Umbria: a quattro anni dal terremoto

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terremoto 2016

Giorgio Pallucco ha diretto per otto anni, sino al 30 settembre scorso, la Caritas dell’archidiocesi di Spoleto-Norcia. Nella ricorrenza delle forti scosse di terremoto dell’ottobre 2016, Giordano Cavallari ha raccolto per SettimanaNews la sua testimonianza.

  •  Caro Giorgio, puoi confidare un ricordo personale di quei giorni di quattro anni fa?

Alle ore 7.41 della domenica 30 ottobre 2016 mi trovavo a casa, a Spoleto, ero seduto sul divano e mi stavo allacciando le scarpe. La scossa è stata tremenda, seppur l’epicentro non fosse a Spoleto bensì a Norcia che dista circa quaranta chilometri! Sono corso in camera da letto per prendere in braccio mia figlia che allora aveva sette anni: non riuscivo ad afferrarla, tanto era il sommovimento. Ricordo bene perché sono stati momenti di puro terrore.

  • Da direttore della Caritas hai dovuto conciliare la tua vita col ruolo pastorale: come?

Le preoccupazioni inizialmente sono state tante e forti. La sera del 30 ottobre ho riunito in sessione straordinaria – all’epoca, oltre ad essere direttore di Caritas diocesana, ricoprivo anche l’incarico di coordinatore delle Caritas della Regione – le Caritas umbre: tutti i direttori si manifestarono immediatamente presenti.

Da lì è iniziato un percorso che ci ha visto impegnati sul fronte immediato degli aiuti alla popolazione. Di fondamentale importanza è stata la decisione di creare un presidio di Caritas a Norcia, per l’accoglienza dei volontari, per l’avvio della mappatura dei bisogni e della gestione degli aiuti e, non da ultimo, per la preghiera comunitaria. Poi, con il tempo, grazie alla presenza e al sostegno delle Delegazioni regionali gemellate con la nostra arcidiocesi, unitamente al coordinamento degli aiuti da parte di Caritas italiana, ci si è organizzati per ambiti di attività diversificati e per progetti articolati.

In tutto quel lungo periodo non è stata sacrificata, ma semmai è stata riorientata, la mia vita personale e familiare: per l’educazione ricevuta e per le scelte che ho successivamente compiuto, il servizio al prossimo in difficoltà è sempre stato elemento importante, ben oltre il tempo di lavoro.

  • Quali sono stati gli effetti devastanti del terremoto?

Sono quindici i comuni dell’archidiocesi di Spoleto-Norcia, su un totale di venticinque, ricompresi nell’area denominata “cratere del terremoto”. In particolare, sono tre i comuni che hanno subìto le maggiori devastazioni: Norcia, Cascia e Preci. Penso non importi fare qui un elenco dei danni prodotti, peraltro ancora ben visibili: il mio pensiero va alle ferite che ancora invisibilmente abitano nei cuori della gente.

  • Cosa è successo in quattro anni?

Un dato su tutti: a Norcia, comune di poco meno di 5 mila abitanti (che in estate raggiungeva sino a 25 mila presenze), dopo quattro anni appunto, sono tuttora 1.700 le persone che vivono fuori dalle proprie abitazioni, con scarse prospettive di farvi rientro in tempi relativamente brevi, a causa delle paludi burocratiche che tuttora avvolgono le procedure di ricostruzione.

  • È attendibile una ricostruzione che ripristini quel che c’era prima?

Lo spopolamento della montagna umbra era un problema ben prima del terremoto: non si può pensare ora di trasformare i borghi in musei sorvegliati da qualche anziano custode. Servirebbe un piano di ripopolamento di lungo respiro che evidentemente non c’è. Da questo dato di fatto all’immobilismo che osserviamo su ciò che è vivo ed è rimasto radicato in  questa terra… evidentemente ne corre.

  • Sulle macerie è piovuto il Covid-19: la gente come sta prendendo le continue avversità?

