Card. Ouellet: nostalgia del Concilio

di: Michele Giulio Masciarelli

Un libro-intervista: se la teologia torna narrativa

Ouellet concilio

Marc Ouellet,
Attualità e futuro del Concilio Vaticano II

Oggi sempre più frequentemente accade di vedere, in ambiti diversi, sugli scanni delle librerie, esempi di quello che va sotto il nome di libro-intervista. Negli ultimi anni lo si usa anche per presentare tematiche teologiche ed ecclesiali. è un tipo di libro che ha la freschezza della struttura dialogica, che evoca, fra l’altro, l’antica esperienza di affrontare dialogicamente tempi e problemi di vita. Di questo genere di libri è Attualità e futuro del Concilio Ecumenico Vaticano II del card. Marc Ouellet: è un volume nato da sette colloqui con padre Geoffroy de la Touche e pubblicato per i tipi delle Libreria Vaticana (2013), quasi in coincidenza con l’inizio del servizio pontificale di papa Francesco.

L’avvio del libro (pp. 5-32) conosce un tratto narrativo: vi sono sobriamente schizzate le tappe più notevoli della formazione, dell’esperienza d’insegnamento teologico, della vita pastorale di presbitero e di vescovo di Marc Ouellet, oltre che del suo trasferimento da Québec a Roma, chiamato da papa Wojtyla, prima quale docente nell’Istituto che porta il suo nome per gli studi sul matrimonio e la famiglia, poi quale segretario del Consiglio per l’unità dei cristiani.

Infine, vengono ricordate le tappe del servizio a Benedetto XVI e a papa Francesco come prefetto della Congregazione dei vescovi, alle quali possiamo aggiungere quella della cooptazione nel Consiglio della “Segreteria generale del sinodo dei vescovi”, eletto alla fine dell’ultimo sinodo, insieme al card. Christoph Schönborn e all’arcivescovo Bruno Forte, in rappresentanza dei vescovi europei.

Un libro intessuto con i fili forti del vero, del bene e del bello

La narrazione dialogata dell’intervista è di tipo biografico all’inizio del libro, indirettamente anch’essa teologica, perché si ragiona sull’esperienza di fede e sulla vita di chiesa. Sono questi i tre fili forti che intessono la tela di un libro brillante, come è quello del card. Ouellet. È proprio l’intreccio di questi tre fili forti che, paradossalmente, crea la lievità, la sottigliezza, la forza tenera e la sodezza teologica di questo libro di alta qualità. Il dialogo di Ouelett con padre de la Touche sul Concilio ha i colori forti e lievi delle grandi visioni del Vaticano II, ma anche i colori pastello della bellezza che mai abbandona le altre due parole sorelle che sono verità e bontà. Per mostrare questa magnifica sororità tra verità, bontà e bellezza, più che l’analisi del libro di Ouelett conviene rintracciare le sue parole più preziose, senza la preoccupazione di dedicarsi, nella recensione di esso come spesso si fa – il meditare, il motivare, il dedurre, l’interpretare.

Nel cuore del “secolo breve” un evento da millennio

Il secolo XX ha covato nel suo seno crisi di ogni genere, è stato testimone di due guerre mondiali e di delitti su interi popoli (la Shoah, il martirio dei popoli della fame…), ha conosciuto gli smarrimenti culturali più vasti restando irretito nella selva degli “ismi” (eclettismo, sincretismo, soggettivismo, presentismo, nichilismo, relativismo)… Tuttavia il Novecento non è stato solo il tempo di una terribile «policrisi» (E. Morin): a metà del suo corso si è avuto il 21° Concilio della Chiesa cattolica, il Vaticano II, un evento di speranza d’incalcolabile portata per il mondo intero, che iniziò l’11 ottobre 1962, quando papa Giovanni XXIII, in apertura del Concilio, pronunciò il famoso discorso – Gaudet Mater Ecclesia – che ebbe e ha ancora i toni e la cadenza di una profezia, un vero canto di speranza. Proprio quella data d’ottobre è stato il giorno più bello del Novecento, che si è rivelato essere per la Chiesa una stele di luce da cui ripartire per il nostro cammino di missione.

