto il povero salmista? «Io, quand’erano malati, vestivo di sacco, mi affliggevo col digiuno, la mia preghiera (per loro) riecheggiava nel mio petto. Accorrevo come per un amico, come per un fratello, mi prostravo nel dolore come in lutto per la madre»!

Sorprende non poco questo amore per gli altri diventati poi, chissà perché (capita…), suoi feroci divoratori. La delusione sua quindi è lampante, amarissima, dolorosa. Ne nasce il suo desiderio di giustizia da parte del suo Dio, perché – si sottende – anche lui resta coinvolto: una vittoria schiacciante dei nemici significherebbe sconfitta anche per JHWH, per il Dio «che libera il povero dal più forte, il povero e il misero da chi li rapina… e vuole la pace del suo servo». Questa infatti era la forte fede del salmista (come la nostra?).

Di qui la supplica accorata a quel Dio anche ottimo combattente e ben armato: «Fino a quando, o Signore, stai a guardare? Siano svergognati e confusi quanti attentano alla mia vita… siano come pula al vento e l’angelo del Signore (una disgrazia? una peste? guai come le famose piaghe d’Egitto sul terribile Faraone e il suo esercito?) li insegua e disperda… Li colga una rovina improvvisa, li catturi la rete che hanno tesa e nella rovina siano travolti».

Evidentemente siamo ancora lontani dall’evangelo del perdono e della salvezza per tutti. Però è vero che anche il Padre di Gesù non è un buonista per il quale tutto va bene e che non ha interesse alla difesa del povero e dei suoi diritti, specialmente del povero che invoca e che aveva amato anche il nemico (così era stato già l’antico salmista).

La pace invocata

Questa dunque era, per allora, la pace che quel servo di Dio aspettava, invocava, desiderava con tutte le sue disarmate forze. Il Salmo suppone un intervento (finalmente!) di Dio per la pace del suo servo, benché non ne parli. Tuttavia lo si intravvede dalle espressioni di lode e di ringraziamento del salmista, che vuol coinvolgere in esse anche altri: «la grande assemblea, un popolo numeroso… Esulti e gioisca chi ama il mio diritto (in ebraico: la mia giustizia) e dica sempre: Grande è il Signore che vuole la pace del suo servo. La mia lingua mediterà la tua giustizia (interessante questo scambio tra la mia giustizia e quella di Dio: intrecciate) e canterò la tua lode per sempre».

Pur con i suoi limiti, dunque, anche questo Salmo contiene e propone qualche preziosa perla anche per la preghiera di noi credenti o mal-credenti che siamo.

Certo, noi oggi abbiamo alle spalle e davanti agli occhi del cuore un altro e straordinario Servo di JHWH: uomo dei dolori, che conosce il patire, maltrattato da tanta gente, eppure vincitore del male e della morte, capace di pregare sulla croce per i malfattori e offrire anche a loro il suo Paradiso. Lui ci invita ogni giorno a chiedere il perdono e la remissione e a darla ai nostri debitori (cosa che, forse, qualche volta sappiamo fare… sulla sua scia e alla luce della sua preghiera).

Con papa Francesco

Abbiamo toccato anche un importante aspetto della parola di Dio. Cioè, è evidente che essa s’è sviluppata lungo una storia di millenni, in vari momenti e forme, e continua anche oggi il suo cammino nelle Chiese e nell’umanità. Ogni epoca è chiamata ad ascoltarla e a viverla, anche ad approfondirne la ricchezza insondabile. Senza rimpianti banali del passato (peccati e disastri ci furono sempre assieme a meravigliosi segni di bene e di santità), aperti anche a novità: ce lo richiama spesso papa Francesco (cf. la sua Evangelii gaudium).

L’epoca moderna e post-moderna è carica di guai e di profezie di sventura, ma pure di segni positivi; tra questi l’esigenza di non arroccarci sul “s’è sempre detto e fatto così”, ma di ricuperare l’essenziale e il mistero del Vangelo e di riproporlo anche in linguaggi e forme nuove, più adatte all’uomo d’oggi. Bell’impegno per papi, vescovi, clero, teologi, catechisti, anziani e giovani… Senza timori, anzi sempre disponibili al Dio che, nascosto specialmente in Cristo, vuole la pace dei suoi servi.

Riprendendo qui Pirandello, potremmo dire che, nel Salmo 35, si esprimeva “uno, Gesù e 100 mila”? Sì, pur con qualche illuminata precisazione. E adesso, l’invito a leggerlo e a pregarlo così com’è nella Bibbia, secondo l’ultima versione della CEI (o in altre versioni moderne). Ce ne sentiremo coinvolti tutti, credenti o dubbiosi che siamo, magari sconcertati da tanti mali personali o sociali e dai silenzi di Dio dentro le tragedie di una povera eppur grande umanità. E vorremmo anche condividere il canto della fede con un «popolo numeroso».

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