Brescia, nel cuore dell’emergenza

di: Giordano Cavallari (a cura)

Caritas BresciaIntervista con Marco Danesi, vicedirettore della Caritas di Brescia, una delle zone attualmente più colpite dalla pandemia. Dopo decenni di disattenzione, se non di decostruzione, della Caritas da parte della Chiesa italiana, essa torna ad essere punto di riferimento dei vescovi, linea avanzata del cattolicesimo in una marginalità che oramai coinvolge tutti i cittadini del paese. Nutritasi sempre dell’immaginario evangelico, la Caritas è esattamente lì dove avrebbe dovuto essere al momento giusto – a differenza di molti altri settori istituzionali della nostra Chiesa. In un passaggio come questo è giusto renderle il dovuto onore. Ma questo non basta. L’ora presente dovrebbe diventare anche l’occasione, per i vescovi italiani, di riflettere sulle scelte degli ultimi trent’anni mirate a una “normalizzazione” della Caritas quale spina nel fianco di una Chiesa locale. Il tempo che attraversiamo chiede, però, alla Caritas stessa di immaginarsi oltre l’emergenza, diventare un polmone spirituale del paese che sostiene la tenuta dell’animo di tutta la popolazione.

Caro Marco, riesci a dirmi con una frase com’è la situazione determinata dal virus a Brescia?

Non c’è famiglia nella diocesi di Brescia che non conosca persone malate e/o morte: siamo in una situazione e in uno stato d’animo mai vissuti prima, sicuramente da parte della mia generazione.

L’ambiente Caritas è allo stesso modo coinvolto e colpito nelle persone, come ogni altra famiglia. Penso con commozione in questo momento soprattutto a diversi nostri volontari di fascia di età medio alta. Molti si sono ammalati. Alcuni non ci sono più.

Puoi dirci come la Caritas di Brescia sta affrontando la situazione nel servizio alla povera gente?

Stiamo cercando di mantenere con le energie che restano tutti i servizi fondamentali della carità per i poveri, perché, oggi più che mai, ne risulta con evidenza la valenza sociale, oltre che di vera umanità. Ti presento l’attività di alcuni servizi in sequenza. Comincio dalla nostra comunità di accoglienza di donne in corso di emancipazione dalla tratta.

Praticare la carità in condizioni di emergenza

Ha sede in una casa per sua caratteristica protetta dall’esterno. Un paio di nostre operatrici dedicate ha contratto il virus. Sono state ovviamente esentate dal servizio e sostituite nei turni dalle altre operatrici. Le ospiti stanno tutte bene. Sono state quindi adottate le misure possibili per entrare e per uscire dalla casa. Il rischio di contagio è ridotto. Ma ovviamente non può essere azzerato. In una casa ciò è relativamente facile da realizzare.

Maggiori difficoltà dobbiamo affrontare nella nostra mensa di città. L’accesso agli spazi interni è stato chiuso. Ma ogni giorno prosegue la distribuzione di borse viveri bastanti per il pranzo e per la cena.

Caritas Brescia

Dal portone alla veranda le persone entrano una alla volta per poi riuscire. Devo dire che gli ospiti – stiamo parlando in genere di persone senza tetto o di occupanti case fatiscenti – sono molto bravi e comprensivi. Hanno capito molto bene e accettato la situazione. La mensa è l’unico servizio di questo tipo rimasto in città. Ed è veramente fondamentale.

Siamo passati dalle 120-130 alle 180 persone servite ogni giorno. Ci stiamo impegnando a sostenere questa fatica con i nostri soli operatori dipendenti, rinunciando purtroppo all’apporto dei volontari, per evidenti ragioni. Tutti gli operatori quindi – già variamente impiegati anche negli uffici amministrativi – si turnano per dare una mano: 2 o 3 per volta confezionano le borse viveri, mentre il responsabile della mensa provvede personalmente alla distribuzione. Per far questo adottiamo, a maggior ragione, i presidi raccomandati: guanti, mascherine e tute monouso.

Sinora abbiamo reperito il materiale. Devo fare l’encomio dei nostri operatori. Si sono adattati rapidamente a qualcosa di inedito. Stanno facendo con passione e con sacrificio. Sapendo di correre inevitabilmente qualche rischio. Comprensibilmente qualcuno non se la sente. Le condizioni familiari sono diverse. I rischi possono essere più o meno elevati. Tutti stanno facendo la loro parte. Mi pare che anche questa sia una testimonianza.

