«Articolo Ratzinger»: la reazione di un laico

di: Andrea Lebra

Per essere di un teologo della levatura di Joseph Ratzinger, il testo sugli abusi sessuali perpetrati nella Chiesa a danno di persone non solo minori mi sembra che pecchi, quantomeno, di una sconcertante inadeguatezza. Sorge persino il dubbio che gli «appunti» del papa emerito Benedetto XVI siano autentici, se si confrontano con il contenuto e lo stile della sua “lettera pastorale” scritta il 19 marzo 2010 ai cattolici d’Irlanda.

Documento diffuso solo l’11 aprile 2019: perché?    

Intanto sembra di capire che il documento – suddiviso in tre parti – sia stato scritto non dopo ma prima dell’incontro su La protezione dei minori nella Chiesa che si è tenuto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019.

Nella parte introduttiva si afferma, infatti, che gli appunti sono stati messi insieme «nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio», con il fine dichiarato di «fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo momento difficile», contribuendo a «rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici».

Se è così, come mai, il documento, pur scritto prima del 21 febbraio, non è stato preso in considerazione nel corso dei lavori della suddetta assise, ed è stato pubblicato a sei settimane dalla sua conclusione su una rivista tedesca «a seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso santo padre»? Forse perché ritenuto, a motivo del tono catastrofico che lo caratterizza, di scarsa rilevanza per predisporre, all’insegna della «concretezza» e nel contesto di una discussione «sinodale, sincera e approfondita», misure efficaci in grado di affrontare con parresia e coraggio un male che va trasformato «in un’opportunità di consapevolezza e di purificazione» della Chiesa?

Pedofilia: colpa della rivoluzione del ‘68?

ratzinger1Il testo criminalizza in termini drastici la rivoluzione sessuale avvenuta nel ’68. Ad essa sarebbero imputabili film e manifesti pubblicitari pornografici, eccessi nel vestire che provocano aggressività e violenza, libertà sessuale che non tollera più alcuna norma, dimissioni dallo stato clericale, collasso delle vocazioni sacerdotali, collasso spirituale, collasso della morale cattolica, dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale… Addirittura sarebbe stata proprio la «rivoluzione del ’68» a considerare come «permessa e conveniente» la pedofilia (I, § 1).

Che la Chiesa non abbia mai fatto i conti con la rivoluzione sessuale, soprattutto quella maschile, legata al 68, favorendo così non poche sacche di perversione, è ampiamente risaputo. Ma non è forse proprio grazie a quella rivoluzione che le vittime hanno avuto il coraggio di denunciare i soprusi?

Non è forse grazie anche a questa rivoluzione che, a livello culturale e sociale, si è formata una concezione della sessualità, concepita, in omaggio ai principi di eguaglianza e dignità, come estrinsecazione della libertà della persona contro ogni possibile condizionamento o abuso?

Non è forse grazie a questa rivoluzione che tutti i reati di natura sessuale sono stati considerati un delitto contro la persona e non più contro la morale?

Inizio del fenomeno negli anni ‘60 del secolo scorso?

Joseph Ratzinger identifica negli anni ’60 del secolo scorso l’inizio del fenomeno degli abusi e afferma che la relativa questione è divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80 (II, § 2).

Affermazioni che sembrano smentite da tutti gli studi scientifici disponibili in varie lingue e in tutto il mondo.

Come può uno studioso come lui ignorare che il fenomeno degli «stupratori di fanciulli», pur pervicacemente nascosto, è stato presente in tutta la storia della Chiesa, essendosene a più riprese occupati Concili e Sinodi, come Elvira (305), Ancira (314), Lateranense IV (1215), Trento (1563)?

Il testo Crimen sollicitationis pubblicato nel 1962 dall’ex Sant’Uffizio, che si riferisce alla pratica della sollicitatio ad turpia, non riprende forse un testo del 1922, che rimanda, a sua volta, alla costituzione Sacramentum poenitentiae di papa Benedetto XIV del 1° giugno 1741?

Autorevoli indagini giudiziarie non hanno forse messo in rilievo che migliaia di abusi sono avvenuti negli anni ‘50 per proseguire fino agli anni 2000?

Non sarebbe, di conseguenza, più corretto affermare che solo ai nostri giorni si comincia, da un lato, a superare il velo dell’omertà che ha regnato per secoli attorno a tutto ciò che riguarda la sessualità dei chierici e dei religiosi e, dall’altro, a chiudere l’epoca dell’insabbiamento e della protezione sistematica della casta clericale?

E le vittime?

ratzinger3Nel lungo articolo scritto da chi, come Benedetto XVI, per primo ha ricevuto e dialogato con numerose vittime associando ad esse i concetti di «peccato e crimine», è decisamente strano che manchi ogni riferimento ad esse.

Una sola volta compare il termine «vittima» (III § 2), nel contesto dell’episodio blasfemo, oltreché boccaccesco, della giovane ragazza che serve all’altare e che viene abusata dal celebrante, solito accompagnare l’abuso con le parole della consacrazione «questo è il mio corpo che è dato per te».

