Archivi vaticani: la Chiesa non teme la storia

di: Daniele Menozzi

archivi vaticani

Il 4 marzo, ricevendo in udienza superiori, dipendenti e collaboratori dell’Archivio Segreto Vaticano, papa Francesco ha annunciato che nel giro di un anno, precisamente il 2 marzo 2020, gli studiosi potranno accedere alle carte del pontificato di Pio XII che ha retto la chiesa dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958. La notizia si iscrive nella continuità di un processo iniziato nel 1881, quando Leone XIII decise di aprire, analogamente a quanto stavano facendo gli stati nazionali per gli archivi della pubblica amministrazione, la consultazione delle carte prodotte dal governo centrale della Chiesa. L’apertura era limitata ai documenti prodotti fino al 1815; poi nel 1924 Pio XI spostò il termine al 1846, quando finì il pontificato di Gregorio XVI. Da questo momento le aperture sono state scandite dalla conclusione di pontificati: Paolo VI nel 1966 concesse l’accesso ai documenti fino alla morte di Pio IX (1878); Giovanni Paolo II prorogò il limite nel 1978 a quelli dell’età di Leone XIII (scomparso nel 1903) e nel 1985 estese ulteriormente la consultazione fino al termine del pontificato di Benedetto XV (1922).

Poco dopo l’apertura dell’archivio per il periodo di Pio XI (6 febbraio 1922-10 febbraio 1939), avvenuta nel 2006 ad opera di Benedetto XVI, era iniziato il lavoro di riordino, censimento e classificazione di una ingentissima mole di documenti riguardanti l’attività dei dicasteri e degli uffici di curia negli anni difficili in cui Eugenio Pacelli guidò la Chiesa universale. Si potranno ora consultare le carte della Segreteria di stato, della Congregazione per affari ecclesiastici straordinari (oggi Sezione per i rapporti con gli Stati), del Sant’Uffizio (oggi Congregazione per la dottrina della fede), di Propaganda fide (oggi Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli) ecc. Si può capire che i tempi inizialmente previsti si siano dilatati. Una sommaria descrizione dell’insieme dei fondi che verranno resi disponibili pubblicata sull’Osservatore romano del 4-5 marzo dal prefetto dell’Archivio Segreto, mons. Sergio Pagano, significativamente intitolata “Dopo un lungo e paziente lavoro di preparazione”, evidenzia l’imponente quantità di materiali che, con le limitate risorse, umane ed economiche, messe in campo, si sono dovuti inventariare e rendere fruibili alla consultazione.

La Shoah: silenzi, orrore, aiuti

La notizia ha avuto un’ampia risonanza mediatica, soprattutto in relazione alla vexata quaestio dell’atteggiamento di Pio XII nei confronti della Shoah. In realtà, la sua portata per lo sviluppo degli studi storici va oltre questo pur rilevante argomento. Non bisogna infatti dimenticare che, proprio in relazione al tema del genocidio degli ebrei, le carte vaticane sono già parzialmente note. In risposta alle accuse sollevate dalla rappresentazione della pièce teatrale Il Vicario del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth – che in qualche modo tendeva ad alleggerire le responsabilità del popolo tedesco per il genocidio scaricandole sul papato – Paolo VI aveva affidato ad una commissione di storici della Compagnia di Gesù il compito di pubblicare i più significativi documenti vaticani dell’epoca della Seconda guerra mondiale. Dal 1965 al 1981 sono così usciti gli undici volumi degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la deuxième guerre mondiale che ora sono resi a tutti disponibili sull’ufficiale sito vaticano. Non c’è alcun dubbio che il lavoro, per quanto utile, lascia aperti diversi interrogativi: non sono stati infatti chiariti i criteri della selezione compiuta e le ragioni per cui alcuni documenti non sono accompagnati dagli allegati cui si fa in essi riferimento.

Vi saranno dunque molte cose da precisare attraverso l’accesso diretto alle carte. La commissione storica internazionale cattolico-ebraica istituita nel 1999, in seguito al processo di purificazione della memoria promossa da Giovanni Paolo II per il giubileo del 2000, aveva individuate ben 47 questioni cui quella pubblicazione non rispondeva. Anche se non sempre frutto di un lavoro filologicamente inappuntabile come uno degli storici gesuiti impegnati nell’edizione degli Actes et documents – il p. Gumpel – aveva subito rilevato, solo ora si potrà rispondere alle questioni rimaste effettivamente aperte. Eppure, si può dubitare che il quadro ricostruito dalla storiografia più seria ed accreditata – in particolare nel libro I dilemmi e i silenzi di Pio XII redatto da Giovanni Miccoli – possa sostanzialmente mutare. Tra gli studiosi che hanno affrontato il problema senza intenti apologetici e senza scopi polemici, ma con il solo obiettivo di chiarire quel che è realmente successo, non è ormai in questione né il silenzio pubblico di Pacelli sullo sterminio degli ebrei, né il suo personale orrore per quel che stava avvenendo nei territori occupati dai nazisti, né gli sforzi diplomatici attivati per attenuarne la portata.

archivio3Certo, si potrà ora finalmente ricostruire se (o meglio fino a che punto) l’intensa attività di soccorso e assistenza agli ebrei perseguitati messa in opera non solo da singoli credenti, ma anche da istituzioni ecclesiastiche – che, come è noto, portarono alla salvezza di non pochi di essi – era conosciuta a Roma.

