Se la fede non diventa carità…

di: Vinicio Albanesi

Si sperimentano quotidianamente le condizioni di povertà di singoli e di gruppi. I dati ufficiali sull’impoverimento della popolazione in Italia non lasciano dubbi. Mancanza di lavoro, strutture familiari precarie, abbassamento dei sentimenti di solidarietà aggravano situazioni che rasentano il dramma, non risparmiando nemmeno i più piccoli.

Dice l’ISTAT che, nel 2015, si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi).

Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti, soprattutto coppie con 2 figli e tra le famiglie di soli stranieri, in media più numerose.

L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie, sia di persone, soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri.

una diversa “teologia”

Dai Centri di ascolto

I Centri di ascolto promossi dalle Caritas diocesane o collegati con esse (i dati sono stati raccolti presso 1.649 CdA, dislocati su 173 diocesi) si allineano sulle stesse cifre.

Nel corso del 2015, le persone incontrate sono state 190.465. Come nel passato, il peso degli stranieri continua ad essere maggioritario (57,2%), anche se non in tutte le aree del Paese; nel Mezzogiorno la percentuale di italiani è infatti pari al 66,6%.

Tra i beneficiari dell’ascolto e dell’accompagnamento prevalgono le persone coniugate. I disoccupati e inoccupati insieme rappresentano il 60,8% del totale. I bisogni o i problemi più frequenti che hanno spinto a chiedere aiuto sono per lo più di ordine materiale; spiccano i casi di povertà economica e di disagio occupazionale; non trascurabili, tuttavia, anche i problemi abitativi e familiari (13,0%). Frequenti le situazioni in cui si cumulano due o più ambiti problematici.

Anche in Italia coesistono le situazioni più estreme vissute da chi, costretto a fuggire dal proprio Paese, vede sommarsi contemporaneamente tante vulnerabilità, prime fra tutte quelle legate ai traumi indelebili di un viaggio spesso fatto in condizioni disperate.

In termini di bisogno prevalgono le situazioni di povertà economica, coincidenti soprattutto con la povertà estrema o con la mancanza totale di un reddito. Alto anche il disagio abitativo, sperimentato da oltre la metà dei profughi intercettati. Tra loro è proprio la “mancanza di casa” la necessità più comune; seguono le situazioni di precarietà/inadeguatezza abitativa e di sovraffollamento.

In terza posizione, i problemi di istruzione, che si traducono per lo più in problemi linguistici e di analfabetismo.

Poche risposte

A fronte di situazioni drammatiche le risposte sono affidate alla buona volontà delle Associazioni cattoliche e delle Caritas. In Italia non esiste più un Dipartimento (tanto meno un Ministero) delle Politiche sociali; non è stato mai discusso un “piano contro le povertà”; le poche risorse, provenienti dalle Regioni e gestite dai Comuni, ben che vada, sono frammentarie e non risolutive.

Una situazione che è sotto gli occhi di tutti, che procura nei territori disagi, microcriminalità, paure che rimangono senza risposte. È in discussione un decreto legislativo sul “decoro urbano”, affidato al Ministero dell’Interno. Ancora una volta il problema della povertà, con tutte le conseguenze che ne derivano, viene affrontato in modo emergenziale ed è affidato all’impronta repressiva.

I media, la politica, gli strumenti della rete insistono sulla descrizione di avvenimenti disastrosi e terribili, senza che nessuno si ponga il problema da dove nascono certi fenomeni e soprattutto quali risorse si intendono mettere a disposizione, per prevenirli.

Una vera e propria desolazione: in continuazione afferiscono, a chi si dichiara disposto ad aiutare, persone che non hanno lavoro, denaro per pagare bollette, il necessario per mangiare. Spesso si instaura la lotta tra poveri, mescolando impressioni, pregiudizi e paure.

Lascia sgomenti il disinteresse per un quadro drammatico che riguarda tutti i territori, nessuno escluso. Un vuoto che non è dovuto a disattenzione, ma affonda le radici in una mancanza di senso civico e di etica. Un vero peccato di omissione che rasenta la correità.

Una diversa teologia

Credo sia arrivato il momento di una diversa “teologia”, un modo diverso di pensare a Dio e alle cose dell’anima. Lo spunto è offerto dall’approccio di papa Bergoglio nei suoi gesti e nelle sue parole. Il suo insegnamento dice che si ama Dio, amando gli altri. Per molti secoli la separazione tra le virtù della fede e della speranza, da una parte, e della carità, dall’altra, si è tramutata nella differenza tra culto e opere. Papa Francesco dice che la preghiera, l’eucaristia, la liturgia si immergono talmente nel mondo da diventare esse stesse preghiera.

Non si tratta si rafforzare i sensi di colpa o di aumentare le opere di misericordia, ma di occuparsi del mondo e delle persone con lo stesso afflato con il quale Dio ha creato il mondo e si occupa di esso. Cristo è venuto a salvare il mondo dal “male”, qualunque esso sia.

In fin dei conti, è il momento di dare alla carità il giusto collocamento nella vita di fede. La vita è unica: sia materiale che spirituale. Offrire a Dio la lode, il ringraziamento per la vita vissuta e non per quella pensata.

Si sta celebrando a Bologna il Congresso eucaristico diocesano con il titolo: “Voi stessi date loro da mangiare – Eucaristia e città degli uomini”. Dalla una frase tratta dal Vangelo di Marco (6,38) si arriva ai problemi della città. Non può esserci separazione tra la celebrazione eucaristica e i problemi della povertà, di cui la mancanza di cibo è spesso prioritaria.

Celebrare il memoriale dell’ultima cena, obbedendo al comando di Gesù “Fate questo in memoria di me” significa celebrarla integralmente, portando con sé i problemi della vita.

In rapporto alla povertà, dunque, l’impegno del cristiano si fa doveroso: non solo per senso civico, ma anche per impegno dell’anima. Distinguendo ambiti e funzioni (impiego, famiglia, cittadinanza), l’unicità della vita permette una fede operosa.

Quella fede operosa che papa Bergoglio non si stanca di ricordare:
«Quello che vale è la fede. Quale fede? Quella che si “rende operosa per mezzo della carità”. Lo stesso discorso di Gesù al fariseo. Una fede che non è soltanto recitare il Credo: tutti noi crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, nella vita eterna… Tutti crediamo! Ma questa è una fede immobile, non operosa. Quello che vale in Cristo Gesù è l’operosità che viene dalla fede o meglio la fede che si rende operosa nella carità, cioè torna all’elemosina. Elemosina nel senso più ampio della parola: staccarsi dalla dittatura del denaro, dall’idolatria dei soldi. Ogni cupidigia ci allontana da Gesù Cristo» (omelia a Santa Marta del 14.1.2014).

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