Il Vangelo del “discepolo amato”

di:

giovanni

Una full immersion nel volume del docente alla FTER di Bologna e al Pontificio Istituto Biblico di Roma mi ha fatto gustare a fondo la particolare teologia giovannea e lo splendore della sua profondità. Marcheselli espone in queste diciassette relazioni che svariano su tutto il Quarto Vangelo la ricchezza della testimonianza prodotta dal Discepolo Amato. Sono studi prodotti per varie circostanze e per lo più non rivisti dall’autore. Conservano il tenore colloquiale, ma sempre serrato, limpido e conseguente.

Lo studioso è convinto che l’autore del Quarto Vangelo sia Giovanni figlio di Zebedeo, coincidente con il Discepolo Amato. Rielaborata in ottimo greco dalla scuola giovannea formatasi nell’ambiente efesino, la sua testimonianza vede la luce alla fine del I sec. d.C. come testimonianza matura dell’identità profonda della figura di Gesù, Verbo incarnato.

Il Discepolo Amato è tale non perché Gesù lo abbia amato più degli altri, a monte, ma perché lui, a valle, è stato il più completo, veloce e profondo accoglitore della rivelazione compiuta da Gesù, il primo a saperlo riconoscere nella sua identità profonda.

La sua funzione nella Chiesa, che rimarrà per sempre, è quella testimoniale. Egli è il testimone che attesta per iscritto la rivelazione circa il Verbo preesistente (asarkos – senza la carne) e su quello incarnato (sarkos – con la carne). Nel Verbo asarkos è stato creato tutto e quindi tutti possono testimoniare più o meno chiaramente sulla sua identità e di aver intravisto e gioito della sua esistenza.

Dopo gli importanti capitoli sulla genesi del Quarto Vangelo, il suo linguaggio e il suo stile (molto importanti da conoscere per evitare fraintendimenti e gustare il fascino e l’ironia dello scritto giovanneo, l’esposizione “a ondate” successive, oltre all’importanza delle espressioni doppie identificate come endiadi), Marcheselli espone la pneumatologia giovannea (cinque detti, in altro contesto da lui ridotti a quattro), e il rapporto con la Sinagoga.

Il Quarto Vangelo non è antigiudaico perché composto da un ebreo che parla ad ebrei dal didentro della famiglia, e non è opera di un esterno che getta addosso accuse al popolo ebraico come martellate in testa. I “giudei” del Quarto Vangelo non sono tutto il popolo di ieri né quello di oggi, ma la parte (per lo più dirigente la vita religiosa e sociale del popolo) che si oppone a Gesù e rifiuta la sua rivelazione (= verità).

Un capitolo è dedicato ai “segni” che non puntano tanto al miracoloso, quanto a rimandare a una realtà più profonda a cui aprirsi e da accogliere con la fede. Il sesto capitolo è dedicato all’analisi del Prologo che, come introduzione, è stato composto alla fine, accogliendo varie espressioni già presenti nel resto del Vangelo. Il Prologo è indispensabile per la comprensione del testo del Quarto Vangelo.

Il c. 4 riguardante Gesù e la Samaritana è costruito in modo compatto attorno ai temi dell’acqua, del marito e della missione: il tema è quello di un messia che viene dai giudei, è il Salvatore, e attira a sé il popolo dei samaritani.

Gesù si rivela come il salvatore, il messia atteso, rivela di essere più di un profeta e insiste sull’adorazione slegata dai luoghi. Essa è collegata allo Spirito della verità, che introduce la rivelazione del Padre apportata da Gesù, Verbo incarnato, nel cuore del credente e la attualizza e dà la forza di compiere la volontà del Padre.

Se il cibo di Gesù è quello di compiere le opere del Padre e portare a compimento il suo progetto di salvezza, non sono i discepoli ma la donna di Samaria a procurare il cibo che egli cerca: le persone, i samaritani.

I temi dell’acqua, della sete, della fame e del cibo sono collegati anche al tema del marito e dell’adorazione vera proposta dal Salvatore che viene dei giudei. Un capitolo compatto, in cui la donna diventa testimone fra il suo popolo e lo porta fuori dalla città a incontrare Gesù.

Dopo l’esame delle linee fondamentali del c. 6 sul pane della vita, Marcheselli affronta lo spinosissimo capitolo ottavo contenente le dispute di Gesù con i giudei e la pesante invettiva profetica del v. 44.

Un gruppo di giudei dà un certo credito iniziale a Gesù e si apre a lui, perdendosi poi per strada. Al v. 48 Gesù si rivolge ai “giudei”. Il dialogo è serrato, di altissimo livello di tensione, ma è pur sempre una lite in famiglia, con accuse che non si discostano dalle tante rivolte a suo tempo dai profeti al proprio popolo incredulo e adultero nei confronti di YHWH.

