Cardinale e aborto: i dilemmi della Polonia

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Gravi turbolenze mettono a rischio l’immagine della Chiesa polacca e il suo enorme patrimonio di credibilità. Gli ultimi segnali sono le gravi censure vaticane contro il card. Henryk Gulbinowicz e l’affannosa difesa della posizione ecclesiale sulla legge dell’aborto.

Il 6 novembre la nunziatura apostolica a Varsavia rende pubblico un comunicato: «A seguito delle indagini condotte sulle accuse mosse al cardinale Henryk Gulbinowicz e dopo aver analizzato altre accuse sul passato del cardinale, la Santa Sede ha preso le seguenti decisioni disciplinari contro di lui:

  • nessuna partecipazione a celebrazioni o riunioni pubbliche;
  • è vietato l’uso delle insegne vescovili;
  • privazione del diritto del servizio funebre in cattedrale e sepoltura in cattedrale;
  • pagamento da parte del cardinale di una congrua somma di denaro a titolo di donazione per l’attività della Fondazione S. Józef, istituita dalla Conferenza episcopale polacca per sostenere le attività della Chiesa a beneficio delle vittime di abusi sessuali, assistenza psicologica, prevenzione ed educazione delle persone responsabili della protezione dei minori».

Il crollo di immagine di una figura polacca ritenuta inattaccabile ha effetti molto più gravi delle censure che hanno conosciuto altri cardinali accusati di pedofilia come Theodor MacCarrick (Stati Uniti) o Keith O’Brien (Irlanda) e Hans Groër (Austria).

Nato nel 1923, entrato in seminario a Vilnius e ordinato nel 1950,  Gulbinowicz studia teologia morale all’università cattolica di Lublino, insegnando nel seminario di Warmia e lavorando in curia a Olsztyn. Nel 1970 Paolo VI lo nomina vescovo e viene ordinato dal card. Stefan Wyszyński operando con grande capacità organizzativa a Bialystok (Vilnius). Nel 1976 passa a dirigere la diocesi di Wroclaw (Breslavia) alimentando con vigore la vita parrocchiale, la comunicazione diocesana  e i suoi studi.

Nel 2004 Giovanni Paolo II lo nomina cardinale. La sua reputazione pubblica si allarga per la scelta fatta durante la legge marziale (1981) di difendere il movimento sindacale di Solidarnosc, offrendo rifugio ai dissidenti in episcopio e  nascondendo 90 milioni di zloty all’apparato statale a vantaggio dell’organizzazione operaia.

Non ci sono sconti per nessuno

Dopo la censura romana, il portavoce della diocesi, p. R. Kowalski, commenta: «È un segno che gli scandali non sono più nascosti nella Chiesa e che non ci sono più sconti per nessuno». Chiede scusa alle vittime, esprimendo «il nostri rispetto per loro e… la nostra disponibilità a sostenerle e aiutarle».

P. Studnicki, dell’ufficio episcopale per la protezione dei minori, aggiunge: «Anche se parliamo di abusi avvenuti decenni fa, per la Chiesa essi non saranno mai rimossi». «Il fatto che conosciamo pubblicamente quale sanzione è stata inflitta al cardinale cambia le regole del gioco». I giornali commentano: nessun vescovo abusante può dormire sonni tranquilli.

A provocare il terremoto sono state le accuse di P. Kowalczyk che ha denunciato violenze sessuali subite fra il 1989 e il 1990 nel seminario minore a Legnica. E, mentre per il tribunale civile è valsa la prescrizione, non così per la sentenza ecclesiale.

Alla violenza sessuale si è aggiunta la scoperta che Gulbinowicz era un apprezzato informatore della polizia segreta comunista (SB). I ricercatori dell’Istituto polacco della memoria nazionale (IPN) hanno scoperto l’ombra lunga dei suoi rapporti con i servizi, durati 16 anni. L’attività fraudolenta era ben nascosta al cardinale primate Wyszyński e la sua nomina a Wroclaw era stata facilitata dal governo per la sua ricattabilità. Del resto, anche le sue inclinazioni omosessuali erano piuttosto note.

E qui si apre una terza zona d’ombra che riguarda il nunzio, Józef Kowalczuk, a Varsavia dal 1989 al 2010. Amici suoi e del cardinale erano i vescovi rimossi Edward Janiak (Kalisz) e Slawoj Glódż, anch’egli collaboratore dei servizi segreti e denunciato da alcuni suoi preti per connivenza con gli abusatori.

Ormai le contestazioni arrivano anche al card. Stanislaw Dziwisz, ex segretario personale di Wojtyla. Ha vigorosamente negato di aver insabbiato una lettera di denuncia riguardante un prete (che non sarebbe stato della diocesi a lui affidata). In ragione della sua presenza a Roma, nega anche qualsiasi responsabilità in relazione al caso del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e di aver coperto in alcun modo i comportamenti scorretti di McCarrick e Hans Groër. Con una discutibile operazione rimanda ogni responsabilità alla Segreteria di stato di quegli anni, presieduta dal card. Angelo Sodano.