Dinanzi alla metastasi di un crisi epocale, il Concilio resta attuale con la sua proposta di ripensare la verità dell’uomo alla luce di Cristo, l’uomo perfetto, colui che è Adamo più di Adamo. Lo fa con la Gaudium et spes, come scrive Ouellet: «Il senso dell’uomo e la sua dignità (l’uomo come «essere di donazione» direbbe un filosofo) sono fondati sul Verbo incarnato. Tutti gli altri punti devono essere affrontati su questa direttrice» (p. 167). La scelta dell’uomo come punto strategico per accostare missionariamente il nostro tempo sarà concepita come “via della chiesa” da papa Wojtyla, come l’uomo da aiutare nella sua ricerca del senso della vita da papa Ratzinger, come “uomo al plurale”, come carovana degli uomini e soprattutto come turbe dei poveri che provocano la carità della Chiesa da papa Bergoglio. Il filo antropologico è solido…

Sei parole-gemme di un libro sul Concilio

Per simboleggiare le parole più evocatrici del libro, che ne contengono – in nuce – i messaggi più significativi, si ricorre alla mediazione di sei pietre preziose, non trascurando i loro colori; questi, intatti, sono una delle caratteristiche più distintive delle pietre preziose, in particolare delle gemme.

Opale di fuoco, il Concilio. Il libro si apre con un capitolo sul Concilio che mostra, in breve, la sua interna ricchezza, come una realtà preziosa con molte iridescenze luminose al suo interno. La santità è poi il filo lungo che percorre l’intera riflessione del cardinale sull’assise conciliare del Novecento, da lui interpretata come un’opera dello Spirito, il suo grande suggeritore (pp. 116-117). Perciò, si sceglie qui l’Opale di fuoco come simbolo per indicare il nesso fra i suoi sedici documenti, perché è la sola gemma che ha un eccezionale gioco di colori: vi appaiono il rosso, il giallo, il verde, il blu, il celeste e il viola; perciò, sa ricordare le molte dimensioni del Concilio: quella del mistero trinitario, quella dell’umanità di Cristo, quella dell’uomo ferito sulla strada dell’esodo, quella della speranza che vibra nel cuore dell’uomo e lo apre al futuro ultimo di Dio.

Zaffiro blu, il Mistero. Parlando della Chiesa e del suo rapporto con Cristo, Ouellet scrive in punta d’anima: «È veramente il mistero perché non si può dire che Dio fa numero con noi. Non è accanto a noi e con lui saremmo due. Nel contesto della comunione Egli è il dono sostanziale che unisce, affinché tutti non siano più di uno. È un invito a risalire al mistero della Trinità stessa» (p. 39). Raffinato pensiero… Dio non si somma a noi (la sua trascendenza lo impedisce), né solo s’accosta a noi, ma ci immette nel vortice della comunione con lui. Dio non ci separa da sé opponendoci il muro invalicabile del suo mistero: egli ci raggiunge col suo “mistero forato”, per usare un’espressione di Edmond Jabès, per farci entrare nel vortice del suo amore e della sua santità. «L’uomo – scrive Ouellet – è un essere spirituale; […] è il pastore dell’essere e va verso la sua sorgente» (pp. 41.42); la sua sorte di grazia è la «divinizzazione» (p. 42): è questa la parola che, negli ultimi decenni, manca all’antropologia cristiana. Eppure, senza questa parola non si dice il vertice della salvezza a cui l’uomo è chiamato. Ci farebbe bene ricordare che, quando Agostino parlava di divinizzazione, i cristiani d’Ippona (molti dei quali pescatori del vicino fiume Ubi) l’applaudivano…