Abramo accolse sempre la parola di Dio, si aprì al suo progetto di salvezza, quindi gioì due volte, per la nascita di Isacco e per aver intravisto in lui la grandezza del suo discendente illustre, il Verbo incarnato. Abramo lo poté fare perché tutto è stato creato nel Verbo asarkos.

Il capitolo sul cieco nato fra ripercorrere lo splendido cammino di fede e di testimonianza coraggiosa del malato guarito che, dopo un duplice processo da parte dei farisei, paga il prezzo di essere espulso dal tempio (e quindi dalla Sinagoga) a causa della sua accettazione della rivelazione di Gesù come Signore (a differenza dei genitori, che restano schiavi delle convenzioni sociali e religiose).

Il cieco che crede giunge alla vista e alla fede. I farisei che credono di vederci, restano ciechi e peccatori nel loro libero rifiuto della rivelazione di Gesù.

Un capitolo scritto benissimo dal Discepolo Amato, con finezza di ironia e di doppi livelli di significati. Involontariamente i nemici affermano spesso delle verità profonde su Gesù, il loro avversario che vorrebbero sconfiggere e confutare…

Il contesto della festa delle Capanne dura da Gv 7,1 a 10,21. Il c. 10 sul buon pastore è quindi da collegare strettamente al c. 9 riguardante la guarigione del cieco nato. Il cieco guarito è cacciato fuori dalla zona templare (hieron), chiamata talvolta anche aulē.

Gesù incontra fuori del tempio il cieco guarito e pronuncia il discorso sul buon pastore che entra nel recinto, chiama le sue pecore e le caccia fuori, guidandole a pascoli di vita. Egli ha anche altre pecore che non provengono da quel recinto e deve chiamare anche quelle, non per farvele rientrare, ma per farle uscire a libertà. Un solo gregge, un solo pastore (non “un solo ovile” come si pensava nel passato!).

Gesù chiama fuori dal recinto un popolo rinnovato, la Chiesa, senza muri e confini. Il Buon Pastore è la porta da cui passare per avere la vera rivelazione di Dio e depone liberamente la sua vita a favore delle pecore, con il potere di riprenderla. Un discorso che anticipa l’episodio della lavanda dei piedi e della morte in croce e risurrezione del Buon Pastore (che ripiega perfettamente con signoria il panno del sudario e lo pone lontano dagli altri panni funerari…).

Nel c. 14 Gesù annuncia che se ne va, ma verrà. Si ricapitola poi la condizione presente dei discepoli, con i temi della via e della conoscenza-visione del Padre. In Gesù presente è possibile vedere il Padre. Nei vv. 12-26 Gesù enuncia invece le quattro promesse che fondano l’avvenire dei discepoli nel mondo: le opere più grandi (la prosecuzione del ministero di Gesù a livello universale), l’altro Paraclito (lo Spirito, oltre al primo Paraclito, Gesù), la venuta di Gesù dopo la risurrezione (le apparizioni del Risorto, in primis), la venuta di Gesù e del Padre nell’intimo del credente.

Un capitolo è dedicato al processo romano davanti a Pilato, in cui Marcheselli distingue otto scene, con uscita ed entrata di Pilato dal pretorio verso i giudei, dapprima senza Gesù e poi con Gesù. Le prime tre scene e le ultime tre sono seguite da un rispettivo epilogo (19,1-3.16b-18).

Al di là della possibilità che Pilato abbia intronizzato Gesù, resta il fatto che non gli fa togliere le vesti regali e Gesù appare come il vero re e il giudice di coloro che lo vogliono giudicare.

La difficile espressione “Ecco l’uomo” può essere spiegata con la teologia giovannea secondo cui Dio si rivela nella carne.

Tutto il testo gioca sul ruolo di Gesù presentato come re dei giudei, sul non rinvenimento in lui di colpa alcuna, sul disprezzo ironico di Pilato nei confronti dei giudei e sulla sua progressiva perdita di controllo della situazione.

Gesù non parla in modo generale della provenienza divina dell’autorità umana (exousia, femminile in greco), ma solo del fatto che Pilato non avrebbe quel potere limitato (neutro in greco) di liberarlo o farlo uccidere se non gli fosse stato concesso dal piano divino in cui lui esercita la sua libertà, in modo negativo.

Nessuno accetta la verità proclamata da Gesù, cioè la rivelazione divina. Con forte ironia, il gruppo dei potenti fra i giudei è presentato alla fine mentre proclama con tragica ironia giovannea di non avere altro re che Cesare (una bestemmia, idolatra, per loro che dovrebbero venerare solo YHWH).