E vengo al dormitorio, che è forse il servizio più delicato per quanto sto dicendo. Abbiamo in questo periodo stabilmente 24 ospiti ogni notte, dalle 18.30 di sera alle 8.30 del mattino. Il servizio di dormitorio comprende le somministrazioni dirette della cena e della colazione. I volontari sono stati esentati mantenendo il servizio aperto solo con gli operatori. Sono stati assunti nuovi operatori. Sono motivati e consapevoli: sanno quello che stanno facendo e perché lo stanno facendo. Direi che si comportano molto responsabilmente: dico da cristiani. Condividono peraltro le stesse preoccupazioni che portano gli ospiti che non hanno una dimora. Alcuni ospiti ci hanno chiesto di tenerli tutto il giorno in casa, 24 ore al giorno, per maggiore sicurezza.

Ma altri ci hanno detto che non avrebbero potuto restare tutto il giorno. Non sarebbero riusciti. Hanno bisogno di uscire. Non avremmo potuto quindi funzionare a metà tra dormitorio e struttura residenziale. Sarebbe stato ancora più rischioso. Perciò, per ora, stiamo andando avanti così. Mi sento di dire che “grazie a Dio” non abbiamo registrato sinora alcun contagio tra gli ospiti.

La strada e il cielo

A volte penso che chi fa da anni una vita difficile per strada matura una particolare immunità, dal cielo e dalla natura.

Non abbiamo lasciato, infine, il servizio di accoglienza, in modalità diffusa, in appartamenti, anche presso le parrocchie, dei ragazzi richiedenti asilo. I nostri operatori si spostano da un punto di accoglienza all’altro cercando di rispettare tutte le disposizioni.

Ovviamente gli stessi ospiti sono coinvolti e impegnati per se stessi. Non vogliamo lasciar perdere nessuno. Questi ragazzi hanno già attraversato mille difficoltà. Non possono pagare un prezzo di nuovo alto per questa nuova sventura.

Queste scelte e queste posizioni sono state elaborate dalla Caritas col vescovo?

Il vescovo Pierantonio ci ha invitato espressamente a mantenere per quanto possibile le nostre presenze nelle opere di carità per i poveri. Ci è vicino. Io lavoro ovviamente ogni giorno col direttore don Maurizio. Sentiamo di dover stare in questa situazione come Chiesa di Brescia.

Tra noi non manca il consueto confronto. Anche se è diventato tutto più difficile. Siamo sparsi e impegnati singolarmente come vogliono le misure di sicurezza. Comunichiamo online.

C’è confronto e programmazione anche con le autorità civili e sanitarie?

C’erano e restano. Semmai si rafforzano. Soprattutto col Comune e coi Servizi Sociali. Il nostro dormitorio, ad esempio, è uno dei 3 della città. Gli altri 2 sono gestiti dal Comune e dalla S. Vincenzo. È normale confrontarsi e seguire linee condivise. Ci sentiamo ogni giorno. Il Comune ci ha aiutato pure per il reperimento dei presidi di prevenzione. Si tratta di un quotidiano esercizio di buon senso.

Non si sono verificate – a mia conoscenza – situazioni assurde di cui abbiamo letto: i senza tetto che non hanno casa per definizione non possono “restare a casa”. Non ha senso fermarli e multarli. Siamo portati a gestire le cose con umanità e ragionevolezza. Vorrei sottolinearlo: le persone più povere hanno capito e si stanno comportando con grande senso di responsabilità, nonostante tutti i loro già grandi problemi.

Caritas Brescia

Non hanno casa. Arrivano ai dormitori la sera. E di giorno – in una città deserta e ormai pattugliata ovunque – cercano di non farsi notare.

Ma cosa potrebbe accadere se si manifestassero casi nei servizi della Caritas? 

All’ingresso del dormitorio, ogni sera, l’operatore prova la febbre. Se qualche ospite dovesse risultare febbricitante e quindi positivo, il servizio dovrebbe essere sospeso. Oppure potrebbe essere trasformato in uno spazio di “quarantena”. Sarebbe un problema serio. Certamente. Non si è sinora verificato.

Ci sono altre realtà che stanno lavorando pensando ai più poveri?