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Aborto: voce coraggiosa e incrinata

Sulla questione legata alla sentenza della Corte costituzionale che restringe in modo drastico la possibilità dell’aborto (cf. SettimanaNews: Le donne si ribellano alla Chiesa?) approvata il 22 ottobre scorso è tornato a intervenire il presidente dell’episcopato, mons. Stanislaw Gadeki.

In una lunga intervista all’agenzia cattolica di informazione (KAI, 7 novembre) riafferma il suo giudizio positivo sull’operato dei giudici e dei parlamentari interessati indicando la sentenza «come un grande passo di civiltà», conforme alla Costituzione polacca come anche alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU (1948). «La Chiesa ha sempre difeso e non può cessare di difendere la vita, né rinunciare a proclamare che ogni essere umano deve essere protetto dal concepimento fino alla morte naturale. Dal punto di vista della fede, la vita umana è sacra e inviolabile».

«La Chiesa su questo punto non può scendere a compromessi, perché diventerebbe colpevole della “cultura dello scarto” così diffusa oggi, che – come dice papa Francesco – colpisce i più vulnerabili. Pertanto, ho apprezzato la decisione della Corte costituzionale, che ha ritenuto l’aborto eugenetico incompatibile con la Costituzione della Repubblica di Polonia. Questa decisione conferma che il concetto di “vita non degna di essere vissuta” è in diretta contraddizione con il principio dello stato di diritto democratico».

Il presule guarda con sospetto al protrarsi dei tempi di attesa della pubblicazione («la mancata pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale solleva molti interrogativi»). «Non c’è da stupirsi che la Chiesa abbia sostenuto e sostenga gli sforzi (dei politici cattolici) ed è grata a quei parlamentari che hanno intrapreso questo difficile compito.

Non si tratta dell’ingerenza della religione nella sfera temporale, ma della legittima voce della Chiesa in questioni strettamente morali». In precedenza aveva detto: «Non è la Chiesa a fare le leggi del nostro paese e non sono i vescovi che prendono le decisioni di conformità o meno di esse alla Costituzione della Repubblica polacca».

Mediazione inaccettabile

Un maggiore impegno sarà necessario da parte dello stato, della Chiesa e della società a vantaggio dei bambini handicappati e delle loro famiglie attraverso aiuti finanziari, professionali e di sostegno spirituale.

Il dialogo nella società è sempre possibile, ma non a scapito della verità. Se la Chiesa deve interrogarsi sull’efficacia dei suoi sistemi educativi («abbiamo molto da recuperare al riguardo»), non può ignorare le radici ambigue di molti dei suoi oppositori. Vi sono forze finanziarie, ideologiche e anticristiane che alimentano, attraverso i mezzi informativi e i social, la mentalità anti-cattolica. I cattolici sembrano aver preso il posto degli ebrei. Viene utilizzato il «metodo della sostituzione». Si rimproverano i politici e le istituzioni per poi applicare lo stesso schema alla Chiesa.

Anche la proposta di mediazione del presidente Andrzej Duda, quella di riproporre, contraendolo, il caso delle possibili malformazioni del nascituro al fatto del pericolo di nascere morto o con malattia incurabile, elaborata per superare i contrasti e in vista di una pace sociale, non trova il consenso di mons. Gadeki. «La proposta presidenziale sarebbe una nuova forma di eutanasia che seleziona gli individui in base alla sopravvivenza». «Il riferimento al n. 73 di Evangelium vitae non è valido in questo caso» perché la proposta non è coerente al riferimento del magistero.

Questione di credibilità

La difesa della vita in tutta la sua estensione anche in contesti culturali non favorevoli è un patrimonio evangelico a cui la Chiesa non può rinunciare. Da questo punto di vista la “resistenza” della Chiesa polacca è apprezzabile.

Lo sarebbe di più se in questi decenni avesse avuto la sensibilità per difendere alcuni valori essenziali della democrazia (come l’autonomia dell’ordine giudiziario rispetto alla politica), se ci fosse stata una parola coraggiosa per i diritti degli immigrati, se l’apprezzamento all’Europa avesse riconosciuto anche le istituzioni europee e non solo i valori fondativi, se la distanza rispetto al partito di governo (PiS) fosse stata più visibile, se la revisione della memoria del periodo comunista, anche relativamente alla Chiesa cattolica, fosse stata affrontata con piena libertà dagli storici.

La situazione sembra sollecitare una revisione coraggiosa del quadro e del linguaggio teologico-pastorale. Attestarsi sui “principi non negoziabili” chiedendo coerenza fra dottrina e prassi politica senza avvertire la centralità del rapporto fra Vangelo e segni dei tempi, minaccia di arenare l’azione pastorale.

La testimonianza della Chiesa polacca è troppo importante per il cattolicesimo europeo per ridurla a un caso locale.

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Un commento

  1. Riccardo 11 novembre 2020

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