Argentina: la dittatura militare e il nunzio Pio Laghi

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Si dice che presto saranno aperti gli archivi vaticani e ci si tufferà su documenti riservati riguardanti la dittatura argentina e il comportamento del nunzio Pio Laghi (1922-2009), rappresentante della Santa Sede dal 1976 fino al 1980, quando fu trasferito negli Stati Uniti. Il suo nome figurava nel Rapporto Sabato, presentato nel settembre 1984, frutto di un’indagine svolta dalla Commissione nazionale sulla scomparsa di persone in Argentina: 8.961. Lo stesso Ernesto Sabato e il presidente Raul Alfonsin, di comune accordo, lo tolsero dalla lista, non ritenendo giustificate le accuse a carico del nunzio. Ma subito dopo il nome di Laghi riapparve sul settimanale El Periodista de Buenos Aires (3-9 novembre 1984). Furono soprattutto le Madres de Plaza de Mayo ad accusarlo di essere anche lui uno dei responsabili della repressione.

Mons. Laghi – come raccontò alla rivista Il Regno-Attualità 14 (1997) – commise un’imperdonabile imprudenza: «Ho sempre avuto l’abitudine di giocare a tennis. Lo facevo anche in Argentina in un campo non lontano dalla nunziatura, un paio di volte alla settimana. Talora giocavo anche la domenica presso un centro sportivo frequentato anche da altri diplomatici. Qui ho giocato anche con l’ammiraglio Massera (della giunta militare). Ma non più di tre o quattro volte in quattro anni. Per il ruolo di rappresentanza del nunzio e per ragioni pastorali non mi sono poi sottratto alla richiesta di sposare uno dei suoi figli e di battezzarne il nipote. Sono questi i dati di fatto. Altre frequentazioni non ci sono state. Parlare di amicizia è francamente improprio. Ma ancor più incredibile è trasformare rapporti occasionali o esigiti dalla funzione diplomatica nell’affermazione di una mia precisa e iniziale conoscenza dei fatti e dei sistemi repressivi della dittatura, dei dati circa i prigionieri e gli scomparsi e di una mia corresponsabilità nella scomparsa di migliaia di persone».

Nel libro Iglesia y Dictatura, E.F. Mignone gli rivolse pesantissime accuse: il nunzio «aveva strumenti che non utilizzò per fermare il furore omicida di un regime che si proclamava cattolico ai quattro venti» (pag. 93). Laghi rispose prontamente e dettagliatamente. (Mignone, d’altronde, che ebbe una figlia sequestrata, non fu tenero neppure con Bergoglio, allora provinciale dei gesuiti).

«Più che di un’accusa specifica si tratta di un giudizio storico – dichiarò Laghi alla rivista Il Regno –. Si poteva fare di più ? Potevo io fare di più? Me lo sono chiesto migliaia di volte, anche dopo la mia uscita dall’Argentina. È difficile assolversi di tutto come singoli, è difficile farlo anche come Chiesa. Il fatto, ad esempio, che gli altri ambasciatori abbiano operato assai meno della nunziatura per denunciare la violazione dei diritti umani e per aiutare le vittime mi inquieta. Perché io sono un prete. Tale inquietudine, tuttavia, non vuol dire riconoscere una responsabilità specifica di sostegno alla dittatura e ancor più ai modi crudeli e inumani a cui essa ha fatto ricorso. Per i casi in cui questo si è verificato vi deve essere una dura condanna.

Per coinvolgermi in quest’ambito, bisognerebbe dimostrare che i riconosciuti interventi papali di critica al regime avessero altra fonte informativa rispetto alla nunziatura e, in parte, all’episcopato locale. Rimane certo la domanda se un più deciso intervento della Chiesa nel suo insieme poteva risultare capace di modificare gli eventi. Alcuni lo pensano, anche fra i vescovi più coraggiosi. Non lo posso escludere».

Erano note l’incapacità e anche la volontà di gran parte dell’episcopato argentino di mettere in atto le direttive del concilio Vaticano II, della Conferenza di Medellin (1968) e di Puebla (1979).

Laghi fu difeso dalla Commissione esecutiva della Conferenza episcopale argentina (20 maggio 1997). Il vescovo Novak di Quilmes disse: «Sin dall’inizio del governo della prima giunta militare, mons. Pio Laghi si prese cura di molte famiglie di detenuti e desaparecidos, facilitò l’uscita dal paese di molti perseguitati politici, tenne informata la Sante Sede di quanto accadeva in Argentina e mise personalmente in discussione la metodologia usata dalle forze di repressione (21 aprile 1995). È quanto pare emergere da un rapporto inviato al segretario di stato vaticano card. Villot.

Nel recente comunicato della Commissione permanente dei vescovi argentini, pubblicato a memoria dei quarant’anni dell’inizio della dittatura della giunta militare, non vi è accenno alle colpe di vescovi che credevano nell’onestà della gerarchia militare e l’avevano appoggiata.

La storia li etichetta come i vescovi pro dittatura. Adolfo Tortolo, arcivescovo di Parana, vicario delle forze armate, presidente della Conferenza episcopale, si diceva amico del generale Videla. Victorio Bonamin, un salesiano tutto d’un pezzo (pesava più di cento chili), era schierato totalmente con le forze armate, che difendevano la civiltà cristiana. José M. Medina, vicario castrense, ossessionato dal marxismo, sosteneva la legittimità della tortura. Antonio Plaza, arcivescovo di La Plata, visitava le carceri dove si torturava e si fucilava senza dire una parola di condanna. Ildefonso Maria Sansierra, uno dei vescovi più reazionari di tutto l’episcopato argentino, sosteneva che in caso di guerra «è legittimo torturare, assassinare prigionieri, rubare, violentare donne» ( E.F. Mignone, Iglesia y Dictatura, 2006,127).

Vi erano poi i vescovi cosiddetti del silenzio. Erano in contatto con la giunta e le autorità militari. Tra questi il card. Raul Primatesta e il card. Juan Carlos Aramburu. Non diedero alcun segno profetico di denuncia.

 Il golpista generale Videla, ex presidente della Repubblica argentina, nel 2012 confessava al giornalista Ceferino Reato: «La realtà è che per cinque anni feci praticamente tutto quello che volevo. Nessuno m’impedì di governare, né la giunta militare, né nessun altro organo di potere. Non sono pentito di niente, dormo molto tranquillamente tutte le notti; ho sì un peso nell’anima, però, non sono pentito, né questo peso mi toglie il sonno» (Vida Nueva en el Cono Sur 15 (2012)).

Videla è morto il 17 maggio 2013, a Buenos Aires, senza dare alcun segno di ravvedimento.

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