Diamante grezzo, la Chiesa. Ouellet riflette su come il Concilio abbia pensato la Chiesa unita sacramentalmente a Cristo (pp. 35-37) e aperta al dialogo missionario con gli uomini (pp. 37-38; 51-56). Per una non debole analogia col mistero dell’incarnazione, la Chiesa è in Cristo come un sacramento (Lumen gentium, n. 1); perciò lo è tra somiglianza e dissomiglianza: la sua grandezza è l’essere stata innestata da Cristo nel suo mistero, mentre quel che manca alla sua sacramentalità piena ricorda che essa è una comunità di “uomini viatori”. Tuttavia, l’accento cade su ciò che essa possiede: «L’idea di sacramento cambia la dinamica relazionale tra la Chiesa e il mondo» (p. 58). Ed è mirabilmente attuale quello che Ouellet nota in proposito: proprio nel vortice della crisi della sacramentalità il Concilio parla della Chiesa come sacramento (pp. 54-56). È diamantina questa intuizione del Concilio che – come è stato detto – proprio in questo presenta il suo portato dottrinale più rilevante. Tutto considerato, vale attribuire alla Chiesa il simbolo del Diamante grezzo (che davvero esiste in natura), perché lo Spirito non ha ancora finito di levigare questo bel diamante donato da Dio agli uomini.

– Granato rosso, la Croce. Nel libro di Ouellet campeggia la Croce, la stele che unisce terra e Cielo, l’asse misterico che dà orientamento alla carovana degli uomini che traversa la terra d’esilio verso l’Oltre e l’Altrove. Ouellet ricorda: «La vita eterna è già in cammino», «tra la terra e il Cielo i confini sono fluidi» (p. 125). Questa attrazione verso il Cielo trinitario avviene nella forza del viatico eucaristico, il Pane dei pellegrini che fa memoria del mistero della Croce e dona le giuste forze per il cammino esodale e sinodale: «C’è […] una totalizzazione intorno al mistero eucaristico. Per quale motivo? Perché è il centro di gravità della storia del mondo, la croce di Gesù Cristo che attira tutto a Lui. Attira tutto a Lui da questo sacramento, da ciò che significa la sua Croce. La sua Croce significa la comunione trinitaria» (p. 125). Il Pane eucaristico è capace di far rivivere il paradossale mistero della Croce, quello di un albero senza radici dal quale si staccano frutti di salvezza. I riflessi del granato rosso della Croce si spandono sulle duecento pagine del libro del cardinale illuminandolo non di luce livida, ma di un colore, il rosso, che evoca «il sangue che ci ha redenti» (Colletta della II domenica di Pasqua).

Perla nera, la Morte. Ouellet, facendo eco al racconto della tempesta sedata, riferendosi alla domanda di Gesù ai discepoli «dov’è la vostra fede?», scrive: «Ciò che importa non è tanto che le acque si siano calmate, ma che ci si trovi con Lui! Se si va a fondo, si va a fondo con Lui! Tuttavia, andare a fondo con Lui significa essere salvati! L’importante è essere con Cristo! È lui che ci conduce al porto definitivo» (p. 128). Con energica e originale virata, il cardinale sposta il suo dire sul tema della morte. In verità, noi ci siamo già affogati con Cristo: è accaduto con le acque del battesimo, dove siamo stati immersi morendo al peccato. Questo “andare a fondo” nelle acque della morte sprofondandoci con Cristo, come finemente ragiona Ouellet, per i cristiani è l’unico modo di morire salvandosi.

