Un Dio da raccontare

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Le tre conferenze organizzate dal Centro Informazione Biblica di Carpi (MO) per l’anno 2019 hanno avuto come temi la storia di Giuseppe (Gen 37–50), il libro di Giuditta e i racconti sulla risurrezione di Gesù, in cui sono presenti diversità e conflitti.

Nella sua introduzione, il presidente del Centro, don Alberto Bigarelli, ricorda come la Bibbia sia la grande narrazione di un’esperienza che diventa anche esperienza di narrazione. Si è calcolato che il 60% della Bibbia contenga materiale narrativo. Per questo motivo il metodo narratologico prende sempre più piede nell’analisi dei testi, facendone gustare il movimento interno, senza trascurare i dati teologici. In tal modo esso integra validamente il metodo storico-critico, più “statico” ma tuttora indispensabile.

Giuseppe e i suoi fratelli

Fra gli elementi del racconto di Gen 37–50, Jean Louis Ska (professore emerito del PIB di Roma, pp. 15-44) sottolinea il fatto che Dio non intervenga quasi mai direttamente nella vicenda narrata, ma lo faccia attraverso i personaggi con la loro saggezza e le loro risorse personali. Essi riescono a leggere il disegno di Dio per la salvezza della propria famiglia e del popolo intero. Il racconto si costruisce su elementi umani più che soprannaturali.

Forti sono i sentimenti, le passioni, le decisioni umane. Il racconto di Giuseppe infonde speranza, mostrando come anche i conflitti più gravi possono essere risolti con le risorse che Dio dona alla nostra umanità.

Ska ripercorre il racconto a partire dall’odio coltivato dai fratelli nei confronti del figlio preferito dal padre Giacobbe. Giuseppe non lavora, gode di una veste variopinta dalle lunghe maniche, sogna di essere riverito dai fratelli e di avere la supremazia su di loro e sullo stesso padre Giacobbe. Rapito o venduto che sia stato, Giuseppe approda in Egitto e, dal carcere, giunge a diventare visir grazie alla sua capacità di interpretare i sogni dei compagni di cella e dello stesso faraone. Viene preposto alla distribuzione accorta del grano nei tempi di abbondanza e in quelli di carestia.

La mancanza di grano costringe i fratelli di Giuseppe a scendere in Egitto e a incontrare il fratello, senza riconoscerlo. A sua volta, Giuseppe non si rivela loro e usa un interprete per i colloqui. La storia trova la sua svolta decisiva quando Giuda, che prende il posto del fratello maggiore, si rende garante per la vita dell’amato figlio minore Beniamino, non volendo rivedere il dolore del padre dopo aver ricevuto la notizia della morte di Giuseppe per sbranamento. Giuda pronuncia un discorso accorato e sincero (Gen 44,18-34). Egli si rende garante, riconosce e accetta l’amore del padre con le sue predilezioni. In seguito, si ricorderà fra i fratelli l’angoscia di Giuseppe calato nella fossa.

Alla fine, Giuseppe non tregge più, fa allontanare i presenti, scoppia in pianto e si rivela ai fratelli. Egli sigilla la fraternità ritrovata facendo scendere anche l’anziano padre in Egitto, fornendo a tutto il clan il necessario per vivere.

Quello che era stato pensato per il male, Dio lo ha trasformato in bene, è la conclusione tratta da Giuseppe (cf. Gen 50,20), che ha potuto sfamare la sua famiglia e, dopo vent’anni, recuperare la fraternità infranta. Giacobbe non aveva mai disperato di rivedere il figlio (traducendo con Ska Gen 44,28b: «Non l’ho più visto fin ad adesso»). Giuseppe è magnanimo e vince anche il senso di colpa dei fratelli che, morto il padre e ritornati in Egitto dopo la sua sepoltura nel campo di Macpela, temono di essere trattati male da Giuseppe.

