Africa ostile a sacerdoti e religiosi?

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“Omnis Terra”, rivista di cultura, missione e news analysis edita dai Segretariati internazionali delle Pontificie Opere Missionarie, negli approfondimenti a cura dell’Agenzia Fides in un servizio recente si chiede: l’Africa è un continente ostile a sacerdoti e religiosi? La domanda è più che legittima, perché, negli ultimi anni, il fenomeno dei sequestri di sacerdoti e suore è in crescita.

Padre Donald Zagore, missionario della Società delle Missioni Africane, in una dichiarazione rilasciata all’Agenzia Fides, ha espresso ad alta voce quanto ormai in molti all’interno della Chiesa cattolica africana si chiedono. «I continui sequestri in terra africana, soprattutto nella zona occidentale del Paese, non dovrebbero essere taciuti all’opinione pubblica. La grande mobilitazione dell’intera famiglia di Dio in Africa, religiosi e laici, deve spronare ulteriormente i nostri leader politici, garanti della sicurezza della popolazione, ad assumersi le loro responsabilità. Fino a quando questo non si verificherà, ogni tipo di iniziativa sembrerà superflua e inesistente».

Negli ultimi anni il fenomeno dei sequestri di sacerdoti e suore è in continua crescita in Africa. I motivi alla base dei rapimenti non sono sempre gli stessi. Criminalità organizzata, milizie locali, jihadisti prendono di mira i religiosi visti di volta in volta come fonte di riscatti (e quindi di denaro), nemici da combattere, scomodi testimoni.

Pericolo Nigeria

La Nigeria è forse la terra più rischiosa per i sacerdoti. La minaccia arriva non tanto dal fondamentalismo islamico di Boko Haram, quanto dalla povertà diffusa tanto al Nord quanto al Sud del Paese.

Il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, nonostante la nazione sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e abbia terreni fertili. «La corruzione e la bramosia di denaro che affligge la società – spiega padre Sylvester Onmoke, responsabile dell’Associazione dei preti diocesani – continua ad essere una delle cause principali dei sequestri dei sacerdoti. I politici e i funzionari corrotti che, ostentando la loro ricchezza ottenuta illecitamente, spingono altri a cercare di ottenere denaro facilmente e con tutti i mezzi. A questo si aggiunge la frustrazione diffusa tra la popolazione per la disoccupazione e per il mancato pagamento dei salari».
Sono molti i religiosi rapiti negli ultimi anni. Il caso più noto e drammatico è certamente quello di John Adey, vicario generale della diocesi di Otukpo. Rapito il 24 aprile 2016, i suoi resti sono stati trovati il 22 giugno 2016. La famiglia aveva pagato il riscatto, ma il sacerdote non era stato liberato. Stessa sorte ha subito Cyriacus Onunkwo. Rapito il 1° settembre 2017, il suo corpo è stato rinvenuto il giorno dopo. «Mentre la gente innocente è lasciata senza protezione – si è sfogato padre Hyginus Aghaulor, direttore delle Comunicazioni sociali della diocesi di Nnewi –, vediamo i militari proteggere gli oleodotti nel Delta del Niger, come se il petrolio fosse più importante delle persone. Perché la gente dev’essere uccisa senza motivo nella sua terra?».

Per fortuna non tutti i rapimenti hanno avuto un esito tragico. Vittime dell’anonima sequestri sono stati anche Emmanuel Dim, rettore del seminario maggiore di Tansi, rapito da pastori fulani; Jude Onyebadi, parroco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Issele-Azagba; Samuel Okwuidegbe, gesuita (liberato); Charles Nwachukwu della diocesi di Okigwe (liberato); Lawrence Adorolo, parroco della chiesa di San Benedetto a Okpella; Christopher Ogaga, parroco dell’Emmanuel Catholic Church a Oviri-Okpe.

«La piaga dei rapimenti a scopo di estorsione – ha dichiarato il portavoce della Conferenza episcopale nigeriana – ha raggiunto proporzioni inimmaginabili. Giorno dopo giorno non solo sacerdoti, ma anche cittadini sono rapiti, umiliati e traumatizzati da bande pesantemente armate. Sono senza pietà, letali e senza scrupoli. Nei loro sforzi di estorcere forti somme di denaro sottopongono le loro vittime a violenze indicibili che durano settimane se non mesi».

Jihadismo

Negli altri Paesi dell’Africa occidentale i rapimenti hanno una natura più complessa. Da anni ormai nella regione operano diverse milizie jihadiste.

