Insieme per gli ultimi

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caritas

Intervista a Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana dal 2013. Segue, in particolare l’area internazionale dal 2002. Qui presenta a SettimanaNews la Campagna Dacci oggi il nostro pane quotidiano per il rilancio della stessa in ragione dei nuovi bisogni ingenerati dalla pandemia mondiale (per conoscere nel dettaglio la Campagna clicca qui).

  • Paolo, perché questa Campagna?

Già dal 2019 Caritas e FOCSIV – Federazione degli Organismi Cristiani del Servizio Internazionale Volontario – stavano pensando all’organizzazione di una Campagna comune di sensibilizzazione e di raccolta fondi a sostegno di numerosi progetti – peraltro già in essere – nei vari Continenti. Poi è arrivata la pandemia.

Perciò la Campagna – espressa dal titolo “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, i cui materiali sono disponibili sul sito “Insieme per gli ultimi” – ha preso avvio nel luglio dell’anno scorso (2020) caratterizzandosi con interventi urgenti, spesso di risposta alle grida di aiuto giunte da tante parti del mondo.

Uno zelo urgente di concretezza, sempre tuttavia permeata dallo stile affettivo proprio di queste realtà di matrice ecclesiale – peraltro dotate di operatori esperti del campo e in stretta relazione con gli Istituti religiosi e le Chiese locali del Sud del mondo – sta tuttora cercando di raggiungere una folla di circa 213.000 persone beneficiarie, attraverso 64 progetti in 45 Paesi: Caritas ne segue poco meno della metà, con prevalenza sull’Asia, FOCSIV ne segue la rimanente parte, con prevalenza sull’Africa e sull’America Latina.

  • Ci spieghi la scelta del titolo?

Il titolo articolato e la denominazione del sito di riferimento vorrebbero lo stile di comunione e di concreta raccolta unitaria delle energie e delle risorse, col richiamo di fondo alla preghiera cristiana che sorregge le azioni e all’esortazione incessante di papa Francesco per una fraternità universale, perché davvero “siamo tutti sulla stessa barca” e, letteralmente, “nessuno si salva – ed è in grado di salvarsi – da solo”: le esperienze che stiamo facendo lo dimostrano ampiamente.

  • Cosa ci si propone?

Il grande e perpetuo tema da affrontare è la fame determinata dalla povertà. Certamente la pandemia ha apportato pure il tema sanitario e della cura. Ma quest’ultimo non ha fatto che aggravare e retrocedere il precedente, in un circolo terribile e pericolosissimo di cui non si vede il fondo. La Campagna che doveva temporalmente finire proprio in questo tempo pasquale andrà, perciò, avanti.

Non sappiamo sino a quando. Siamo nella condizione di doverla rilanciare e di chiedere nuovamente sostegno in relazione al perdurare della pandemia a livello globale e ai relativi problemi che essa comporta a livello sanitario, sociale ecc.

  • Quanto servirebbe?

L’obiettivo era e resta – complessivamente – quello di raccogliere, grazie all’attenzione e alla bontà degli italiani, tra il milione e il milione e mezzo di euro: minimo un milione, ottimale un milione e mezzo. Il raccolto viene suddiviso, in uguali parti, tra i due organismi, a sostegno dei rispettivi progetti.

Purtroppo, ad oggi, siamo giunti a raccogliere solo un quarto del minimo stimato, ossia circa 250.000 €. Certamente il momento non è favorevole. Conosciamo naturalmente molto bene – attraverso le Caritas diocesane – quali difficoltà stiano vivendo tante famiglie italiane. Tuttavia, riteniamo legittimo, oltreché evangelico, aspettare un sussulto o una sopraggiunta di carità.

Ci è sempre più evidente – specie nella pandemia – come i problemi degli altri siano i nostri stessi problemi, la loro fame sia la nostra stessa fame di giustizia per una più equa distribuzione delle risorse fondamentali, prodotte in maniera sostenibile dal pianeta. Non possiamo lasciar perdere. Soprattutto non possiamo perdere di vista lo scopo fondamentale.

