Bose: l’incompiuta

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C’è voluta la lettera del papa alla comunità (firmata il 12 e arrivata il 17 marzo) per dare luce e visibilità a quanti vivono a Bose e attraversano un periodo di fortissime pressioni esterne e defatiganti confronti interni.

«Desidero esprimervi di tutto cuore la mia vicinanza e il mio sostegno in questo periodo di dura prova che state attraversando per vivere con fedeltà la vostra vocazione. Sono bene al corrente di quanto in questi ultimi mesi le gravi difficoltà che avevano portato alla visita apostolica e all’emanazione del decreto singolare si sono purtroppo accresciute a causa del  prolungato ritardo frapposto all’esecuzione delle decisioni della Santa Sede ivi contenute… Non lasciatevi turbare da voci che mirano a gettare discordia tra voi: il bene dell’autentica comunione fraterna va custodito anche quando è alto il prezzo da pagare! Così come la fedeltà in tali momenti consente di cogliere ancora di più la voce di Colui che chiama e che dà la forza di seguirlo».

La macchina informativa e il silenzio

Nella comunicazione pubblica, sia interna alla Chiesa e soprattutto esterna, la comunità, il suo vissuto, le sue indicazioni e la sua sofferenza non sembrano avere spazio. Tutto è concentrato sul fondatore, il delegato, il priore (Luciano Manicardi) e la Santa Sede (il card. Pietro Parolin e, sullo sfondo, papa Francesco).

Di sofferenza, prova e dolore sono intrise le sorvegliate comunicazioni che appaiono sul sito del monastero. Le testimonianze di tutti i singoli fratelli e sorelle raccolti nella visita apostolica che hanno dato origine al decreto papale e gli indirizzi espressi da una larga maggioranza nei passaggi successivi non raccolgono alcuna attenzione.

La «scelta del silenzio» è intesa nei media come irrilevanza. Essa contrasta con la logica comunicativa, penalizza le ragioni dei monaci e costringe i comunicati istituzionali a una rincorsa, spesso perdente. Al contrario della macchina informativa ampiamente esperita e utilizzata da molti decenni da parte di Enzo Bianchi, costruita non senza meriti e genialità. In tutti i grandi giornali e strumenti comunicativi l’unica vittima è lui.

Massimo Recalcati scrive, ad esempio, su La Stampa l’11 febbraio 2021: «Un uomo vecchio e malato al quale devono la loro casa a Bose viene esiliato, costretto a vivere senza nemmeno poter mantenere  il nome della sua creatura. Nessuno si indigna? Nessun cristiano alza la sua voce a difendere l’inerme, il padre colpito al cuore dai suoi figli con la complicità invidiosa di padre Cencini… Lascino morire il vecchio monaco nel suo eremo sulle colline vicino a Bose. Cessino la persecuzione, non facciano più male a fratello Enzo…».

Un commento diverso è quello di un amico di lunga data di Enzo e di Bose, Daniele Rocchetti, che così scrive su L’eco di Bergamo (10 marzo): «Una scelta (quella del silenzio) che deve essere costata non poco ai fratelli e alla sorelle visto il fango che, in modo quasi ininterrotto dallo scorso maggio in poi è stato gettato sul priore, sull’economo e poi sul delegato pontificio mandato per accompagnare la comunità in questo tempo tribolato. Fango che ha trovato spazio fecondo nei social. Dove, contrariamente a quanto sostengono in tanti, il mainstream ufficiale è sempre stato molto ostile nei riguardi della comunità e delle sue figure di rilievo, anche per il rilancio degli interventi di amici e firme autorevoli a sostegno di Enzo Bianchi sui più importanti quotidiani del nostro paese».

Lo aveva già sottolineato p. Cencini in una intervista ad Avvenire il 2 settembre 2020: «Molti riducono la vicenda Bose a una questione di disposizioni disciplinari per alcune persone, ignorando in pratica la comunità. O sono turbati, e giustamente come dice lei, dalla sofferenza di chi è colpito direttamente dalle sanzioni del decreto, ma senza alcuna attenzione a una sofferenza che a Bose è presente da anni, e che forse per molto tempo è rimasta sotto traccia, non considerata, e che invece va riconosciuta e com-patita. L’attenzione deve andare in entrambe le direzioni. È proprio per questo che stiamo lavorando con tutta la fraternità, a livello individuale e comunitario, e non solo per accogliere e “curare” questo dolore, ma per eliminare il più possibile le radici».

Il no di Bianchi

Nel carteggio pubblico – quello privato, personale o attraverso lettera è assai più nutrito – i due testi più puntuti sono il comunicato di Bianchi del 6 marzo (cf. SettimanaNews: La risposta di Bianchi al papa) e il commento di p. Cencini il 16 marzo (cf. SetttimanaNews: Bose: lo stato delle cose).