Perché il cardinale parla della morte presentando la memoria e la profezia del Concilio? Perché anche per il Concilio, alla fine, il tema più grave è la morte. I documenti conciliari o un qualsiasi altro libro non si giudicano a peso di carta (perciò di questo volume di Ouellet si stanno ricordando sole poche gemme, perché bastano!). Ebbene il n. 18 della Gaudium et spes parla della morte come dell’evento in faccia al quale «l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine». Si tratta di è un frammento fra i più intensi del Vaticano II: nel suo cono d’ombra luminosa entrano le pagine 129-132 che il cardinale dedica alla morte, fra le quali c’è questo decisivo pensiero: «Tutti gli uomini devono morire in rapporto col Cristo, perché la sua vocazione e la sua missione devono trasfigurare il cosmo stesso per far trasparire in lui la gloria di Dio» (p. 132). Questa affermazione cristologica di Ouellet inquadra bene il tema della morte. Ora, uno dei punti più importanti da chiarire sulla teologia della morte è proprio quello del significato del morire in Cristo e, più precisamente, del morire nella sua morte filiale.

Per ripetere le parole del cardinale, se un cristiano non “andasse a fondo” con Cristo, ossia se non morisse nella sua morte filiale, morirebbe in modo alienante e disumano perché la sua fine avverrebbe al di fuori del progetto che Dio ha sulla morte. Gesù ha vinto la nostra morte peccaminosa con la sua morte santa e in essa entriamo. La sua morte, infatti, quale suo atto di amore, è stata fissata per l’eternità: Egli è in Cielo, infatti, quale «Agnello sgozzato eppure ritto in piedi» (Ap 5,6). Morendo, Egli ci raccoglie nella sua morte filiale, ci giudica e ci consegna al Padre. Di fronte alla morte, Cristo mostra fino a che punto insegua l’uomo nel tentativo di dirgli chi è, nella decisione di aiutarlo a rispondere alla domanda che fare? e di orientarlo verso ciò che resta, sedando per sempre il suo inquietum cor. Ouellet ricorda che serve una vera cristologia della morte, la quale sappia parlarne non quasi fra parentesi, ma in modo esplicito e deciso: per lui serve penetrare la morte nel suo midollo più intimo, nel suo “noumeno” e dirne l’approdo liberatore e pienamente salvifico che, per essa, si realizza dentro la morte filiale di Cristo (cf. anche X. Durrwell, Cristo, l’uomo e la morte, àncora, Milano 1991, passim).

Pietra di Luna, Maria. La “pietra di Luna” è molto antica e veniva usata dagli antichi per immortalare l’energia lunare. Questa pietra è associata alla Grande Madre e i cristiani possono con essa ricordare una speciale Madre, quella di Gesù e dei cristiani. La pietra di Luna è gemma che simboleggia intuizione e comprensione profonda e può, perciò, evocare l’intensa interiorità della Vergine Madre, la sua raccolta meditazione sul mistero nel quale Dio, con infinito amore, l’ha coinvolta. Qui indugiamo di più perché le intuizioni mariologiche del cardinale sono particolarmente stimolanti.

1) Maria di Nazaret è presentata da Ouellet come creatura di ricordo: «Il grande merito di Maria è il suo atto di fede iniziale. Niente del Verbo incarnato, della Parola incarnata di Dio, è andato perduto in Maria. Ha accolto tutto, e ha accompagnato il Verbo incarnato nella totalità del suo percorso umano, fino alla fine» (p. 135). Esattamente così: l’arco di tempo nel quale Maria ha accompagnato Gesù è stato dalla culla di Betlemme alla tomba di Gerusalemme. è delicato e pregnante Ouellet quando parla di «fede iniziale»: è il grande che la Vergine di Nazaret ha detto al piano salvifico di Dio penetrandolo trasversalmente. L’eco di quella risposta breve di Maria arriva sotto la Croce, dove lei consente con la sua eco silenziosa all’offerta che Gesù fa di sé al Padre. Ouellet indugia a contemplare la dolorosa ‘Stabat Mater’. Dopo essere stata la madre di Cristo e del suo popolo messianico, Maria «restava ai piedi della Croce nel silenzio di una sofferenza indicibile. […] Nel momento in cui il Cristo ha vissuto il suo estremo sacrificio, a consentire al sacrificio del suo figlio e a rinunciare al figlio suo per adottare quest’altro figlio, Giovanni» (p. 135).

