Modena: il vescovo, i rifugiati, il sindaco

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L’episodio è locale, ma il problema è generale. La diocesi di Modena e il suo vescovo (mons. Erio Castellucci) attraverso la Caritas consentono a una cooperativa sociale (Angolo-Agci) di ospitare in una struttura dei padri francescani un gruppo di 29 rifugiati e richiedenti asilo, senza richiesta di affitto. La risposta di emergenza, d’intesa con Prefettura e Comune, è prevista per un mese (agosto 2016). Poi la struttura è destinata all’accoglienza di donne sole con bambini.

Alla scadenza e alla successive proroghe la cooperativa si oppone ad andare altrove. I controlli della Caritas locale rilevano disfunzioni crescenti: il numero è quasi doppio del previsto (53), scarsa la presenza di operatori, danni crescenti alla struttura, marginali gli interventi educativi (scuola di italiano). Il 4 gennaio esce sulle pagine locali de Il Resto del Carlino una intervista al vice-direttore Caritas, F. Valenzano, che denuncia il problema. Contestualmente, dal Comune arrivano voci opposte: non è un hotel a cinque stelle, ma va bene così. Il giorno dopo la diocesi convoca una conferenza stampa (il vicario generale, don G. Gazzetti) per spiegare l’accaduto.

Tensioni vivaci si innestano fa vescovo, sindaco e prefetto; non sul problema generale (accoglienza ai profughi), ma sulle modalità e le forme. I rumors si incaricano di attribuire contrapposte intenzioni politiche e responsabilità in ordine all’immagine della città. È prevedibile che il contrasto rientri in breve e la soluzione sia trovata rapidamente.

Le istituzioni salvaguardate

L’accaduto ha la misura di un piccolo francobollo, ma è nel micro che si comprendono i dinamismi reali: l’immigrazione nel quotidiano, gli strumenti operativi (cooperative), il rapporto fra istituzioni. Sul peso epocale delle immigrazioni rimando a quanto scritto da G. Mengoli e V. Passerini su questo sito. In particolare sulla necessità per gli immigrati «economici» (cioè quelli che non fuggono da guerre e conflitti armati) di prevedere un più rapido tempo dell’eventuale riconoscimento di «rifugiato», in contesti d’ospitalità decorosi e con domande di assunzione di responsabilità verificabili (conoscenza linguistica, percorso di emancipazione, servizi operativi). Nell’ambito delle cooperative, l’abbassamento dei costi, la rinuncia a percorsi formativi e al coinvolgimento della popolazione, la demotivazione degli operatori confermano un approccio puramente assistenziale che alimenta l’irritazione della popolazione, penalizza le cooperative più sane, oscura la testimonianza ecclesiale e conferma una immagine negativa degli immigrati.

Le istituzioni si salvaguardano e si rafforzano non solo nel consenso, ma anche nel giustificato dissenso. Nel caso specifico non ci sono contrapposti orientamenti valoriali né residui ideologici di un tempo passato. Senza negare possibili elementi corporativistici (peraltro applicabili anche al contesto economico e mediale locale), resta il servizio che, in questo caso la diocesi e il vescovo, fanno alla città in ordine a un aiuto coraggioso e prezioso a favore dei migranti. Si apre una più adeguata comprensione del ruolo delle cooperative sociali. Si inverte la spinta alla delegittimazione delle istituzioni. Non si alimentano le radici velenose del populismo. Non è poco.

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