Si potrà anche rispondere a una domanda rimasta senza risposta: un tale impegno caritatevole fu incoraggiato e sostenuto dalla Santa Sede? Un terreno su cui nel tempo sono fiorite le più varie ipotesi, come quella di una lettera inviata da Pio XII ai vescovi con l’ordine di distruggerla.

E soprattutto si potrà meglio articolare le ormai accertate ragioni dell’atteggiamento tenuto dal papa – la persistenza nella sua mentalità degli stereotipi antisemiti, il forte ecclesiocentrismo, la nostalgia del regime di cristianità, la paura del comunismo – stabilendo con maggior precisione il peso specifico che ciascuna di queste spinte venne ad assumere nella determinazione della linea vaticana e nel suo definirsi nel corso della guerra. Ma, se si può ritenere che diversi particolari e numerosi dettagli usciranno più netti e precisi, il giudizio storico complessivo sul modo in cui Pacelli affrontò la Shoah difficilmente ne risulterà modificato.

Cristianità e società dei consumi

Ben diversa appare invece la situazione degli studi storici dell’età di Pio XII su altri ambiti per la cui analisi i ricercatori hanno dovuto limitarsi agli atti pubblici o, in casi fortunati, ai materiali di qualche archivio privato al quale è stato loro concesso l’accesso (ad esempio gli archivi delle congregazioni religiose e di qualche diocesi si sono talora mostrati disponibili a superare il limite della vigente disciplina vaticana). Non sarebbero davvero pochi gli esempi, per un pontificato lungo chiamato ad elaborare un’adeguata risposta cattolica sia a profonde trasformazioni sociali (basta ricordare l’intensificazione dei processi di secolarizzazione nei paesi europei segnati dalla diffusione del modello fordista di produzione economica e dalla ricezione del consumismo nordamericano), sia a vicende politiche rilevanti per gli assetti planetari (lo stabilizzarsi della guerra fredda, l’inizio della decolonizzazione). Vorrei limitarmi a soli due casiper mostrare l’incremento di conoscenze cui porterà la decisione di papa Francesco.

John C. Murry con A. Dulles (1966).

John C. Murray con A. Dulles (1966).

Per quanto riguarda la vicenda interna della Chiesa, è nota la censura che Pacelli rivolse a quella “nouvelle théologie” che si proponeva sulla base di un ritorno alle fonti bibliche e patristiche di ripensare lo schema di presenza della Chiesa nella storia che era stato ereditato dalla cultura intransigente dell’Ottocento. Ne sono traduzione pratica le restrizioni imposte all’attività di alcuni teologi protagonisti poi dell’aggiornamento conciliare: M.-D. Chenu, Y.-M. Congar, John Courtney Murray ecc. Ora si potrà capire fino a che punto questo indirizzo era legato a pressioni provenienti dai circoli periferici dell’integrismo che trovavano ascolto in settori della curia romana o se era invece determinato da una personale inclinazione di Pio XII verso quello schema integrista, secondo il quale il pericolo maggiore per la fede veniva dall’infiltrazione all’interno della comunità ecclesiale di quei principi e valori moderni cui alcuni suoi membri si mostravano corrivi. Una cartina di tornasole a questo proposito sarà la possibilità di capire le ragioni della forte determinazione con cui il papa volle nel 1954, nonostante le forti perplessità emerse durante il processo, la canonizzazione di Pio X, che l’integrismo aveva avallato e protetto.

I teologi e la guerra

ungheria 1956Per quanto riguarda i rapporti con la società coeva, sono conosciute le riserve che Pacelli espresse nei confronti della linea adottata dall’amministrazione americana nei confronti della rivolta di Ungheria contro il potere sovietico nel 1956. Alla fine, il pontefice scelse di appoggiare l’insurrezione, proclamando che, per ragioni di opportunità, non poteva bandire una crociata anticomunista, ma che non poteva che sostenere la volontà degli insorti di considerare la loro lotta come una guerra santa. La questione si coniuga evidentemente con il problema del pericolo di una guerra nucleare tra i due blocchi che si fronteggiavano. I teologi dell’epoca erano divisi – prima che la Pacem in terris lo stigmatizzasse con la frase alienum est a ratione – sul ricorso alle armi di distruzioni di massa per la difesa della civiltà cristiana. Qual era la posizione di Pio XII in ordine alla liceità morale di un conflitto atomico? La linea alla fine adottata fu un ripiegamento dettato da ragioni politiche o fu invece l’espressione della percezione dell’immoralità intrinseca della guerra totale dell’età contemporanea?

Questi, come tanti altri argomenti che si potrebbero ricordare, toccano nodi delicati sul recente percorso storico della Chiesa. A conclusione del discorso con cui ha formalizzato l’apertura degli archivi vaticani per il periodo di Pio XII, papa Francesco ha affermato: «la Chiesa non ha paura della storia, anzi, la ama, e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio». La differenza con la lettera Saepe numero considerantes con cui nel 1881 Leone XIII annunciava che gli studiosi potevano accedere alle carte dell’Archivio segreto vaticano misura l’aggiornamento compiuto dalla Chiesa in questo arco di tempo. Anche allora il pontefice prendeva quella misura sulla base di un atto di fiducia nell’attività storiografica: si diceva convinto che, se condotta con il rigore del metodo critico, essa si sarebbe risolta in un’apologia della civiltà cristiana di cui il papato era stato nei secoli l’artefice.

Ora Bergoglio sollecita gli studiosi perché, con lo stesso severo impegno a ricostruire correttamente il suo passato, aiutino la Chiesa a meglio discernere il volto che per essa è stato voluto da Dio.

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