Nel testo di Bianchi le affermazioni più significative riguardano: a) l’obbedienza al decreto papale («abbiamo obbedito al decreto» anche se annota «l’allontanamento concreto l’ho realizzato, ma non abbastanza lontano come indicato dal decreto»: curiosa glossa per chi non si è spostato dalla casa abitata da decenni); b) il suo mancato assenso («A queste condizioni… non ho mai dato il mio assenso»); c) la distanza di atteggiamento e di richieste fra il Segretario di stato e il delegato; d) il contratto di comodato del monastero di Cellule non fa sapere l’identità e il numero dei fratelli che lo avrebbero seguito; il comodato è legato all’insindacabile volontà dei rappresentanti di Bose; non prevede l’uso dei terreni agricoli annessi all’edificio; si impedisce ai fratelli di condurre una vita monastica o cenobitica.

Nella sua risposta p. Cencini afferma «la (sua) piena sintonia con la Santa Sede, in ogni sua fase e in ogni suo punto». Ricorda il consenso scritto di Bianchi (13 gennaio) ad andare a Cellule con dei fratelli e delle sorelle. Sottolinea che i cinque fratelli e due sorelle disponibili per Cellule erano del tutto noti al fondatore. Inoltre il comodato gratuito non è affatto arbitrario, ma scioglibile solo con un eventuale uso dei beni difformi da quanto pattuito.

I terreni, sia adibiti ad orto che al lavoro agricolo, sono a disposizione dei monaci extra domum presenti a Cellule e che non vi è alcun divieto rispetto alla vita monastica, ma solo a fondazione di comunità, associazioni o altre aggregazioni ecclesiali. E aggiunge una nota: tutte le spese personali, di mantenimento e di manutenzione ordinaria sono a carico del comodatario, cioè di Bianchi. «Tutto questo in quanto il comodatario stesso dispone di adeguati mezzi di sussistenza personali, come da me appurato, nel corso del mio operato per l’esecuzione del decreto singolare del 13 maggio 2020».

Ciò significa che quanto era stato garantito ai tre fratelli allontanati dalla comunità non è previsto per Bianchi in ragione delle sue sostanze.

Parole imprecise e silenzi da interpretare

Difficile dare ragione dell’opinione pubblica ecclesiale, ferita e scombussolata da eventi di cui conosce solo in parte il contenuto e soprattutto perché interessa persone e comunità grandemente apprezzate e giustamente valorizzate. A partire dal fondatore, Enzo Bianchi.

La sua fondazione, i suoi libri, le sue conferenze, i suoi contatti e posizioni pubbliche ne hanno fatto un riferimento per l’intero post-concilio italiano e un mediatore eccellente fra mondo ecclesiale e società laica. Conoscendo anche fieri oppositori e critici inflessibili. I media ecclesiali sono molto cauti: non difendono Bianchi ma ne ospitano gli scritti. Attendono chiarezza, dando nota delle posizioni ufficiali.

Fra chi è più schierato, sia chi lo difende (come Il Sismografo di L. Badilla) sia chi lo accusa (come il blog di S. Magister) alzano il tiro sulla modalità di governo di papa Francesco. Rimangono da interpretare soprattutto i silenzi. Come quelli dei numerosi interlocutori ecumenici, in particolare nell’Ortodossia. Nessun commento da parte delle Chiese protestanti (a parte alcuni singoli valdesi italiani) e nessuna voce dalle Chiese ortodosse, anche di personaggi che hanno frequentato molto Bose. Silenzio anche da parte del mondo monastico.

A livello personale si fa notare l’anomalia di un non monaco come delegato pontificio. Altri suggerisce una lettura pasquale del travaglio in atto (M. Semeraro). Soprattutto si ricorda il difficile passaggio dal fondatore ai successori («è assolutamente necessario che abbandoni la comunità per un tempo relativamente lungo, per lasciare campo libero al suo successore»).

A livello di cardinali i più attivi alla ricerca di un compromesso sembrano essere stati i cardd. Giuseppe Versaldi, Matteo Zuppi e Gianfranco Ravasi, mentre fra i vescovi si cita il nome di Luigi Bettazzi, ma probabilmente ce ne sono molti altri.

La più colpita è certamente  la «generazione Bose», quelli che hanno trovato nel monastero e nelle frequentazioni della comunità alimentazione e motivazione per la propria vita cristiana. Restano convinti dell’ingiustizia imposta al fondatore e dell’inadeguatezza della gestione del conflitto.

Il non detto e l’altrove

Sull’intera vicenda resta molto “non detto e non pubblico” che sembra avere ragione non tanto nell’opacità dell’istituzione e nell’approssimazione della comunicazione (pur veri)  quanto piuttosto nella custodia e difesa delle persone e della possibilità di una ripresa per tutti.

