150 anni fa il Vaticano I

di: Mathias Peter (a cura)

Sono trascorsi 150 anni da quando, l’8 dicembre 1869, fu aperto a Roma il concilio Vaticano I, ventesimo Concilio della serie. Aveva come scopo principale di prendere posizione contro i sistemi filosofici dei tempi moderni che rifiutavano il cristianesimo. Furono approvate due costituzioni: la Pastor aeternus, sul primato del papa e l’infallibilità pontificia quando viene definito solennemente un dogma; la seconda, Dei Filius, sul rapporto tra la fede cattolica e la ragione. In preparazione al Concilio erano state inviate alcune domande ai vescovi: le risposte furono 500. Erano presenti alla celebrazione circa 770 Padri conciliari, ossia tre quarti degli aventi diritto. I vescovi provenivano da tutto il mondo cattolico, 200 erano italiani, 70 francesi, 40 austriaci e ungheresi, 36 spagnoli, 19 irlandesi, 18 tedeschi, 12 inglesi e 19 di altri paesi europei; 40 venivano dagli Stati Uniti, 30 dall’America Latina, 9 dal Canada e 100 dalle aree di missione. Le Chiese di rito orientale inviarono 50 vescovi. Erano stati direttamente invitati anche i vescovi ortodossi, in quanto anch’essi successori degli apostoli legittimamente ordinati, ma rifiutarono di venire per non sottomettersi a Roma. Il Concilio tenne 89 congregazioni generali e quattro solenni sessioni pubbliche, ma fu interrotto a causa delle note vicende politiche.

Nell’intervista rilasciata per la Domradio di Colonia a Mathias Peter, Jan-Hainer Tück, professore di teologia dogmatica presso l’università di Vienna, ripercorre le vicende di questa importante assise che ha caratterizzato più di ogni altro avvenimento la storia della Chiesa del secolo 19°.

– Prof. Tück, il papa come ultima istanza dei problemi riguardanti la fede: perché nel sec. 19° il problema non era così controverso come noi oggi pensiamo?

Sullo sfondo della definizione del Vaticano I, che certamente rappresenta l’evento della storia della Chiesa più importante del XIX secolo, vi sono tre traumi storici da tener presenti per capire quella decisione.

In primo luogo, il conciliarismo, che pone il concilio al di sopra del papa e afferma che le decisioni dottrinali del pontefice sono valide solo se trovano il consenso dei vescovi. In secondo luogo, il trauma delle interferenze dello Stato nella libertà della Chiesa, diventate pesanti a partire dalla rivoluzione francese sotto Napoleone. E, in terzo luogo, l’area di conflitto con il razionalismo illuminista e il liberalismo politico. D’altra parte, c’era anche il bisogno di rafforzare l’autorità del papa. Questo è, anzitutto, lo sfondo da tener presente per contestualizzare tutta la vicenda.

– Ma formalmente si deve dire che il papa è in effetti “soltanto” un vescovo, cioè il vescovo di Roma. Perché nel corso dei secoli ha assunto una così grande pienezza di potere?

Naturalmente dietro vi sono degli sviluppi di secoli. Nel primo millennio possiamo affermare che il papa era testimone della fede; nel secondo millennio il ruolo del papa ha assunto anche contorni politici. Per dirla in breve, ha assunto la funzione di un monarca assoluto. E questo trasferimento del concetto statale di assoluta sovranità al papa e al suo primato è ciò che praticamente sta sullo sfondo del Vaticano I.

– E tuttavia al Concilio ci furono anche dei critici al progettato dogma dell’infallibilità. Perché non hanno potuto imporsi?

Nel periodo precedente il Concilio vi furono critiche da parte di Henri Maret e di Ignaz von Döllinger per il fatto che l’importanza attribuita alla sovranità assoluta al papa avrebbe rappresentato una rottura con la tradizione, perché il ruolo dei vescovi veniva relegato in secondo piano. Questa critica fu accolta anche dalla minoranza dei vescovi conciliari ma non riuscì a imporsi perché il movimento ultramontano, che cercava un rifugio nel papato e tentava di ottenere un appoggio da parte della Chiesa cattolica, alla fine è riuscito a prevalere. I vescovi di minoranza allora se ne andarono prima del voto finale per non mancare di riguardo all’allora pontefice Pio IX.