2) Ouellet, con buon fiuto teologico, appunta la sua attenzione sulla presenza di Maria nella sala alta del Cenacolo il giorno di Pentecoste. Maria non era lì per caso e non era entrata in quel luogo benedetto che aveva ospitato l’ultima cena pasquale di Gesù (chi sa se non c’era pure lei…), perché si trovava di passaggio in quei bei paraggi. Maria stava lì per motivi teologici altissimi: era a comporre il quadro completo della Chiesa in procinto di andare in missione. Scrive il cardinale: «[Maria] è visibile nella Pentecoste: ella sta in mezzo ai discepoli. L’effusione dello Spirito è su di lei e sugli altri. Questa effusione avviene già ai piedi della croce. È là che si può dire che Maria diventi l’esemplare stesso della Chiesa, come la Sposa dell’Agnello» (p. 136). è oltremodo importante interrogarsi sul senso della presenza di Maria all’evento di Pentecoste. In vero, l’esistenza della Vergine-Madre è segno di tutti i misteri cristiani: del mistero trinitario (per essere figlia eletta del Padre, madre santa del Figlio, sposa amorosa dello Spirito); del mistero dell’incarnazione (per la sua maternità divina); del mistero pasquale (per il suo essere stata “socia del Salvatore” sotto la croce e destinataria privilegiata dell’annuncio pasquale); in un modo assai particolare lei è legata al mistero pentecostale: lei è stata presente nel Cenacolo a completare il quadro di famiglia della Chiesa.

3) Ha ragione von Balthasar a parlare di «principio mariano della Chiesa» insieme al «principio petrino» e a ricordare che, nella comunità cristiana, non c’è solo l’elemento apostolico, gerarchico, maschile con compiti di direzione e di governo, ma c’è anche quello “mariano”, femminile, carismatico: «L’elemento mariano nella chiesa abbraccia il petrino senza pretenderlo per sé; Maria è “regina degli apostoli”, senza pretendere per sé poteri apostolici. Essa ha altro e di più» (Nuovi punti fermi, Rusconi, Milano 1980, p. 181). È la nota tesi che egli elabora su ispirazione di Adrienne von Speyr (cf. A. von Speyer, Mistica oggettiva (Antologia degli scritti a cura di B. Albrecht), Jaca Book, Milano 19852, pp. 180-182). Il grande teologo svizzero pensa questi due principi in reciproca inclusione, nel senso che il maschile trova il suo arricchimento nel congiungersi al femminile e viceversa (cf. Lo Spirito e l’istituzione, Brescia 1979. La Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II cita espressamente il teologo svizzero al n. 27, nella nota 55).

4) Ma c’è di più. Nell’Omelia alla messa in occasione del Concistoro ordinario pubblico per la creazione dei suoi primi cardinali, Benedetto XVI ha parlato del principio mariano come necessario per spiegare l’esistenza della Chiesa e per viverci dentro in piena verità: «Questa provvidenziale coincidenza – ha affermato – ci aiuta a considerare l’evento odierno, in cui risalta in modo particolare il principio petrino della Chiesa, alla luce dell’altro principio, quello mariano, che è ancora più originario e fondamentale. L’importanza del principio mariano nella Chiesa è stata particolarmente evidenziata, dopo il Concilio, dal mio amato predecessore papa Giovanni Paolo II, coerentemente col suo motto Totus tuus. Nella sua impostazione spirituale e nel suo instancabile ministero si è resa manifesta agli occhi di tutti la presenza di Maria quale Madre e Regina della Chiesa» (Omelia per la solennità dell’annunciazione del Signore [25.3.2006], in L’Osservatore Romano [27.3.2006]).