Come è possibile che il papa emerito non abbia ritenuto doveroso, come aveva fatto al punto n. 6 della “lettera pastorale” ai cattolici dell’Irlanda, dedicare alle vittime di «questi atti peccaminosi e criminali» anche una sola parola per richiedere loro perdono per la fiducia tradita e la dignità violata ?

Dall’età di 15 anni ho avuto relazioni sessuali con un prete. Questo è durato 13 anni. Sono stata incinta tre volte e mi ha fatto abortire tre volte, molto semplicemente perché egli non voleva usare profilattici o metodi contraccettivi. All’inizio mi fidavo così tanto di lui che non sapevo potesse abusare di me. Avevo paura di lui e ogni volta che mi rifiutavo di avere rapporti sessuali con lui, mi picchiava. E siccome ero completamente dipendente da lui economicamente, ho subìto tutte le umiliazioni che mi infliggeva. Avevamo questi rapporti sia a casa sua nel villaggio che nel centro di accoglienza diocesano. In questa relazione non avevo il diritto di avere dei «ragazzi»; ogni volta che ne avevo uno e lui veniva a saperlo, mi picchiava. Era la condizione perché mi aiutasse economicamente… Mi dava tutto quello che volevo, quando accettavo di avere rapporti sessuali; altrimenti mi picchiava (Testimonianza resa il 21 febbraio 2019, nel corso dell’incontro «La protezione dei minori nella Chiesa», da una donna vittima di abusi).
Garantismo «conciliare» per coprire gli abusi?

Altra anomalia: il documento non solo non fa alcun riferimento alla copertura degli abusi da parte dell’autorità ecclesiastica (denuncia presente nella lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda), ma teorizza che la condanna degli abusi sarebbe stata resa difficile a causa del «così detto garantismo» di origine «conciliare» (II § 2) teso a salvaguardare prioritariamente i diritti degli accusati.

Sembra di capire che sarebbe colpa del concilio Vaticano II se chi ha commesso crimini di tale gravità non è stato perseguito come richiesto dalla legge penale e dal diritto canonico.

La condanna degli abusi è stata resa difficile da questo genere di «garantismo» o non piuttosto da sistematiche coperture, da parte delle autorità ecclesiali competenti, degli autori dei crimini giustificate da una certa concezione del carattere ontologico del sacramento del ministero ordinato che di fatto non tollera che simili peccati siano imputati a chi lo ha ricevuto?

Come può Joseph Ratzinger ignorare ciò che – a ragione – va ripetendo in continuazione papa Francesco, cioè che «è difficile comprendere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica»?

Per un cattolico, la cosa più difficile è riuscire a parlare dell’abuso sessuale; ma una volta che hai preso coraggio e inizi a raccontare – nel nostro caso, parlo di me – la prima cosa che ho pensato è stata: vado a raccontare tutto a Santa Madre Chiesa, dove mi ascolteranno e mi rispetteranno. La prima cosa che hanno fatto è stata di trattarmi da bugiardo, voltarmi le spalle e dirmi che io, e altri, eravamo nemici della Chiesa. Questo è uno schema che non esiste soltanto in Cile: esiste in tutto il mondo, e questo deve finire (Testimonianza resa da un uomo vittima di abusi il 21 febbraio 2019, nel corso dell’incontro «La protezione dei minori nella Chiesa»).
Quale immagine di Dio hanno gli abusatori?

Il documento afferma che il motivo degli abusi nella Chiesa «in ultima analisi sta nell’assenza di Dio» di cui anche cristiani e presbiteri preferirebbero oggi non parlare, trattandosi – questo – di un discorso che sembrerebbe non avere utilità pratica (III, § 1).

Si aggiunge inoltre che la stessa pedofilia sarebbe ritenuta «del tutto giusta» da parte della società occidentale «nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire», «e nella quale, proprio per questo motivo, si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano» (III § 1).

Si tratta di un’analisi molto severa, utilizzabile per spiegare il mistero del male assoluto, ma non sufficiente per rendere ragione della dimensione che nella Chiesa ha raggiunto il fenomeno degli abusi sessuali da parte di «ministri di Dio».

Come mai l’analisi di Joseph Ratzinger ignora del tutto la coraggiosa, pacata e condivisibile diagnosi delle cause degli abusi compiuti da presbiteri e religiosi rinvenibile al punto n. 4 della «lettera pastorale» scritta dal papa emerito Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda? Laddove, tra i fattori che hanno contribuito a devastare tragicamente «le vite delle vittime e delle loro famiglie» e ad oscurare «la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione», Benedetto XVI enumera non solo le «procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa» o «l’insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati», ma anche «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona».

Più che ricondurre tutto il male del mondo all’assenza di Dio, non sarebbe più utile chiedersi quale immagine di Dio avevano gli abusatori, visto che la utilizzavano per tacitare la loro coscienza dopo il compimento di quelli che Benedetto XVI ha definito «atti peccaminosi e criminali»?

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Un commento

  1. Francesco Grisorio 29 aprile 2019

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