Rimane la percezione di uno scarto, di una distanza, fra quanto succede e le nuove sfide. Lo ha intuito, seppure in termini generici, M. Ventura in un commento su “La lettura” del Corriere della sera  (20 settembre 2020): «Sono sotto un tremendo peso, uomini e donne di Bose, perché campioni di innovazione e tradizione in un’epoca che vuole più di entrambi. La convivenza tra monaci ortodossi, protestanti e cattolici è una straordinaria novità… ma non basta a chi vuole insieme atei e credenti, e cristiani e musulmani, e magari sogna un’unica spiritualità invece di tante religioni».

La contemporaneità del viaggio di Francesco in Iraq con le ultime vicende di Bose evidenzia la sproporzione fra la sorprendente apertura del cristianesimo (non solo cattolicesimo) all’islam, l’accompagnamento a un rinnovato dialogo fra sciiti e sunniti, la barriera costruita contro la deriva fondamentalista, il ruolo  “politico” delle fedi nello spazio pubblico e in ordine alla pace rispetto alle pur apprezzabili preoccupazioni del cattolicesimo occidentale.

Oltre al “non detto e non pubblico” c’è un “altrove e un fuori” che offre una misura diversa a una vicenda, pur emblematica nelle sue miserie e grandezze, come Bose.


Caro padre Lorenzo, la ricostruzione che tu fai della vicenda di Bose, analitica come sempre, tuttavia non mi trova d’accordo.

Mi sembra che nella descrizione della vicenda sia venuto meno un aspetto fondamentale. Certo la sofferenza dei monaci e delle monache va considerata (ma possono parlare, o no?), certo il silenzio è una scelta (ma a che serve mentre tutti intorno dicono qualsiasi cosa?), certo ci sono ora i partiti pro o contro l’uno o l’altro dei protagonisti. Tutto logico, comprensibile, soprattutto molto umano.

Però – insisto – c’è un aspetto alla base di tutto il resto. Te lo esprimo così: non ho scelto io di parlare di Bose. È la Santa Sede ad avere comunicato una decisione su Bose e sul suo fondatore. A monte è stata fatta la scelta di informare su qualcosa che stava accadendo. Per quanto mi riguarda si poteva anche non farlo. Si poteva anche non portare a conoscenza dell’orbe terracqueo che era in atto una sommossa, una diatriba, una querelle in cui i protagonisti si sono dovuti rivolgere al Vaticano per incapacità di dipanarla da soli.

Qui mi sembra ci sia il tema centrale. Una volta imboccata la strada della comunicazione, allora è necessario percorrerla. È necessario dare tutte le informazioni, spiegare, esplicitare cosa stia accadendo. E invece no. Si tira il sasso e si nasconde la mano con scuse formidabili: il rispetto delle persone coinvolte, il rispetto della comunità e del suo dolore e via con tutto un corollario di motivazioni pretestuose.

A questo punto il circo mediatico è inevitabile. Anzi largamente prevedibile.

Allora possiamo chiederci: c’è una regia nel lanciare il sasso e nascondere la mano? Non credo. Penso  piuttosto che come al solito l’insipienza abbia fatto da padrona, valutando che non ci sarebbero state tante polemiche. Grande errore. E poi di fronte alla mala parata cosa si fa? Si comunica con il contagocce, dandosi a vicenda del bugiardo, mettendo in azione la versione moderna del paradosso del mentitore, così nessuno capisce più niente.

Intanto si avvia la macchina davvero infernale del pettegolezzo sistematico tra chi dice, non dice, fa finta di sapere e non sa nulla, travolti da illazioni varie del tipo rispettiamo la sofferenza della comunità e via dicendo. Ma questa comunità – 70 persone, sembra – sono tutti lì a tacere per la gioia di soffrire a tutti i costi? Oppure obbediscono a qualche autorità e da adulti non sono in grado di dare segnali di autonomia? Senza contare una situazione è davvero sui generis, con uno statuto canonico che a quanto pare sarebbe da rivedere. Ma qui allarghiamo la questione a temi ulteriori e non mi sembra il caso.

Vorrei riportare il timone al centro: quando decidi di comunicare, allora devi essere coerente, altrimenti meglio stare zitti fin dall’inizio. Qui è stato scelto di dire, allora si vada fino in fondo. Invece assistiamo ad un aspetto veramente deleterio: molti parlano, i protagonisti lasciano fare, nessuno capisce più niente. E le esperienze vanno verso l’eutanasia, che pure la Chiesa condanna duramente.

Perché i protagonisti sono tutti d’accordo su un elemento fondamentale: non far sapere quale sia il motivo o i motivi di contrasto. Un gioco delle parti? Però il gioco delle parti non sembra una virtù evangelica.

Fabrizio Mastrofini

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8 Commenti

  1. Effi Bei 24 marzo 2021
  2. Paolo 23 marzo 2021
    • andrea 23 marzo 2021
  3. Comunità cristiana di Longuelo (BG) 20 marzo 2021
    • fr Luigi 21 marzo 2021
  4. Alfredo Bianco 19 marzo 2021
  5. Bregolin Adriano 19 marzo 2021
  6. Virginia Marsi 19 marzo 2021

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