Il Siracide e la sua Sapienza

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La domanda di don Abbondio per un ignoto filosofo va bene anche per l’autore del libro biblico chiamato Siracide (in sigla, Sir); in passato lo chiamavamo Ecclesiastico, perché molto usato per la formazione degli ecclesiastici. Ora è raccomandato a tutti dal nostro arcivescovo Mario Delpini per questo anno pastorale, dedicato alla ricerca della sapienza per la vita, in special modo per la vita che stiamo vivendo oggi, anche in mezzo al Covid, e non solo.

Forse anche altri vorranno ascoltarlo, quindi a tutti una breve introduzione.

Il Siracide: chi era costui?

Siracide, parola strana, indica un certo Gesù figlio di Sirach, un ebreo saggio che, intorno al 230 a.C., volle affidare a figli e amici una raccolta di consigli per impostare la vita in modo saggio. Non si sa né dove né quando precisamente, probabilmente in Palestina, che allora stava sotto il dominio politico e culturale dei greci successori di Alessandro Magno, dominio dapprima alquanto blando ma in seguito diventato pesante e persecutorio (dopo il 175 a.C.).

Il pericolo: perdere attenzione e contatto con la Sofia-sapienza tradizionale e religiosa ebraica, lasciandosi incantare dalla Sofia ellenistica e pagana.

Fatto sta che quel vecchio saggio diede origine, in lingua ebraica, a una raccolta di detti di sapienza. Poco dopo il 200 a.C. un nipote, dopo la morte del nonno, si preoccupò di tradurre in greco (lingua internazionale allora) l’opera del nonno.

Il testo ebraico originale ci è giunto solo a brandelli e quello greco in due versioni, una più lunga dell’altra. Ora le Bibbie moderne sfruttano tutto questo vario patrimonio sotto il nome di “Siracide” e ne offrono una versione alquanto libera ma che si suppone abbastanza fedele al patrimonio originale. E leggibile per noi. Così fa anche la recente versione della CEI.

A parte però questo problema sull’origine del Siracide, è importante e interessante chiederci: donde attinsero il nonno e il nipote quella Sapienza per la vita loro e delle generazioni successive?

Possiamo vederne almeno tre sorgenti: la fede tradizionale del popolo di Israele ovviamente, le esperienze vitali e concrete del passato (come quelle del nonno) e del presente, la saggezza diffusa anche presso altri popoli (e religioni!). Pur essendo quindi un’opera molto giudaica, tuttavia non rimase chiusa ad altre sorgenti e così si avvicina a quanto oggi, specialmente dopo il concilio Vaticano II, pensiamo anche noi. O meglio: noi abbiamo riscoperto le intuizioni molto interessanti del vecchio Siracide e non solo di lui. Al riguardo invito tutti a leggere con attenzione il cap. 24 del libro, che qui sintetizzo.

Le fonti della sua Sapienza

Nel cap. 24 si autopresenta la Sapienza di Dio come un’attrice sul palcoscenico del mondo e del popolo ebraico e illustra con immagini di stile orientale le proprie caratteristiche; la prima immagine è di essere «uscita dalla bocca dell’Altissimo», come sua Parola (in greco Logos, in latino Verbum), e come una nube – spesso simbolo della realtà misteriosa ma reale di Dio – diffusa nei cieli, negli abissi marini e «su ogni popolo e nazione» (quindi presente come nuvola luminosa e parlante almeno in qualche misura dappertutto e presso tanti popoli); però per volere del Creatore essa ha «piantato la sua tenda in Israele, in Sion Gerusalemme»!

E, dopo una serie di doti poeticamente proclamate come quelle di ottima vite e madre di amore, timore e speranza, la Sapienza si rivolge ai suoi figli con parole che, nelle feste della Madonna, usavamo per lei (ma sviandole) e che invece serviranno a Gesù nel discorso sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao in Gv 6: «Avvicinatevi a me – dichiara la Sapienza – voi che mi desiderate i saziatevi dei miei frutti: quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete» (cioè desidereranno ancora gustare la mia bontà; però sottinteso è che non saranno ancora stati davvero saziati; Gesù invece, in quella pagina di Gv 6, dirà: «Chi mangia di me e berrà il mio sangue non avrà più né fame né sete della vera Vita»!

A questo punto il Siracide ha un’ulteriore precisazione: quella Sapienza divina «è il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la legge che Mosè ci ha prescritto. Essa trabocca di Sapienza, più dei più grandi fiumi e più degli abissi del mare».

Qui scorgiamo il massimo della concentrazione della Sapienza divina, cioè nella legge (comandamenti e altri più di 600 precetti): per il Sir e tanti suoi correligionari, la Legge era dunque realtà-grazia divina più che umana e possiamo immaginare lo scandalo suscitato da Gesù con quel suo non e con altre dichiarazioni dello stesso senso, come «Io sono la luce del mondo…, la Via-Verità-Vita…, Mosè vi ha detto ma io vi dico…».

Chi poteva mai essere quell’uomo di Nazaret finito poi come un «maledetto» secondo la legge? I cristiani greci diranno, con linguaggio preciso ma astratto: Gesù era della stessa “natura” di Dio Padre, “persona divina” come Lui e come lo Spirito Santo. Due diversi linguaggi a servizio dell’unica cristologia: uno più astratto, l’altro più concreto e più legato alla storia. Quale dei due sembra più ricco e potrebbe servire di più oggi?

Dal Siracide a Gesù, Sapienza e Parola di Dio

Comunque: che cosa permise e portò i primi cristiani, tutti condiscepoli del Siracide, a credere e annunciare che la Sapienza-Parola di Dio, pur diffusa dappertutto e presente in modo speciale in Israele e nella Legge divina, aveva posto la sua tenda e si era concentrata in modo del tutto nuovo nella “carne” di un ebreo figlio di un’umile donna galilea e crocifisso? E per questa fede dare anche la vita?…

Grazie, dunque, al Siracide per averci condotto fin qua. Ora leggeremo più attentamente la sua raccolta di detti saggi per l’esistenza di tutti i giorni, compresa quella della famiglia, della compagnia di donne più o meno belle e sagge (!) e figli, del lavoro, della crescita in comunità ecc. Buona lettura a tutti.

Se può giovarvi: l’anno scorso ho letto il Sir con un gruppo parrocchiale di anziani e giovani: felice sorpresa per tutti.

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