Ad un nemico imprevedibile se ne è aggiunto uno invisibile: la conseguenza più seria è che qui il tanto raccomandato distanziamento non può essere osservato a causa della mancanza fisica di spazi: le casette prefabbricate o, a maggior ragione, le case su ruote sono del tutto inadatte allo scopo; mentre gli spazi all’aperto non sono chiaramente frequentabili per un lungo periodo dell’anno:  in inverno in collina si scende facilmente anche a meno dieci gradi centigradi.

  • La Chiesa con la Caritas come si è mossa?

Terminata la mappatura dei luoghi e dei bisogni espressi dalle comunità che li abitavano, abbiamo inteso subito dare “risposte concrete a bisogni concreti”, senza timore di agire al di fuori della consuetudine caritativa. Abbiamo, così, acquistato stalle e magazzini per allevatori e agricoltori, perché di ciò c’era bisogno.

Certo, non è stato facile ottenere le autorizzazioni dalla Protezione Civile, ma alla fine ci siamo riusciti. Quando si opera in tali contesti, è indispensabile farlo in modo tempestivo, perché nel terremoto “il domani è già adesso”. Allo stesso tempo, però, è stato necessario agire in linea con le prescrizioni governative, anche se non sempre si sono rivelate adeguate.

  • Quali sono le ombre e le luci che hai notato?

Ho visto le ombre delle piccole attività commerciali che, con la doppia crisi, hanno deciso di non riaprire più. Ho visto le famiglie che, per mancanza di opportunità, sono state costrette a trasferirsi altrove, così accentuando il triste spopolamento dei territori.

La mia impressione, peraltro, è che tali decisioni non siano state assunte per esclusive ragioni di carattere economico, bensì con la consapevolezza che il percorso di ripresa verso la “normalità” sarebbe stato ancora troppo lungo da ultimare. La nostra gente non vuole morire con gli aiuti, ma vuole vivere avendo la possibilità di liberare le proprie risorse, altrimenti non può tornare a stupirsi della bellezza unica dell’alba su questo duro Appennino…

Le luci sono, senza dubbio alcuno, nelle occasioni di comunione – dentro la Chiesa locale come tra le Chiese regionali e locali italiane – che si sono da sé accese proprio a seguito di un evento così tragico quale è stato il terremoto. Impossibile ricordare ora tutte le diocesi, le parrocchie, le associazioni di ispirazione cristiana (e non), con le singole persone che, in puro stile di fraternità, ci hanno aiutato, in tempi e modi diversi, a “portare la croce”.

Un elemento però accomuna: il sentimento di grande umanità con cui queste esperienze sono state vissute da ambo le parti. Ho tanta gratitudine da esprimere, in particolare, oggi, per gli amici della Valle Seriana, così provati.

  • Hai lasciato da pochi giorni il posto di direzione: con quali sentimenti?

In otto anni di direzione Caritas le cose da fare non sono certo mancate e tante cose sono state fatte, ma so bene che la carità non si misura in quantità, con una “bilancia”, semmai con una “clessidra”: perché la carità è fatta dal tempo della dedizione, dell’ascolto e della crescita in comune, al di là delle risorse impegnate e del numero dei progetti realizzati.

Mi pare di poter dire di aver sempre cercato di lavorare per una Caritas fedele al principio del mandato di sempre, che è quello di scegliere gli ultimi e di farlo come comunità. Sono stati, in tal senso, anni di grazia, di cui porterò un gran ricordo. Ma non ho fatto nulla da solo. Perciò ringrazio chi mi ha aiutato nel lavoro di ufficio, i responsabili delle opere per i poveri – la Mensa della Misericordia e la Casa Famiglia Oami di Baiano –, i volontari e tutti quelli che sono giunti dalle Chiese sorelle in Italia (e non solo).

Li incoraggio naturalmente a perseverare nei progetti intrapresi. Porto in particolare con me il pianto di una persona, incontrata in questi anni nelle nostre opere della carità, che non ha avuto altro da consegnarmi se non le sue semplici lacrime di riconoscenza e di gioia.

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