Abusi: sull’appello ai vescovi italiani /4

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Mettere finalmente mano e come alla questione degli abusi sessuali nella Chiesa italiana sembra essere diventata la misura delle ambizioni alla prossima presidenza della CEI: un fastidio da evitare nei limiti del possibile, da un lato; un compito a cui bisogna mettere mano con urgenza e forse anche con trasparenza, dall’altro.

Una delle intenzioni dell’Appello ai vescovi italiani era anche quella di aprire un dibattito tra vari soggetti ecclesiali, che potesse accompagnare sinodalmente l’avvicinarsi dell’Assemblea generale della CEI che si terrà fra pochi giorni. Un dibattito franco e aperto, in cui potessero prendere parola le diverse prospettive di approccio a una questione drammatica e urgente del cattolicesimo di casa nostra. Qualcosa si è mosso, certo, ma non in misura sufficiente. E già questo è un indizio dello stato di salute della nostra Chiesa.

Giornalismo italiano

Nel frattempo si devono registrare due iniziative in ambito giornalistico. L’annunciata pubblicazione del libro Agnus Dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia, scritto a più mani da Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati. Poi il lancio di un indagine giornalistica sullo stesso tema di cui si è fatto carico il quotidiano Domani diretto da Stefano Feltri.

Iniziative importanti se si tiene conto del ruolo che il giornalismo ha giocato nel portare alla luce fatti e dinamiche degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica in altri paesi. Iniziative, però, che rischiano di lasciarsi affascinare da un modello importato, che ha funzionato in tempi e contesti diversi da quello italiano.

Oggi, probabilmente, ci vuole qualcosa di diverso e di innovativo per condurre a successo questo tipo di giornalismo. Qualcosa che, al momento, sembra mancare all’impianto di entrambe le iniziative.

Se esse non riusciranno a produrre effetti significativi e sistemici nella Chiesa italiana, si corre il rischio di aver sprecato forse una carta decisiva a riscatto di quello che essa deve alle vittime. Perché non si tratta di produrre articoli da prima pagina, ma di indurre processi virtuosi di trasparenza e assunzione di responsabilità nei molti corridoi della Chiesa di casa nostra.

E per fare questo, il giornalismo di indagine italiano non può concedersi alcun errore – che sarebbe immediatamente colto come opportunità da quella parte del ceto episcopale italiano che non vuole essere disturbato, o sentirsi messo in discussione, dalla questione degli abusi nelle loro Chiese locali.

L’ingiunzione mondana del Vangelo

Questo scenario possibile rilancia ulteriormente la responsabilità delle teologhe e dei teologi nella Chiesa italiana, ben oltre quelle che saranno le decisioni pratiche e operative che la CEI prenderà nei prossimi tempi. In merito, non si tratta solo di un saltuario prendere posizione, ma di come si concepisce oggi il compito della teologia nella Chiesa italiana e nelle vicende del nostro paese.

Perché, forse in maniera inconsapevole, dietro l’Appello ai vescovi sta l’idea che alla teologia italiana competa esattamente quello che altrove ha prodotto il giornalismo di indagine: costringere la Chiesa a un mutamento evangelico di paradigma per ciò che concerne la propria autocomprensione e il modo di esercitare il potere.

L’Appello non fa altro che riconoscere questa ridislocazione mondana dell’ingiunzione evangelica e la portata normativa che essa ha per la Chiesa stessa. L’ingiunzione evangelica che viene dal mondo è un luogo teologico e come tale deve essere trattato.

Ma la teologia italiana stessa si trova davanti a qualcosa di inedito per lei – e deve procedere con una rigorosa capacità di lasciarsi abitare e plasmare da questa inversione di paradigma. Anche lei, non meno del corpo istituzionale della Chiesa italiana, si deve lasciare alterare da un’ingiunzione evangelica che proviene dal secolo.

Riattivare la profezia

Quali sono le conseguenze di tutto ciò per la teologia in Italia? Cosa comporta assumere la normatività teologica di questa ingiunzione mondana ed evangelica al tempo stesso? Probabilmente significa riattivare una categoria che la Chiesa cattolica ha esautorato nel corso della modernità – dalla quale essa, nonostante gli inviti ripetuti di papa Francesco, non è ancora uscita.

Paolo Prodi aveva indicato nell’estinzione della profezia, sostituita dalla santità, il modo interno alla Chiesa cattolica di reagire al confronto con la modernità storica e politica. Col venire meno della profezia, la Chiesa cattolica si è trovata (e liberata) senza alcuna istanza critica rispetto all’esercizio del potere – nella Chiesa e fuori di essa.

L’ingresso della santità, sancita dal potere ecclesiastico stesso, ha chiuso il cerchio di una istituzione ecclesiale che si è completamente immunizzata rispetto a ogni revisione e messa in discussione del potere e del suo esercizio al proprio interno.

La scelta di sostituire la profezia con la santità, operata dal potere ecclesiastico a suo favore, ha giocato e gioca sicuramente un ruolo di primo piano nelle dinamiche di occultamento e favoreggiamento degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Ed è proprio intorno a questo cortocircuito del potere nella Chiesa che la teologia italiana è chiamata a lavorare, lasciandosi istruire da una profezia che viene da fuori di essa.

Apprendendo da questa profezia, che non può che abitare territori stranieri alla Chiesa e alla teologia, quello che la teologia di casa nostra è chiamata a diventare, se vuole essere coerentemente fedele alle istanze annunciate nell’Appello ai vescovi italiani.

In primo luogo, tessendo quei nessi che permettano alla profezia, dopo la modernità, di non essere più solo la biografia di un’anima bella (il cui rilievo ecclesiale viene riconosciuto magari a un secolo di distanza), ma un vero e proprio esercizio corporativo della fede nell’oggi del mondo.

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 21 maggio 2022

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