5) Ouellet, nel suo libro, s’innesta nella trattazione di questo problema con alcune osservazioni perfettamente in tono con la posizione di Ratzinger. Egli tocca un punto che la mariologia post-conciliare ha saputo rimettere a tema con sagacia. Si tratta del tema della presenza di Maria nella vita della Chiesa e del mondo (cf. T. Turi, voce Presenza, in Dizionario San Paolo-Mariologia, a cura di S. De Fiores, V. Ferrari Schiefer, S.M. Perrella, San Paolo, Cinisello B. [MI] 2009, pp. 2002-2012). Scrive il cardinale: «Ho notato che nei movimenti spirituali, nelle comunità nuove in particolare, c’è una devozione forte alla Vergine Maria e questo mi sembra sano, veramente sano. Perché la prossimità di Maria, il contatto e la familiarità con lei, proteggono dall’ideologia. Là dove è Maria, l’ideologia ha meno presa perché Maria è personale, è materna» (p. 137). L’ideologia è corrosiva (possiede il veleno di visioni unilaterali), è astraente (allontana dalla vita e dall’esperienza). Lo scrittore abruzzese Ignazio Silone (1900-1978), acuto critico dell’ideologia marxista, ha fatto affermare a un personaggio – Zaccaria – d’un suo importante romanzo: «Mi occuperò delle teorie solo se le incontrerò per la strada e vedrò che mangiano, bevono e fanno figli» (Una manciata di more [1952]), Mondadori, Milano 19704, p. 161).

6) Joseph Ratzinger, ha osservato con finezza in proposito, aggiungendo una nota mariana circa l’importanza della dimensione personale nell’evento salvifico: «Dio non si è legato alle pietre, ma si lega a delle persone viventi. Il di Maria gli apre lo spazio in cui può innalzare la propria tenda. Ella stessa diventa per lui la tenda ed è così che ella è l’inizio della santa Chiesa che, a sua volta, rinvia alla nuova Gerusalemme, in cui non c’è più alcun tempio, poiché Dio stesso abita in lei» (Il Dio vicino. L’Eucaristia cuore della vita cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2003, p. 18). è quanto coglie assai bene il cardinale: ricordata la dimensione personale di Maria di Nazaret, egli afferma il rovescio di quanto ora detto sull’ideologia; se questa, per solito, insidia la dimensione personale, così importante per la religione di Gesù Cristo, Ouellet mostra il suo rovescio: la dimensione personale (quella mariana) allontana e mette in scacco la pericolosa ideologia.

Afferma, perciò, il cardinale: «L’ideologia è sempre, in generale, molto maschile e non molto personale: è una pressione, è una costrizione, si è guidati dalle idee e dunque l’essenza del cristianesimo viene vissuta meno nella sua purezza, che è di ordine personale» (p. 137). Così Marc Ouellet si pone saggiamente sulla traccia di Romano Guardini che, negli anni 60 del Novecento, individuava con lucentezza di visione l’essenza del cristianesimo nella persona di Cristo, offrendo una potente ragione fondativa al cristocentrismo con un libro di piccolo formato, ma fra i più importanti del Novecento teologico: L’essenza del cristianesimo (Morcelliana, Brescia 1962).

La perla di Luna simboleggia inoltre Maria quale madre della Chiesa e, prima ancora, quale «Chiesa nascente», come scrive Joseph Ratzinger nella sua “mariologia breve” che, con rara finezza, innesta la Vergine nella trama dei misteri (cf. M.G. Masciarelli, Il segno della Donna. Maria nella teologia di Joseph Ratzinger, San Paolo, Cinisello B. [MI] 2009, pp. 33-46). Così facendo, Maria viene ricollocata al suo posto importante: lei non è il centro del cristianesimo, perché il centro è Cristo, ma nel cristianesimo lei è centrale perché di Cristo è la Madre e perché è la «compagna del Salvatore» (Lumen gentium, 56).


Marc Ouellet, Attualità e futuro del Concilio Vaticano II. Colloqui con padre Geoffroy De La Tousche, Libreria Editrice Vaticana, pp. 206, € 18,00.

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