La scena di Maria (“madre”) e del Discepolo Amato sotto la croce, mai chiamati per nome, è una scena di rivelazione (oltre che di affidamento filiale di Maria alle cure del Discepolo Amato). Gesù con signoria china il capo e poi consegna lo Spirito al nucleo germinale della Chiesa rappresentata dalla “madre” e dal discepolo che più velocemente e profondamente ha intuito e accolto la recondita identità di Gesù e della sua rivelazione. È la nascita della Chiesa che, ai tempi della composizione del Quarto Vangelo, comprende nell’area efesina anche molti discepoli provenienti dal paganesimo e non solo dal grembo del popolo ebraico.

Il Discepolo Amato accoglie fra le sue cose amate, nella sua intimità, la “madre” che genera altri credenti invitandoli a fare quello che Gesù dirà loro. La Chiesa rimarrà unita, non strappata, come unita rimane la tunica inconsutile tirata a sorte dai soldati sotto la croce e intatta rimane la rete piena di 153 grossi pesci tirata a terra da Pietro dopo la pesca miracolosa nel mare di Tiberiade, in Galilea.

Nel Quarto Vangelo il Risorto appare sia a Gerusalemme che in Galilea. Nella tomba vuota il Discepolo Amato non vede nulla di più di quanto veda Pietro, ma coglie l’insieme (la tomba, il sudario ben piegato a parte rispetto alle altre bende, e il ricordo della rivivificazione di Lazzaro) come un segno della risurrezione.

La sera di Pasqua Gesù risorto viene dai suoi, nel luogo di ritrovo mai espressamente identificato (Gesù viene ovunque c’è la fede in lui…). È lo stesso Gesù di prima, con i segni della passione ben impressi nel corpo, ma con una umanità trasfigurata. Insuffla lo Spirito nei discepoli, rendendoli uomini ricreati. Dona il potere del perdono, la pace e il compito-dono della missione.

Gesù viene e sta in mezzo ai suoi, consegna i suoi doni pasquali, e viene anche otto giorni dopo la Pasqua quando Tommaso è presente. Egli vuole aver la stessa esperienza di visione goduta dai suoi condiscepoli, anche se ha perso l’occasione di credere fidandosi solamente della loro testimonianza. Se ne esce comunque con la più bella professione di fede del NT. Ad essa segue la beatitudine promessa a coloro che hanno creduto/crederanno pur senza aver visto il Gesù storico e il Gesù risorto (in greco ci sono due participi aoristi).

Il c. 21 è stato aggiunto a una prima edizione del Quarto Vangelo perché il Discepolo Amato era morto e questo aveva comportato uno schock non indifferente e occorreva riposizionare gli accenti della Chiesa giovannea in rapporto all’esperienza delle altre Chiese.

Pietro ha un compito pastorale di guida, fondato sull’amore profondo per Gesù. Il Discepolo Amato ha invece il duraturo compito testimoniale di attestare per iscritto, a perenne memoria, la rivelazione portata da Gesù Verbo asarkos incarnatosi come Verbo sarkos. Egli, Unigenito, Dio, rivela il Padre e vuole guidare tutti gli uomini a lui.

Lo Spirito guiderà i discepoli alla verità intera, nell’attualizzazione della parola che renda sempre la Chiesa capace di offrire la testimonianza al Figlio, perché tutti gli uomini credano di lui. Via, Verità e Vita, il Verbo incarnato è il Salvatore, il Rivelatore, il Donatore (unitamente al Padre) dello Spirito. Egli, insieme al Padre e allo Spirito, verrà presso i suoi che lo accolgono (ebrei e gentili) e porrà la sua abitazione in loro.

Le pagine di Marcheselli sono di una chiarezza didattica encomiabile, senza alcuna astrusità accademica. Il volume non riporta note e bibliografia ma è pregio dell’autore accennare brevemente nei luoghi più difficili alle soluzione esegetiche alternative possibili, per poi indicare chiaramente la propria posizione, con la quale, mi sono quasi sempre trovato d’accordo.

Il volume di Marcheselli è quasi un commentario al Quarto Vangelo. Sono esaminati quasi tutti i capitoli e le parti più impegnative di essi. Un vero testo da consultare da parte di tanti lettori, studiosi, predicatori, studenti e amanti del Quarto Vangelo, non sempre facile da comprendere in profondità. Non tutti siamo aquile come Giovanni, figlio di Zebedeo e Discepolo Amato…

  • MAURIZIO MARCHESELLI, Il Quarto Vangelo. La testimonianza del “discepolo che Gesù amava”. Commenti scelti dal curatore ALDO PERI (Sussidi Biblici s.n.), Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2021, pp. 526, € 23,80, ISBN 9788880712398.
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