Il salafismo jihadista è diviso in due grandi famiglie. La prima è al Qaeda. Fondata da Osama bin Laden, oggi è diffusa in tutta l’area saheliana. Qui conta numerosi gruppi affiliati, tra i quali al Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi), al Murabitun, Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale ecc. Gruppi che nascono, si fondono, si dividono, ma appartengono tutte alla stessa galassia qaedista.

Ad essa si affianca e, a volte si contrappone, lo Stato Islamico, conosciuto anche come Isis o Daesh.

In Africa, la principale formazione legata a Isis è Boko Haram. Il jihadismo ha stretto un legame solido con le formazioni criminali. Miliziani e delinquenti comuni si spartiscono i grandi traffici illegali che attraversano il Sahel: droga, armi, sigarette, esseri umani ecc. Le organizzazioni controllano i flussi di merci e le rotte attraverso le quali vengono convogliate. Un business che permette alle organizzazioni islamiche di finanziare le attività militari e di arricchire i loro gruppi.

Probabilmente si inserisce in questo contesto il rapimento di padre Pierluigi Maccalli della Società Missioni Africane. Prelevato nella sua missione in Niger, tra il 17 e il 18 settembre, si teme possa essere stato portato nel vicino Burkina Faso. Proprio nella zona di confine fra Niger e Burkina Faso operano jihadisti che non disdegnano azioni di criminalità organizzata (rapimenti, traffici di droga, sigarette, esseri umani) per finanziare le loro attività terroristiche. Secondo alcuni osservatori, il suo rapimento potrebbe essere una misura adottata dai jihadisti per ovviare al calo delle entrate derivanti dal traffico di esseri umani (la tratta dei migranti). I sequestri non sono azioni di facile gestione, ma sono comunque redditizi.

Stessa sorte potrebbe essere toccata a suor Cecilia Narvaez, religiosa di nazionalità colombiana, rapita il 7 febbraio 2017, a Koutiala, nel sud del Mali, e non ancora rilasciata. Nessuno ha rivendicato il sequestro. Il timore degli investigatori è che sia stata prelevata da una banda e poi sia stata ceduta a uno o a più altri gruppi. Ora sarebbe in mano di jihadisti che hanno esteso la loro azione anche nel sud del Paese. «Il sud del Mali – spiega padre Edmond Dembeleé, Segretario generale della Conferenza episcopale del Mali – non è mai stato particolarmente colpito dal jihadismo, che comunque è presente da tempo. Ciò che preoccupa è che ora questi gruppi hanno iniziato a prendere di mira i cristiani. La situazione è cambiata da qualche mese, per questo abbiamo lanciato l’allarme».

Risorse naturali

Politica e criminalità sono alla base dei sequestri anche nella Repubblica Democratica del Congo. Molti i sacerdoti finiti nelle mani dei rapitori: Jean-Pierre Ndulani, Anselme Wasikundi ed Edmond Bamutute prelevati nella loro parrocchia a 22 km da Beni nell’ottobre 2012; Pierre Akilimali e Charles Kipasa a Bunyuka, sempre della diocesi di Beni-Butembo, nel 2017; Robert Masinda, parroco di Bingo, nel Nord del Kivu (liberato); Celestin Ngango, parroco di Karambi (liberato).

Di fronte ai rapimenti, spesso la popolazione reagisce. Come nel caso del rapimento di padre Celestin Ngango, quando i fedeli della sua parrocchia si sono mobilitati andandolo a cercare nella foresta facendo pressioni sui rapitori affinché lo rilasciassero. Come poi è avvenuto.

Questi sacerdoti sono stati rapiti per aver denunciato le dure condizioni di vita nel nord del Kivu. Una regione nella quale sono presenti numerose milizie locali che si contendono le risorse locali: oro, diamanti, coltan ecc.

Chi osa puntare il dito sullo sfruttamento di uomini, donne e bambini nelle miniere rischia grosso. Così come chi denuncia le violenze sui civili.
«I preti sono uomini di Dio – ha detto mons. Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani e presidente della Conferenza episcopale del Congo –. Consacrano la loro vita per il bene comune della popolazione, senza avere un’agenda politica. Se ci sono stati appelli da parte di alcuni operatori pastorali è nel quadro dell’impegno civile, del rispetto dei valori come giustizia, pace e riconciliazione. Far loro del male significa danneggiare tutta la comunità nella quale servono».

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