Becciu: rammarico e interrogativi

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caso becciu

Il caso Becciu non è il primo e non sarà l’ultimo. Ma non sorprende che abbia suscitato particolare rumore, trattandosi di un cardinale, stretto collaboratore del papa, fulmineamente “dimissionato”. Un episodio spiacevole, che procura disagio e persino sofferenza a chi vuole bene alla Chiesa.

Umilmente, mi iscrivo tra costoro. Nessuna caduta potrà mai cancellare il mio debito di gratitudine verso la Chiesa non intesa come fredda istituzione, ma verso i concreti uomini e le concrete comunità cristiane cui devo la mia formazione e le mie scelte di vita.

Rammarico

Quando si ha notizia dei limiti, delle miserie, dei peccati degli uomini di Chiesa, la mia prima reazione è quella del profondo rammarico, al pensiero che alla pubblica opinione possa sfuggire l’abissale sproporzione tra la montagna di bene che la Chiesa riversa sull’umanità – a cominciare da quella fragile e ferita, con innumerevoli testimonianze di eroica, quotidiana dedizione, sino ai casi estremi di cristiani che si votano al martirio – e gli errori e le colpe di qualche suo rappresentante.

In particolare, nel caso in oggetto, spiace che si possa dare fiato a due “partiti”: gli anticlericali militanti cui non pare vero di confermarsi nei propri pregiudizi, di denunciare la doppiezza e l’ipocrisia di chi predica bene e razzola male; e, rispettivamente, i detrattori e gli avversari di papa Francesco, i tradizionalisti che, mai come oggi, si sono organizzati e, con mezzi ingenti, conducono organiche campagne a lui ostili. Sino a chiederne le dimissioni.

Pur nel rammarico per le ombre, tuttavia non è fuori luogo scorgere una luce: quella del coraggio, della determinazione, diciamo pure del decisionismo del pontefice. Non è cosa di oggi. Già più volte egli ne ha dato prova, specie sui due fronti che più hanno scheggiato il volto della Chiesa: le finanze vaticane e gli abusi sessuali.

Rimontando colpevoli ritardi ed esitazioni accumulati da gran tempo. Non è un mistero che una risoluta opera di bonifica era inscritta nella elezione di Bergoglio al soglio pontificio, dopo le clamorose dimissioni di papa Benedetto. A monte delle quali stava plausibilmente l’umile, onesta ammissione di non disporre della forza necessaria per provvedere a tale bonifica.

Non è mai stata smentita l’indiscrezione secondo la quale, all’atto della elezione dello stesso Ratzinger, il card. Martini – tra i papabili, ma già malato e dunque dichiaratosi indisponibile – si fosse fortemente raccomandato con lui affinché garantisse di occuparsi con decisione delle «piaghe della Chiesa».

Francesco ha dato prova più e più volte di dare seguito a quel proposito. Sapendo ben distinguere tra la misericordia quale cifra del cristianesimo e della Chiesa e una pavida accondiscendenza, una malintesa prudenza spesso praticata con l’intento di preservare la buona fama della Chiesa, degenerata in insabbiamento. Di qui la determinazione negli “interventi chirurgici” oggettivamente necessari, in nome dell’etica della responsabilità e proprio per amore della Chiesa, della trasparenza evangelica del suo volto.

Sovraccarico di strutture

Ciò detto, non ci si può sottrarre a un interrogativo di fondo. Lo formulo nel ricordo di un maestro a me carissimo: Giuseppe Lazzati, del quale è in corso il processo di canonizzazione. Già servo di Dio, uomo fedelissimo alla Chiesa, a fronte di casi assimilabili a questo (tipo quello che investì lo Ior), con la discrezione e la misura dettate dall’affetto che egli portava alla madre Chiesa, si chiedeva se non si dovesse tematizzare la radice di tali controtestimonianze: il sovraccarico di strutture e di apparati – accennava alla diplomazia, agli ambasciatori, alle nunziature in giro per il mondo – che appesantiscono la vita della Chiesa istituzione.

Con tutto ciò che essi si portano dietro. Certo, i costi esorbitanti e l’esigenza di reperirli, ma anche le attrattive e le ambizioni “mondane” di “carriere ecclesiastiche” (un ossimoro).

Lazzati si chiedeva se tutto questo sovraccarico strutturale fosse strettamente necessario alla missione della Chiesa. O se, per parafrasare, lo studioso della comunicazione McLuhan, il mezzo non finisse per nuocere al messaggio. Forse un retaggio del potere temporale della Chiesa, della Santa Sede quale Stato troppo simile agli altri Stati, del quale oggi non si vede la ragione.

Incidentalmente e coerentemente, rammento che Lazzati nutriva una certa diffidenza verso i Concordati (nonostante il card. Nicora, tra gli artefici della revisione del 1984, fosse tra i suoi discepoli). Era sua convinzione che i Concordati avessero un senso quando l’interlocutore fosse uno Stato totalitario e che invece, laddove vige la democrazia, la Chiesa (con i suoi cristiani laici) facesse bene ad accettare senza riserve la sfida della libertà e delle democrazie.

Non credo di sbagliare immaginando che da una simile visione – di una Chiesa che prende sul serio il Vangelo nella sua radicalità e resiste alle lusinghe del potere – sia attratto un papa che si è dato il nome di Francesco.

Un papa audacemente riformatore e da più parti osteggiato proprio per questo. Ma fino a che punto può spingersi?

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3 Commenti

  1. M. Rosa Pellegrini 4 ottobre 2020
  2. Antonio Cecconi 3 ottobre 2020
  3. Adelmo li Cauzi 1 ottobre 2020

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