– Sullo sfondo c’era anche la guerra franco-tedesca che, come evento secolare, ebbe degli effetti pratici sul concilio Vaticano I. Quali vantaggi ha avuto la Chiesa per il fatto che il papa, favorito dal dogma dell’infallibilità, non fu contestato in quanto supremo custode della fede?

Il fatto è piuttosto complesso. Il concilio fu un’opera incompleta. Dovette essere interrotto prematuramente a causa della guerra, per cui la dottrina del primato non poté essere contestualizzata in una prospettiva globale dell’ecclesiologia. Questo fu sicuramente uno svantaggio. Ciò ha significato che tutte le competenze furono attribuite al papa, escludendo la corresponsabilità dei vescovi nella guida della Chiesa universale.

Ritengo che questa interpretazione sia sbagliata, poiché dagli atti del Concilio risulta che esisteva effettivamente anche una responsabilità condivisa nella Chiesa da parte del Collegio dei vescovi; ma questo non entrò nella definizione.

150mo Vaticano I

Lì si dice che il papa può decidere ex sese, secondo l’espressione latina. Questa affermazione è così perentoria, perché non si voleva accondiscendere assolutamente al conciliarismo o al gallicanesimo. Ma molto importante è anche l’atteggiamento che Pio IX assunse nei riguardi della dichiarazione dei vescovi tedeschi, che fecero valere contro Otto Bismarck l’autonomia dei vescovi, anche di fronte al papa.

Sullo sfondo c’è un dispaccio circolare segreto che Bismarck aveva inviato ai capi di stato europei, dove parlava del monarca assoluto e vedeva i vescovi nel ruolo di semplici funzionari o come organi esecutivi.

A ciò si opposero i vescovi tedeschi e Pio IX confermò e sostenne questa protesta contro Bismark. Raramente i vescovi tedeschi furono elogiati da Roma come allora. Ciò significa che il primato non può essere interpretato in maniera così assoluta da non poter parlare di una corresponsabilità dei vescovi.

Per noi oggi ciò vuol dire che, dopo il concilio Vaticano II – che ha completato il primo –, il primato e l’episcopato, ossia il ruolo del papa e quello della comunione dei vescovi, devono essere riequilibrati se si vuole procedere correttamente.

 – Circa 100 anni dopo, il concilio Vaticano II ha ripreso i temi sul ruolo dei vescovi e su quello dei sacerdoti. Oggi papa Francesco sottolinea infatti la comunione tra vescovi e continua a ripetere che il loro ruolo è importante sul luogo, nella Chiesa locale. Come può essere raggiunto oggi un buon equilibrio tra il papa e le Chiese locali?

Prima di tutto, bisogna dire che il concilio Vaticano II non ha ancora realmente risolto i problemi perché qui ci sono, una accanto all’altra, due concezioni ecclesiologiche: da un lato, il modello di communio, che rafforza la comunione dei vescovi e, dall’altro, il modello di Chiesa che si richiama al Vaticano I come societas perfecta gerarchicamente strutturata. In seguito, dopo il Concilio, c’è stata di nuovo la tendenza a rafforzare il centralismo romano.

È un fatto che si può osservare con Giovanni Paolo II, che ha nominato i vescovi ignorando le Chiese locali e – com’è noto – ha anche proibito di discuterne. Papa Francesco ha avviato un salutare decentramento; egli vuole rafforzare la prassi sinodale. Lo si può costatare nei sinodi dei vescovi che sono sempre stati avviati attraverso delle consultazioni in cui viene interpellato il sensus fidei dei fedeli, così che tutti i problemi vengono posti apertamente e liberamente sul tavolo e poi, presentati nei sinodi e discussi insieme dai vescovi presenti. In questo c’è sicuramente un punto di forza e anche una correzione della rigida dottrina del primato del Vaticano I.

Vorrei tuttavia mettere in guardia da una idealizzazione romantica della sinodalità, perché una Chiesa universale come quella cattolica ha bisogno di un servizio di unità affinché l’insieme della Chiesa, di fronte alla simultanea disparità di tendenze, non vada in differenti direzioni. Ciò, in conclusione, significa che dobbiamo concepire il primato del papa in modo tale – per dirla con il teologo di teologia fondamentale Hermann Josef Pottmeyer – che adotti la forma di un “primato di comunione” in cui l’unità e la diversità siano bilanciate in modo da avere un futuro positivo e forse anche ecumenicamente accettabile.

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