Biden, l’eucaristia, i vescovi

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Dopo la lettera del 7 maggio del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Ladaria, in risposta a una missiva del presidente della Conferenza episcopale statunitense (USCCB), mons. J.H. Gomez, con la quale si informava la Congregazione romana dell’intenzione, da parte della USCCB, di preparare un documento dottrinale sull’eucaristia (nel quale si sarebbe affrontata anche la questione del diniego verso quelle personalità pubbliche che sono pro-choice in materia), la dialettica delle posizioni interne alla Conferenza si è fatta sostanzialmente più aspra.

Il card. Ladaria chiedeva di procedere con la dovuta prudenza, insistendo soprattutto sul fatto di aprire un dialogo tra i vescovi sulle questioni di maggiore ricaduta pubblica dell’eventuale documento dottrinale. Da un memo interno, si può evincerne la struttura: “L’eucaristia, un mistero da credere”; “L’eucaristia, un mistero da celebrare”; “L’eucaristia, un mistero da vivere”.

I primi due capitoli non pongono problemi e sono sicuramente condivisi dall’unanimità dei vescovi. È sul terzo che si scindono gli spiriti episcopali – ossia, quando si passa dal piano dottrinale teologico a quello morale (e, più precisamente, quando si passa da quella che è la convinzione morale della persona al modo in cui essa di pone all’interno delle procedure legislative dello stato su questioni che hanno risvolti etici).

Ma prima ancora che la dottrina, il card. Ladaria spingeva sul metodo: “lo sviluppo efficace di scelte in aree come queste richiede dialogo su un doppio livello: primo, tra i vescovi stessi; e poi tra i vescovi e i cattolici pro-choice che vivono nelle loro giurisdizioni”. Insomma, la USCCB veniva richiamata a fare attenzione, con un eventuale testo dottrinale, a non ledere “l’autorità del vescovo locale, al quale compete di determinare chi può e chi non può ricevere la comunione nella sua diocesi”.

In vista dell’Assemblea generale della USCCB, che si terrà in streaming dal 16 al 18 giugno, un gruppo composto da 67 vescovi ha inviato una lettera al presidente della Conferenza chiedendo di posporre la discussione sull’eventuale redazione di un documento dottrinale sulla “coerenza eucaristica” alla plenaria successiva – prevista per il mese di novembre, che con tutta probabilità si terrà in presenza. Secondo i firmatari  sarebbe questa modalità, e non quella virtuale, la condizione migliore per corrispondere alle richieste fatte dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi americani.

La lettera è stata fortemente criticata dal vescovo di Denver, mons. S.J. Aquila, e da quello di San Francisco, mons. S. Cordileone. Quest’ultimo ha accusato gli estensori della lettera di “voler creare discordia tra i vescovi e di manovrare dietro le quinte per interferire con le accettate procedure della USCCB”. Rimarcando, inoltre, “che coloro che non vogliono la pubblicazione di un documento sulla coerenza eucaristica dovrebbero essere pronti a discutere la cosa oggettivamente e in maniera franca con gli altri vescovi, piuttosto che tentare di far deragliare il processo”.

Non seguendo l’invito che fa agli altri, mons. Cordileone era già intervenuto il primo maggio con una lettera pastorale sulla vita non nata, nella quale affermava “che coloro che rigettano la dottrina della Chiesa sulla santità della vita umana e non vivono in accordo con tale dottrina non devono ricevere l’eucaristia”.

Di passaggio, merita di essere ricordato che l’altro vescovo intervenuto pubblicamente contro la lettera dei 67 confratelli, mons. Aquila, ha sentito l’urgenza di scrivere una lettera pubblica (in quattro lingue) a tutti vescovi tedeschi: nella quale esprime la sua profonda preoccupazione per il Cammino Sinodale della Chiesa tedesca e per la posizione di alcuni vescovi espressamente a favore di riforme nella Chiesa cattolica. Spinto dalla sollecitudine per la Chiesa universale, e recuperando l’antica tradizione della correzione fraterna fra i vescovi, mons. Aquila richiama quindi all’ordine tutto il corpo episcopale tedesco. Il dato più interessante però è il fatto che le fonti a cui mons. Aquila si rifà, per dare ragione della sua preoccupazione per il bene della Chiesa che sarebbe messo in pericolo da quella tedesca, sono le informazioni mediatiche che circolano sul Cammino Sinodale – meglio, un certo schieramento di informazioni mediatiche.

Se si vuole rimettere in uso una venerabile tradizione, come quella della correctio tra vescovi di Chiese locali diverse, forse sarebbe meglio attingere a fonti dirette ed entrare in dialogo con loro, anziché limitarsi a ciò che se ne dice sui media e rendendo pubblica la lettera di correzione prima ancora che essa venga ricevuta dai vescovi tedeschi (i quali sono tutti in grado di leggere l’inglese, quindi le ulteriori tre versioni sembrano un poco ridondanti – ma appunto, forse la lettera di Aquila non è tanto per i vescovi, quanto piuttosto per la grande bolla mediatica che ha preso in ostaggio la Chiesa tutta, da un lato e dall’altro).

Commentando gli ultimi sviluppi della battaglia per la coerenza eucaristica, Thomas Reese osserva: “i cattolici progressisti che si compiacciono del recente intervento vaticano dovrebbero ricordarsi che, ai tempi di Giovanni Paolo II e Ratzinger, essi lamentavano con asprezza questo genere di interventi provenienti dal Vaticano. Allo stesso modo, i cattolici conservatori, che esultavano quando Giovanni Paolo e Ratzinger intervenivano nei confronti della USCCB, dovrebbero ricordarsi che quello che esce dalla porta rientra poi dalla finestra.

In realtà, né i conservatori né i progressisti credono veramente nel processo e si impegnano in esso; vogliono solo avere ragione. Per Francesco, invece, il processo è qualcosa di fondamentale; ed è questa la ragione per cui egli parla così spesso del suo desiderio di una Chiesa sinodale. Per Francesco, avere più dialogo e dibattito è una buona cosa – anche se questo vuol dire ritardare di prendere delle decisioni”.

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