Gen 37–50 è una storia di fraternità infranta e ritrovata, scritta con mirabile capacità narrativa e profondità psicologica, arricchita da un prezioso insegnamento teologico.

La bella e astuta Giuditta

Flavio Dalla Vecchia (professore di AT presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, pp. 45-74) ripercorre la storia dell’eroina Giuditta che libera la sua città Betulìa e Israele tutto dal potente avversario, il generalissimo Oloferne inviato dall’imperatore Nabucodònosor a sottomettere il mondo intero e a costringere ad adorare la sua persona, posta al di sopra di Dio.

Dopo i capitoli dedicati ai maschi guerrieri e ai loro disegni e deliri di onnipotenza (cc. 1–7), entra in campo la bella vedova Giuditta, pia e timorata di Dio. Ella rimprovera le guide spirituali del popolo per aver sottoposto Dio a un vero e proprio ricatto: se fra cinque giorni egli non libererà la città di Betulia prostrata dalla fame e dalla sete dall’assedio dei nemici, essi si arrenderanno. La posta in gioco però è grande.

La conquista di Betulìa aprirà ai nemici la strada per la conquista dell’intero paese, con le sue disastrose conseguenze religiose: la distruzione del tempio e di Gerusalemme, la sottomissione a un culto idolatrico che non è quello jahwistico.

Colma di fede e di fiducia in Dio, la bellissima vedova adopera tutte le malie e le arti seduttive tipicamente femminili per farsi accogliere nel campo avversario e sedurre Oloferne. Ella gli rivela di dover fare una grande impresa e che il Signore la porterà a compimento (ma il Signore è YHWH e non Oloferne!). Ubriaco fradicio, senza aver posseduto Giuditta, Oloferne si ritrova con la testa mozzata dall’eroina che si serve della scimitarra del generale stesso.

La seduzione e l’inganno salvano il popolo, il tempio e la religiosità ebraica messa in pericolo. Una donna, con la sola sua fede, saggezza e accortezza, riesce a compiere “con le sua/mia mano”, guidata da Dio, l’impresa di umiliare il nemico maschio, generalissimo in capo di un esercito immenso.

Il libro di Giuditta si presenta come un rivisitazione dell’esodo, avendo però come protagonista non un uomo, ma una donna pia, saggia e astuta. Anche dopo la vittoria, ella continuerà la sua vedovanza consacrata alla preghiera e a una vita ritirata, godendo lunga vita (105 anni!) e distribuendo prima di morire i beni fra i membri del clan, salvaguardando in tal modo l’integrità del patrimonio familiare. Un racconto esemplare per il giudaismo che vive ai tempi della seduzione – e della persecuzione – offerta dalla cultura ellenistica.

I racconti pasquali fra variazioni e conflitti

A partire dal racconto provocante della bugia messa in giro dai giudei circa il furto del corpo di Gesù dopo la sua morte e sepoltura, Ermenegildo Manicardi (biblista e vicario generale della diocesi di Carpi-Modena, pp. 75-124) analizza brevemente alcuni brani dei racconti pasquali degli evangelisti Marco e Matteo con la loro verità incontrovertibile.

Lo studioso ripercorre il cammino compiuto dalla Chiesa primitiva dalle prime professioni di fede nella morte e risurrezione di Gesù, fino al formarsi dei racconti pasquali raccolti nei Vangeli.

Dalla fede nella risurrezione di Gesù e dall’incontro dei discepoli con lui nascono dapprima le formule del kerygma e poi i veri e propri racconti pasquali. Le prime lettere paoline (ad es. 1Ts 1,9s; 1Cor15,1-11) fanno da tramite tra gli eventi di Gesù e la scrizione di Marco nel 68 d.C. e di Matteo a metà degli anni 80. Paolo trasmette una formula di fede ricevuta e ormai tradizionale da anni.