  • Come sensibilizzare e reperire risorse?

Vediamo quanta positiva parte possano avere i media, i mezzi di informazione. Una corretta e intensa informazione, tale da arrivare al cuore e alla mente di tante più persone, può fare molto. Un esempio: uno dei tanti progetti inseriti in questa Campagna riguarda la rotta balcanica.

Ebbene l’attenzione portata dai media sulla rotta durante l’inverno, specie a proposito dell’incendio del campo di Lipa in Bosnia Herzegovina – ben documentato anche da SettimanaNews – ha determinato, in tre mesi, un deciso incremento delle offerte: per questo progetto più che per tutti gli altri messi assieme. Questo fa riflettere. Il fatto ci dice che si può fare sempre di più, anche in una situazione parecchio difficile, quale quella che stiamo attraversando.

  • Qual è il mandato e l’impegno della Conferenza episcopale?

I percorsi di CEI e di Caritas per contrastare gli effetti della pandemia sono distinti, benché – io ritengo – ben comunicanti. La CEI ha prontamente stanziato dieci milioni (di origine 8 per mille) per far fronte alle ulteriori necessità nel mondo. Questi fondi non entrano nella Campagna. Con i fondi della CEI sono stati comunque sostenuti parecchi dei progetti che, anche su indicazione di Caritas, sono stati presentati alla CEI dalle realtà locali con cui siamo in diretta comunicazione nei vari Continenti.

I progetti Caritas incontrano una grande attenzione. Il nostro direttore – don Francesco – è inoltre membro permanente del comitato della CEI incaricato di valutare i progetti provenienti dalla Chiese dei Paesi più poveri. Sono evidentemente riconosciute la competenza e l’esperienza – insieme allo stile – di Caritas nelle emergenze così come nei rapporti internazionali ordinari tra le Chiese e, oltre le stesse, per i poveri.

  • Su SettimanaNews abbiamo scritto di progetti Caritas nel mondo: vuoi presentarne ora, in breve, uno nuovo, poco conosciuto e significativo?

I progetti Caritas che entrano nella campagna sono dislocati ovunque, ma, come ho accennato, in prevalenza in paesi asiatici, quali Pakistan, India, Bangladesh, Thailandia, Indonesia. Questi sono tutti Paesi di cui, in Italia, si parla poco o nulla. Eppure, sono Paesi ancora molto poveri o in cui sussistono sacche di povertà profondissime.

Gli effetti, sia sanitari che economici della pandemia, sono molto pesanti. In alcuni di questi Paesi stiamo portando interventi che definiamo “micro”, ossia piccoli interventi, specie rispetto alle grandi proporzioni dei bisogni. Sono tuttavia interventi molto significativi e molto ben curati a livello locale. Tra questi, voglio qui segnalare una “micro-realizzazione” in Indonesia. Ci sono stato personalmente, qualche tempo fa. Il legame risale all’evento catastrofico dello tzunami del 2004.

C’era stato un successivo terremoto che aveva colpito in particolare la piccola isola di Nias, sotto l’isola principale di Sumatra. La città capoluogo è Gunungsitoli. Là c’è una piccola comunità di suore. La loro Casa si chiama “Alma”: “Anima”. Ai tempi dello tzunami e del terremoto hanno accolto i bambini, anche orfani. Ora si è fatta molto attiva per contrastare la pandemia: vanno loro verso le case delle famiglie povere a portare presidi sanitari e aiuti, per evitare assembramenti e per intrattenere più facilmente rapporti personali.

Non fanno comunque pura assistenza o assistenzialismo: col microcredito cercano di promuovere lavoro e autonomia. Teniamo conto che l’Indonesia è un Paese, a larga maggioranza, musulmano. I cristiani e i cattolici costituiscono una piccolissima minoranza.

Non fanno – né potrebbero fare – proselitismo. Pregano. Lavorano nel silenzio. Direi che conferiscono un carattere distintivo alla carità cristiana, per grazia e con grazia.

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