Sì, ci sono realtà di volontariato che lavorano per i senza dimora. Hanno tenuto aperto i bagni. È molto importante. Con la chiusura dei bar e in pratica di tutti i luoghi pubblici, dove possono andare queste persone in bagno? È doveroso pensare a chi non può stare in una casa in cui poter comunque mangiare, bere, andare in bagno e dormire in condizioni accettabili.

La Chiesa sta concorrendo in altri modi?

Sì, come hai letto su Avvenire, il Centro Paolo VI sta mettendo a disposizione spazi per il ricovero delle persone in uscita dall’ospedale e dunque in fase di guarigione. Sono stati allestiti 50 posti letto per degenti assistiti da personale professionale della Croce Rossa. Mi sembra un bel segno.

Hai informazioni di prima mano dall’ospedale civile di Brescia e da altri ospedali?

Come ormai sappiamo, la situazione è seria. Si sta cercando di ricavare posti letto come si può. Anche gli ospedali e le strutture private stanno offrendo posti. Di fronte al pronto soccorso è sorta una tendostruttura per la ricezione dei malati.

Ma davvero i ricoveri avvengono solo quando la facoltà respiratoria dei pazienti risulta compromessa. Sinché c’è “solo” la febbre o la tosse, si viene invitati a stare a casa letteralmente a pazientare.

Toccare corpi

Da Brescia come da Bergamo impressionano le immagini e le testimonianze circa la morte di tante persone: impressiona non solo il numero delle persone quanto le condizioni in cui le morti avvengono e il trattamento delle salme. Marco, cosa puoi dire? 

Ti dico che – a fronte ormai della mancanza di spazi fisici – il vescovo Pierantonio ha deciso di mettere a disposizione alcune chiese per lo stazionamento delle bare. Ovviamente le chiese sono isolate e presidiate. È per noi drammatico pensare a tante persone che muoiono sole, assistite, per quanto possibile, dal personale sanitario, con qualche parola e qualche segno cristiano.

I familiari non vedono nulla, non possono nulla. Questo avviene anche nelle case di riposo. Spesso le situazioni degli anziani precipitano nel giro di 2 o 3 giorni. Non c’è neppure il tempo di avvisare, prepararsi, dare un ultimo saluto.

Riesci a immaginare qualche conseguenza nel tempo?

Le conseguenze saranno pesantissime. È purtroppo facile prevedere. Per tanti versi. Per la Caritas è facile prevedere le conseguenze di povertà per le persone assistite e già povere. Tanti piccoli progetti di ripresa personale, pazientemente costruiti in questi anni, stanno andando in fumo. Si dovrà ricominciare. In che modo non so.

Ma io temo gravi conseguenze anche dal punto di vista psicologico, relazionale, culturale. Ho notato con sconcerto che, quando ci si incrocia per strada tra due persone, spontaneamente ci si allontana, come del resto raccomandato dalle disposizioni. Diciamo che ora è scientificamente giustificato. Ma poi non resteremo tutti così, ossia più distanti? Come sempre, saranno le persone più fragili psicologicamente a fare più fatica a rientrare nella loro più propria umanità.

La prossimità cristiana ha sempre comportato la prossimità fisica dei corpi. Non possiamo non avvertire una contraddizione in ciò che stiamo dicendo rispetto a tutta la nostra tradizione. Il Vangelo è fatto di parole, gesti e di tocchi. Non sarà facile riprendere. Come restare nella tradizione dei segni caratteristi della carità e rinnovarci?

La domanda è importante. È grande. Ora sento ferite. Dentro di me. Dentro i nostri operatori e nella umanità prossima. Ci fanno bene le parole di incoraggiamento, di sostegno, di fraternità. Il papa ha telefonato al vescovo di Bergamo (bresciano).

Caritas Brescia

Il direttore di Caritas Italiana don Francesco ha telefonato al mio direttore don Maurizio. Tutti i direttori Caritas della Lombardia e non solo si stanno facendo sentire. Questo fa bene. Questa è la forza di comunione in Cristo che aiuta a tenere duro e ci aiuterà a ricominciare. Forse dovremo fare in maniera diversa. Ora cerchiamo di coltivare questa comunione come possiamo. Anche dalle nostre case. Gli strumenti tecnologici aiutano.

Due volte alla settimana mi ritrovo al mattino con tutti i nostri operatori, ciascuno da casa propria, prima di cominciare a spargerci nei vari servizi, come ti ho detto. Recitiamo insieme le Lodi online.


Emergenza socio-sanitaria e forme di vita cristiana
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