I racconti evangelici vennero elaborati e trasmessi per esprimere sempre meglio ciò che Dio aveva compiuto nella morte e risurrezione di Gesù. Essi contengono diverse varianti riguardanti ad es. i vari personaggi angelici o meno (a volte uno, a volte due) che compaiono quali segni della potenza di Dio nel ribaltare la pietra sepolcrale e quali annunciatori del mistero della risurrezione di Gesù. I racconti non sono fotografie, ma icone sacre ricorda Manicardi. Appoggiate sui fatti storici, le icone sono “colorate” in modo da esprimere attraverso elementi stilizzati un messaggio teologico ben chiaro.

Alle donne in visita alla tomba, Marco fa annunciare da un giovane, seduto sulla destra del luogo dove c’era il corpo di Gesù: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù, il Nazareno, il crocifisso. È risorto. Non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto». Manicardi propone come interpretazione personale, giudicata da lui stesso minoritaria nella comunità scientifica, che il rapporto fra le parole del “giovane” non sia di tipo causale: «È risorto e perciò non è qui».

Manicardi afferma che Gesù risorto poteva essere benissimo lì, e forse avrebbe portato maggiore chiarezza e certezza… Le donne ricevono l’incarico di annunciare ai discepoli di Gesù e a Pietro che Gesù li precede in Galilea e là lo vedranno, come aveva detto. La risurrezione apre la possibilità della ripresa di una nuova sequela, a livello universale.

La brusca finale di Mc 16,8 («Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite») è considerata originale da Manicardi, che interpreta i fatti in questo modo.

Le donne non dissero niente pubblicamente circa il mistero pasquale, ma lo rivelarono soltanto a Pietro e agli altri, come testimoniato dagli altri racconti evangelici. Ancora a Pentecoste, cinquanta giorni dopo, il fatto della risurrezione sembra infatti essere annunciato da Pietro per la prima volta.

La finale lunga di Marco (Mc 16,9-20) fu elaborata nel tempo come risposta alla domande circa gli eventi successivi (cristofanie ecc.) e fu accolta come canonica e ispirata dal concilio di Trento nella sua versione presente nella Vulgata.

Il testo marciano trasmette l’annuncio teologico che Gesù non è stato solo rivivificato – per poi morire di nuovo – ma che ha iniziato per intervento escatologico di Dio una nuova umanità fondata sull’amore e ha riproposto la sequela come possibile per coloro che lo avevano seguito nella sua vita terrena.

Manicardi analizza anche alcuni elementi dei racconti pasquali del Vangelo di Matteo, sottolineando la vittoria di Dio e l’incarico della proclamazione del vangelo nel mondo intero.

Propri di Matteo sono il racconto degli avvenimenti apocalittici del terremoto e della lacerazione del velo del tempio, così come quello della decisione di far sorvegliare la tomba (ricordata tre volte: sorvegliare, fare la guardia, “sigillare”, gr. asphalizō; Mt 27,62-66). (A p. 121 r 8 la citazione corretta è Mt 28,16-20).

La menzogna elaborata e fatta circolare nel mondo giudaico circa il furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli (Mt 28,11-15) è preceduta e ben “corretta” dalla elaborazione dei racconti pasquali dei Vangeli. Essi sono in “conflitto” con narrazioni false, ma non con altri racconti evangelici divergenti nei particolari – fortunatamente –, in quanto opera di veri autori umani, pur ispirati da Dio.

I racconti diversi evidenziano la pluralità dei valori in campo e l’importanza del mistero pasquale, ma sono concordi nell’evangelizzare la verità fondamentale del mistero di Cristo morto e risorto per la salvezza di tutti gli uomini. Una “buona notizia” da annunciare al mondo intero, facendo discepoli di Gesù tutti i popoli.

  • JEAN LOUIS SKA – FLAVIO DALLA VECCHIA – ERMENEGILDO MANICARDI, Un Dio da raccontare. Presentazione di Alberto Bigarelli (Sussidi biblici), Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2020, pp. 128, € 14,50, ISBN 9788880712329
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